Ed ora non dimentichiamo le autonomie

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L’avvio del governo Conte è contraddistinto dall’acceso dibattito sulla Flat Tax, considerata il perno della nuova legislatura. Vi è tuttavia un altro tema, oltre all’aliquota fiscale unica, che ultimamente non è più sotto la luce dei riflettori ma che invece è altrettanto (se non più) determinante per compiere il cosiddetto cambiamento: l’autonomia.

Solo pochi mesi fa Lombardia e Veneto invocavano con un referendum plebiscitario maggiore sovranità territoriale nella gestione della cosa pubblica. Un evento così eclatante da far scattare subito la trattativa con il Governo per la cessione di alcune competenze, rilanciata di recente da parte dell’Assessore all’Autonomia di Regione Lombardia Galli – che ha sollecitato lo Stato a ridiscutere tutta l’architettura, nell’ottica di una vera riforma federale dello Stato italiano.

Riforma che la Lega adesso ha l’occasione di compiere: i sondaggi fatti all’epoca del referendum rivelano che le istanze autonomiste siano apprezzate anche al centro-sud, dato che consente alla Lega di tirarsi dietro anche gli alleati del 5 Stelle e addirittura Forza Italia che, seppur all’opposizione, fu anch’essa protagonista della campagna referendaria pro-autonomia.

La riforma autonomista peraltro consentirebbe una maggior efficienza nella gestione delle risorse; il che condurrebbe a un maggior risparmio della spesa pubblica; il che libererebbe risorse utili da dirottare tra le famose “coperture” necessarie per mettere in pratica provvedimenti “espansivi” quali la stessa Flat Tax.

Ma, altrettanto importante, il percorso verso la maggiore autonomia dei territori favorirebbe in parallelo il risveglio dell’identità degli stessi.

Fenomeno fondamentale per il rilancio dell’Italia, la cui forza risiede da sempre in quell’identità territoriale alimentabile solo incentivando la conoscenza e la coscienza della propria cultura. E, anche qui, l’autonomia gioca un ruolo cruciale: lasciando più risorse ai territori per le proprie politiche culturali.