Roberto Pinetta, l’esploratore delle forme oltre il quadro

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In questo Paese ci sono, da sempre, due tipi di artisti: quelli veri e i cialtroni.

I cialtroni, di solito, li riconosci perché “se la tirano” come se fossero Giotto o Michelangelo e, alla fine, ti propongono – come se ti facessero un onore immeritato – delle croste peggiori di quelle che ci facevamo sulle ginocchia da bambini quando ruzzolavamo per terra in calzoni corti. Ogni tanto, alcuni di essi hanno la fortuna (per loro!) di incontrare un gallerista o un critico che – magari in cambio di commerci innominabili – li prende sotto la sua ala e riesce a convincere alcuni poveri di spirito di trovarsi al cospetto di un genio. E il danno è fatto!

Poi ci sono gli artisti veri, quelli davvero bravi, quelli che meriterebbero onori e glorie e che – spesso – riescono ad ottenerli solo post mortem.

Sono artisti a volte così timidi e riservati da non rendersi nemmeno del tutto conto della loro bravura e della loro potenzialità. Roberto Pinetta è uno di questi: un artista con la “A” maiuscola e, per fortuna sua e di tutti noi,  è ancora vivo e in ottima salute, ma il pubblico e la critica cominciano finalmente ad apprezzarlo come merita. Nato a Roma nel 1951 dove tutt’ora risiede, autodidatta, Pinetta crea opere splendide e inconfondibili che riescono a trasmettere a chi le osserva un senso di gioia e di spensieratezza. E questo già potrebbe bastare poiché chi è in grado, con la sua opera, di generare emozioni, è senza dubbio un artista.

Le sue sono figure sinuose, i corpi senza volto, possono ricordare le volumetrie del cubismo e la pittura metafisica di De Chirico, ma limitarsi a questo nel giudizio sarebbe riduttivo e pensare che possa essere solo un bravo imitatore, un insulto.

Pinetta è Pinetta, il suo mondo – benché abbia, come tutti, risciacquato i propri panni nella storia della pittura – è un mondo totalmente a sé, raffinato ed elegante, pop e liberty, cubista e metafisico, formale e informale, naif e surrealista. Indefinibile, incatalogabile, inconfondibile. In una sola parola: pinettiano.

Ma Roberto Pinetta è anche un esploratore delle forme, alla continua ricerca di nuove emozioni per se stesso e per gli altri. Ha creato i quadri double-face, dove, in un gioco di listelli di cartoncino o di legno, due dipinti vengono montati sullo stesso supporto e sono visibili – l’uno o l’altro, o un mix di entrambi – a seconda della posizione in cui si colloca chi osserva. Non contento, ha creato i quadri “in movimento”: un gioco tridimensionale di poliedri piramidali a punta mozza, dove le scene dipinte mutano di posizione e prospettiva mentre l’osservatore passa loro davanti. Quasi una magia, quadri “vivi” che balzano fisicamente fuori dalle cornici e aprono nuove finestre sul mondo incantato di questo incredibile artista.

Esposto in permanenza alla prestigiosa Galerie Tanguy di Parigi, presenza immancabile alla manifestazione dei 100 pittori di via Margutta e con quadri esposti in tutto il mondo, Pinetta – a differenza di molti meno meritevoli di lui – non si dà arie. Continua a lavorare in un piccolissimo atelier in un quartiere popolare della Capitale e spesso e volentieri, si diverte ad esporre le proprie opere anche sulle bancarelle del mercatino antiquario di Ponte Milvio. Se avete fortuna, potete incontrarlo lì, sulle rive del Tevere, e comprare uno dei suoi quadri prima che le quotazioni diventino proibitive.