Donatella Moretti: “Io canto il vero senso dell’essere Italiani”

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«Terra Persa è una canzone molto importante perché canto di tutti noi, di questa nostra Terra che stiamo violentando, insultando, lasciando al degrado. Ma che ha tanta bellezza da regalarci ancora. Dobbiamo solo riportarla alla luce».

Donatella Moretti, oltre cinquant’anni di carriera nei quali hanno scritto per lei cantautori come Battisti, Gaber, Conte, Paoli, De Andrè, è tornata sulla scena musicale con Terra Persa, brano nostalgico e struggente dedicato all’Italia, nato insieme al cantautore e producer Luigi Piergiovanni.

Ha dichiarato che è una canzone politica nel senso romantico ed etico del termine. Mi spiega meglio cosa intende?

Esatto, politica nel senso vero del termine. Non parliamo di partiti e di bandiere. Sinceramente a quel tipo di politica lì credo molto poco, la trovo assai finta, televisiva, costruita. Parliamo invece della politica, quella etica, quella che da bambini ci insegnavano a scuola e che ha fatto la storia. Questa canzone, rivolgendosi al popolo italiano, alla  Costituzione, denuncia e canta al cuore di tutti il vero senso di essere italiani.

La politica la segue? Della situazione politica italiana che idea si è fatta? (La domanda è stata posta prima della formazione del Nuovo Governo, n.d.r).

Ora, quindi, parliamo di quella politica che mi piace meno: quella televisiva. Io vedo solo tantissima incertezza, in tutti quanti, su tutti i piani. Non c’è più un futuro. Siamo alla deriva. Non darei la colpa a Salvini o Di Maio. Oggi siamo davanti ad un linguaggio nuovo e forse loro sono capaci di usarlo, di parlarlo. Chissà che non sia questa la vera rivoluzione. Almeno, possiamo dire che questo risultato politico è stato votato dal popolo. La gente vuole il cambiamento, basta che ci sia e che sia un buon cambiamento. E per la situazione in cui siamo, già avere un cambiamento in se è aria fresca. Su quello che porterà, vediamo!

Lei partecipò al Cantagiro del ’62 quasi per caso. Mi racconta come andò?

Andavo al liceo, ma ho sempre avuto enorme amore per il canto. Mia mamma mi portò a fare i provini alla RCA, in seguito mandammo la registrazione al Cantagiro. Cantai una canzone di Mina. Forse il fatto che cantassi estremamente intonata con un pianista meraviglioso fu la marcia in più che mi fece scegliere per il tour del Cantagiro. Da giovane avevo davvero una bellissima voce. In quei giorni vidi andare avanti il mio nome, scalò le varie selezioni fino a vincere. Da lì si aprì un mondo. I giornalisti vollero conoscermi. Il primo personaggio che vidi fu Celentano. Fu una soddisfazione. L’autore di Novia, Prieto, sentì il mio provino e la RCA mi mise sotto contratto. Fu lui che mi scrisse la canzone L’Abbraccio, con cui partecipai al Cantagiro. Fu il mio primo successo. Quanto alla mia famiglia, mio padre era contrario; noi non conoscevamo nessuno, si partiva da zero, ero davvero quasi in balìa degli eventi. A Novi Ligure, la prima tappa del tour, alla mia prima apparizione pubblica ufficiale mi misi in un angolo e piansi per la vergogna. Il direttore di Tv, Sorrisi e Canzoni mi venne vicino e io lo strinsi scoppiando in lacrime. Ero ancora una bambina. Comunque vinsi tutte le tappe del Cantagiro.

È del ’67 la sua partecipazione al Festival di Sanremo. Che ricordi ha e com’è cambiato, a suo avviso, il festival della canzone italiana?

Ho cantato in coppia con un americano ma la canzone non valeva tanto, anche se ebbe molto successo in Spagna. Si intitolava Una Ragazza. Ho cantato anche a Barcellona. Ricordo che era l’anno in cui morì Tenco, un evento che mi toccò molto e ancora oggi lo sento dentro come qualcosa di importante. Mi dissi: “Ecco cosa accade se uno si fa prendere tanto da questo enorme circo che è la musica”. Il Festival oggi è diventato come un “David di Donatello”, come “La notte degli Oscar”. Insomma, un mero spettacolo di gala. Tutti lo guardano per lo sfarzo e la vittoria. Pure prima c’era lo spettacolo, ma era un corredo elegante da dare alle canzoni. Io credo che adesso, invece, la canzone non esista più, né come spettacolo né come contenuto. Ci interessano più gli abiti delle modelle e i pettegolezzi dei vip, che la canzone in sé. Ad esempio, io ricordo la “Scimmia che Balla” ma non la canzone. Per ricordami la canzone devo risentirla. Oggi si fa spettacolo, si lavora sulla scena e sullo share, si lancia un prodotto per lavorare dal vivo dopo. Ma prima un Sanremo serviva anche per lanciare culturalmente le canzoni in giro per il mondo. Vogliamo dirla tutta? Ora non c’è più una formazione, non c’è l’esperienza, il mestiere. I ragazzi sono solo prodotti commerciali che servono al mercato e all’industria. Ricordo che Dalla prima di uscire in pubblico è stato 10 anni alla RCA. Adesso non esiste niente di tutto questo.

