Carlo Caprioli: “Io come Gesù in mezzo alla gente semplice”

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Carlo Caprioli, Ph. ANSA
Carlo Caprioli, Ph. ANSA

Carlo Caprioli, figlio del grande Vittorio, interpreta magistralmente il Messia nel lungometraggio Oh mio Dio! diretto da Giorgio Amato: Gesù compare improvvisamente nel giorno di Natale, con una semplice tunica rossa indosso e l’accusa, rivolta all’umanità, di aver disatteso il suo comandamento più importante, “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi“. Da quel momento si aggirerà per la Roma del 2016 cercando i suoi apostoli…OFF  ha intervistato Carlo Caprioli/Gesù.

Lei è un figlio d’arte. Il cinema e l’arte li ha respirati fin da bambino, cosa ricorda del suo rapporto con il cinema?

Ricordo che seguivo papà quando era possibile e che era un’atmosfera che ho vissuto attraverso di lui. Tutto questo senza che papà facesse intervenire in qualche modo la sua assenza.

Quindi è venuto naturale questo sbocco?

No, è interessato a me. Papà vedeva che giocavo bene a pallone e a lui sarebbe anche piaciuto altro. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno lasciato libero di scegliere qualunque cosa mi fosse interessata.

Quando ha deciso che sarebbe diventato un attore?

Ho capito che non mi andava di proseguire con lo sport perché sarebbe stata una carriera che sarebbe finita molto presto. Ho potuto vedere che mi interessava, ero abbastanza estroverso, mi piaceva far ridere gli altri e che quello poteva essere un percorso che sarebbe potuto durare anche tutta la vita, perché questo è un mestiere che ti accompagna fino alla tomba.

Con che squadra avrebbe voluto giocare se avesse fatto il calciatore?

In realtà l’ho anche fatto, perché da piccolo ho potuto giocare una stagione tra gli esordienti giovanissimi con la Lazio, squadra della quale sono tifoso e nella quale papà mi aveva mandato a fare il provino.

Quindi il suo sogno sarebbe stato giocare con la Lazio?

No, non era il mio sogno. Per il resto ho capito subito che quel tipo di carriera che sarebbe finito molto presto: era più interessante una sfida che sarebbe durata tutta la vita.

Per quanto riguarda il cinema il suo Oh mio Dio! si inserisce in un filone che ha riportato in vita molti personaggi storici oltre a Gesù, come Mussolini o Hitler. Cosa ne pensa di questo filone un po’ surreale che sta avendo successo?

Noi siamo usciti prima di quello su Mussolini, che in realtà è il remake di “Io sono tornato”, noi abbiamo presentato il film al Festival di Roma nel novembre del 2017 mentre l’altro è uscito a febbraio 2018. Il nostro è più dichiaratamente un mockumentary mentre l’altro è più un film, almeno “Io sono tornato”.

Abbiamo trattato il tema della parusia, cioè del ritorno, e questo è un contenuto dei Vangeli. Quindi non è tanto un’opera di rifacimento o un’idea campata per aria, ma una cosa che nessuno ancora aveva trattato.

Poi il genere volutamente è un genere che c’è da poco quello del mockumentary, cioè del finto documentario. Potrebbe essere chiunque che pensa di poter essere o sentirsi Gesù, potrebbe essere di qualunque colore e nazionalità, è un uomo che si sente toccato dal trascendente. L’esperimento poi era quello di portarlo al giorno d’oggi e di vedere le reazioni della gente e soprattutto affrontare il tema dell’indifferenza, che è un po’ uno dei temi o dei difetti della società contemporanea. Credo che sia stato questo a muovere l’animo di Giorgio Amato, autore e regista. Quando mi ha proposto questa parte io avevo già visto le sue opere precedenti e ho visto un professionista di qualità e di coraggio, quindi mi sono buttato dentro questo progetto che sembrava rischioso, a volte il rischio è la nostra fortuna perché in fin dei conti siamo dei giocatori d’azzardo. Valeva la pena di rischiare in queste condizioni, in una condizione “senza rete”: io e lui chiusi un mese prima di iniziare le riprese per capire cosa volevamo tirare fuori esattamente dalle scene e dal messaggio. Con questo tempo a disposizione non ci siamo fatti sorprendere da tutto quello che invece poteva accadere nelle scene reali con la gente comune.

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Nel cinema italiano ci sono molte commedie ma c’è poca storia. Come mai si è molto restii a raccontare la storia di questo Paese e i grandi personaggi storici?

Questo non lo so. Vedo che però manca molto coraggio, mancano gli attori e i produttori di un tempo. Manca un po’ il coraggio e forse manca anche ricordarsi che siamo dei grandi artigiani, come lo siamo stati e saremo sempre. La risposta purtroppo non ce l’ho, però ancora io e tanti miei amici e colleghi abbiamo voglia di divertirci e di raccontare storie.