“Lo sposo burlato”: chi fu il misterioso librettista?

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Entriamo subito nel cuore del problema sollevato da questo corposo studio freschissimo di stampa: chi ha scritto il libretto senza firma de Lo sposo burlato, opera del compositore barese Niccolò Piccinni del 1796? Le enciclopedie sono pressoché unanimi nell’individuare il librettista in Giovanni Battista Casti.

Ma fu proprio lui l’autore delle parole della fortunata opera italiana?

È questo dubbio (ora probabilmente risolto) che ha mosso Emilia Pantini a comporre il primo dei tre contributi contenuti in Lo sposo burlato. Da Piccinni a Dittersdorf (Libreria Musicale Italiana, pagg. 390, euro 35). E allora, la domanda di fondo: perché non firmare il libretto? Perché, consapevole dell’originalità della storia, il librettista si è voluto privare della gloria?

Partiamo proprio dalla trama. Il tutore Don Pomponio è in procinto di sposare Lindora, la sua giovane protetta, la quale, però, non è del medesimo avviso. Su consiglio della serva Livietta, dunque, Lindora inizia a pretendere regali esosi e un tenore di vita elevato per far desistere Don Pomponio. Ed è sempre Livietta a suggerire a Florindo, pretendente di Lindora e suo amato, di spacciarsi presso il rivale Pomponio come il fratello maggiore della ragazza onde non insospettirlo. I due giovani amanti, sempre fomentati dalla serva, decidono dunque di sfruttare l’ipocondria di Don Pomponio. Temporaneamente messo fuori gioco, Pomponio mangerà la foglia quando il medico lo tranquillizzerà sulla sua salute. Dopo una serie di circostanze più scontate, il geniale stratagemma finale di Livietta per far sposare Florindo e Lindora: la serva fa simulare tra i due un matrimonio davanti a Don Pomponio con lo scopo di mostrare al tutore i dettagli della cerimonia e il da farsi nella circostanza. I matrimonio tra i due, però, viene celebrato realmente e a Don Pomponio, una volta appresa la verità sul finto fratello e sul vero matrimonio con la sua ex promessa sposa celebrato sotto il suo naso, non resta che sposare la serva Livietta.

Di fronte, dunque, a una trama così comica, satirica e spigliata, l’ipotesi è che il librettista non abbia potuto firmare la sua opera perché si trattava di «un ecclesiastico importante» individuabile in Giulio Cesare Cordara, letterato settecentesco nonché eminente un gesuita nativo dell’astigiano: per i dettagli storici e letterari è necessario rimandare alle oltre 80 pagine del contributo della Pantini in cui si esamina e avvalora accuratamente tale ipotesi.

Lo sposo burlato fu opera, come accennavamo, fortunatissima. Di questo si occupano gli altri due testi del volume: Camillo Faverzani scrive dell’adattamento francese dell’opera di Piccinni, Pomponin, ou le Tuteur mistifié (nata dalla collaborazione tra il compositore e Pierre-Louis Ginguené), mentre Michela Marconi si occupa della diffusione in terra austro-ungarica-tedesca del Der gefoppte Bräutigam, ovvero la versione tedesca de Lo sposo burlato curata da Carl Ditters von Dittersdorf.

Da segnalare, infine, la preziosissima edizione critica del libretto.