I talent musicali li segue? Cosa ne pensa?

Non li amo per niente. Non ci credo. Tutta gente che magari è bravissima, ottima per lo spettacolo ma priva di contenuti artistici, di personalità. Sono tutti cloni dei cloni. Ho anche l’impressione che si strilla invece di cantare. Mi dispiace se do l’idea di essere così dura, ma vedo così tanta povertà culturale nella canzone di oggi che sarei ipocrita nel dire il contrario. Io vengo da un momento storico in cui la canzone, bella o brutta che fosse, era un oggetto di cultura e non di mero spettacolo.

Mi racconta un episodio off dei suoi esordi?

Aver capito subito che non era tutt’oro quello che brillava. Se conoscevi qualcuno andavi avanti ma poi, forse a differenza di oggi, solo con la bravura potevi durare, avere una carriera. Anche con la morte di Tenco, non volevo legarmi allo show business, fare la cantante e basta. Quindi nella mia vita c’è stata la radio, la televisione, il giornalismo. Ho capito subito che sapevo parlare con la gente e ho voluto cavalcare questa passione che poi mi ha fatto fare grandi cose. E’ stato bellissimo.

Per lei hanno scritto i più grandi autori di casa nostra. Mi racconta qualche aneddoto legato a qualcuna delle prestigiose firme con cui ha lavorato?

Ti racconto di Gaber. Mi mandò un brano che si intitolava A mezzogiorno e parlava di un operaio. Mentre era al lavoro la sua lei lo raggiungeva a mezzogiorno, appunto, portandogli da mangiare. Una bellissima canzone, d’amore e di società. Ma il mio arrangiatore, che forse non aveva ben capito le intenzioni del brano, ne fece una versione che io cantai in televisione e che alterava il significato, l’estetica della canzone. A Gaber non piacque per niente. Mi prese in disparte per farmi la classica “ramanzina” amichevole, si lamentava del perché io non gli avessi mandato il provino prima di cantarla in pubblico. Finimmo poi per cantarla assieme e devo dire che non la dimenticherò più. Che anima alta…

Dei giovani cantanti e cantautori chi le piace?

Mi piace tantissimo quel Vasco Rossi di un tempo. Dei più attuali Tiziano Ferro. Ha una produzione importante per la musica italiana. Mi piace anche Biagio Antonacci, soprattutto negli ultimi lavori. Quanto ai più giovani ancora non saprei, sinceramente non seguo moltissimo la musica moderna.

C’è qualche giovane autore che le piacerebbe scrivesse per lei?

Sempre Tiziano Ferro. Sì, mi piacerebbe che lui scrivesse una canzone per me.

Era più facile quando lei ha iniziato oppure oggi farsi strada nel mondo della musica?

Era sempre difficile. La differenza è che prima c’era più preparazione, più cultura, e soprattutto ti davano il tempo di prepararti e di crescere. Adesso non c’è più tempo.

Più di cinquant’anni di carriera: quali sono i momenti che ricorda con maggiore emozione?

Ho incontrato davvero tanta gente. Però il momento più bello ed entusiasmante, che mi è rimasto nel cuore, è stato proprio la prima serata del Cantagiro, a Novi Ligure. Finita la mia canzone, scesa dal palco, andai ad abbracciare Garinei e Giovannini – i padri del Cantagiro – e mi venne da urlare “Papà”.  Lui non era lì con me ma io lo stavo cercando, mi mancava tantissimo in quel momento. Mio padre venne a sentirmi alla fine, quando ormai in qualche modo avevo dimostrato di aver realizzato un sogno.

Le difficoltà affrontate in questo lungo percorso?

Quando ho smesso, un periodo in cui non c’era più tanta richiesta per cantare in giro. Fortunatamente avevo attorno a me persone in gamba, che mi hanno aiutata a diventare una giornalista. Così ho continuato, ho superato quella fase in cui si spengono i riflettori. Sai, è arrivato un momento, questo di cui ti parlo, in cui non mi sentivo più all’altezza di stare sul palco, non credevo di avere canzoni importanti da cantare. Non amo la musica che non serve a niente, che è utile solo a riempire gli spazi vuoti e i silenzi.

Cosa rappresenta la musica per lei?

Rappresenta un momento di vita importante, un istante bello per la mia anima. Sono capace di ascoltare qualcosa e commuovermi ancora oggi, sempre. Posso anche ascoltare e provare indifferenza, ma ogni volta dentro provo l’entusiasmo di cantare, di vivere quella canzone, come fosse la mia prima volta. Penso che avrò dentro l’energia e la voglia di fare musica anche in punto di morte. Dal 1986 non ho una linea di febbre. Questa energia che mi porto dentro è vita, è musica.

Mi confida un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe tanto avere una bellissima canzone e presentarla, avere una grande platea, oppure una trasmissione breve in televisione. Oggi non si scrive neanche più per la televisione, si comprano format. Mi piacerebbe una cosa mia, esprimere ancora delle buone parole e una buona musica.