Quando l’onorevole Giuseppe Verdi non volle andare in Parlamento

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Giuseppe Verdi era lapidario. E pungente. Come quando l’amico librettista Francesco Maria Piave gli chiese notizie della sua vita parlamentare, Verdi fu tranchant: «La mia vita parlamentare non esiste». Glielo scrisse in una fantastica lettera del 4 febbraio 1865:

Per due lunghi anni fui assente dalla Camera, e dopo non vi ho assistito che ben di rado. Più volte fui per dare la mia dimissione ma qualche intoppo è nato sempre ad impedirlo, e sono ancora deputato, contro ogni mio desiderio, contro ogni mio gusto, se avervi né inclinazione, né attitudine, né talento. Ecco tutto. Volendo, o dovendo fare la mia biografia come membro del Parlamento, non vi sarebbe che a stampare nel bel mezzo di un foglio bianco, a grandi caratteri: I 450 non sono realmente che 449 perché Verdi, come deputato non esiste 

Se Verdi come parlamentare (fu deputato nel 1861 e senatore dal 1874) non esistette e brillò solamente per le sue assenze, fu invece ben presente nel dibattito politico del suo tempo. Lo testimoniano le oltre milleduecento pagine della corrispondenza che tenne con il collega senatore – almeno formalmente – Giuseppe Piroli (1859-1890), consigliere di Stato dal 1865 e senatore dal 1884, definito da Verdi stesso come «uno dei gran cucinieri che fanno bollire la gran pentola ove vi sono ben brutti intingoli».

L’interessantissima pubblicazione del Carteggio Verdi-Piroli si deve all’Istituto di Studi Verdiani di Parma (pagg. 1214, euro 69,90).

L’assai scarsa “vocazione” di Verdi a ricoprire la carica di parlamentare venne subito ribadita, il 5 febbraio 1861, in quella che è una delle primissime lettere che inviò al collega Piroli: «Voi siete Deputato al Parlamento per fortuna vostra, e dei vostri Elettori; io lo sono pure per disgrazia mia, e de miei Elettori» (riguardo, poi, il giuramento da senatore, al 12 dicembre del 1874, Verdi, svogliatissimo, non ne vuol sapere: «Non ho nissuna intenzione di venire per ora a Roma per dare il giuramento. Voi mi diceste che non v’era premura, ed io verrò quando voi mi scriverete che è indispensabile». Giurò l’anno dopo «attorniato da quei parrucconi», come commentò la moglie Giuseppina Strepponi).

Ad uno sguardo d’insieme è possibile notare una caratteristica comune a tutta la produzione “politologica” verdiana. Come annota il curatore della monumentale impresa, Giuseppe Martini, Verdi fu «sempre lucidissimo nell’individuare le cause di una situazione, possiede una capacità spietata di leggere la realtà e sintetizzarne le prospettive, e anche quando sembra motivato da pregiudizi, i fatti finiscono spesso per dargli ragione». E lo sapeva pure lui, Verdi, quando a Piroli confidò: «Potete credermi: io parlo poco, ma quel che dico è sempre vero».

In effetti, la realtà descritta da Verdi, nota sempre il curatore, pare «perfettamente sovrapponibile a quella odierna». Un esempio? La sete della politica per le tasche dei contribuenti e i politici dediti all’«assalto dei portafogli»:

Io non ho mai potuto capire come i nostri Uomini di Stato cercano di annientare le poche ricchezze che naturalmente abbiamo. È certo che se voi togliete le forze alle braccia dei lavoranti e le scorte a quelli che devono far lavorare il terreno che produceva per esempio l’anno passato dieci, ora produrrà otto, domani sei, finché non produrrà più nulla

Appunto, i politici. Per Verdi erano una piaga: «Non v’è nulla da sperare per noi quando i nostri Uomini di Stato sono pettegoli e vani come la più meschina femminetta»; ancor peggio se di sinistra, come scrisse alla vigilia delle elezioni del maggio 1880: «Leggo poco, perché io tremo sull’avvenire d’Italia. Forse ci voleva un’altro Ministero di Sinistra che facesse nascere qualche guajo serio…».

Impietoso, con la classe dirigente “moderata”, a seguito della sconfitta di Custoza: «La situazione è così desolante che non ho nemmeno la forza d’imprecare contro quel branco di incapaci, stupidi, parolai, fanfaroni che ci hanno portati alla rovina. E l’avvenire? Quando i rossi domanderanno: Signori moderati cosa avete saputo fare nei 6 anni del vostro governo? Un’armata senza organizzazione; e le finanze rovinate!». I tagli alla cultura? C’erano già anche quelli, anche se, come annota desolato, «abbandonare le Arti in Italia è come oscurare il Sole».

Non è per nulla assente la tematica musicale. Come, ad esempio, la querelle a seguito della morte di Rossini o il dibattito, nel 1870, sul «fare una buona legge sulla proprietà» per impedire contraffazioni (sulla Legge sul diritto d’autore è incentrata tutta l’Appendice numero 3 del II tomo), o a quello, tra 1870 e 1871, sulla didattica nei conservatori.

Ecco, a tal proposito, la ricetta, molto tradizionale, del maestro di Busseto: tanto studio del passato e nulla del cattivo presente: «Vorrei dunque pel giovine Compositore esercizj lunghissimi e severi su tutti i rami del Contrappunto. Studj sulle composizioni antiche, sacre e profane. Bisogna però osservare che anche fra gli antichi, non tutto è bello; quindi bisogna scegliere. – Nissuno studio sui moderni! Ciò parrà a molti strano; ma quando sento e vedo in oggi tante opere fatte come i cattivi sarti fanno i vestiti, non posso cambiar d’opinione. Quando il giovane avrà fatto severi studii; quando si sarà fatto uno stile, e che avrà confidenza nelle proprie forze, potrà bene, se lo crederà utile, studiare più tardi queste opere, e sarà a Lui tolto il pericolo di diventare un’Imitatore». Riguardo i cantanti, invece, «estesa conoscenza della musica = esercizi pell’emissione della voce = studj lunghissimi di solfeggio come in passato = esercizi di voce e parola con pronunzia chiara e perfetta. È inutile dire che questi studj musicali devono essere uniti a molta coltura letteraria». Queste le linee guida secondo Verdi. Possibilità di mediazione? Nessuna: «Potranno queste venire approvate da una Commissione? – Si? Eccomi allora pronto agli ordini del Ministro! – No?… Val meglio che me ne ritorni a S. Agata».

Innumerevoli (e quindi impossibili da riportare), infine, gli scambi sulla produzione operistica del compositore: Piroli, amante della musica e frequentatore di teatri, condivideva con Verdi opinioni, articoli, cronache, aggiornamenti sulle stesure, richieste soprattutto legate alla vita materiale dell’opera.

Una menzione andrà fatta, però, sull’Appendice numero 2 dedicata allo stornello Il Brigidino: 25 battute in Sol maggiore per voce e pianoforte su testo di Francesco Dall’Ongaro. Nulla di strano se non fosse che furono composte dall’annoiato onorevole Verdi il 24 maggio 1861, sui banchi della Camera, per ingannare il tempo.
In definitiva, come ben riassume Martini, «il carteggio è una sorta di periscopio. C’è, in queste lettere, il ghigno e la perplessità di Verdi, la rabbia e l’apprensione, molto teatro e molta idea d’arte, e sopra tutto la sua risata vitale, quella riservata a pochi». Leggere questo disincantato carteggio è come scoprire che il ghigno disilluso di Falstaff non fu, poi, così un fulmine a ciel sereno.