Marco Marsullo: “E se Dio fosse uno di noi?”

0
9

Marco Marsullo (Napoli, 1985) è uno scrittore italiano. Il suo primo romanzo è Atletico Minaccia Football Club (Einaudi Stile Libero, 2013). Grazie a questo libro è stato ospite fisso a  Quelli che il calcio su Rai Due. Il secondo, uscito nel giugno  2014 con Einaudi Stile Libero, è L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggirono alle Miserabili Monache. Del 2014 , scritto insieme a Paolo Piccirillo, è Dio si è fermato a Buenos Aires (Laterza-Contromano). Il suo terzo romanzo, I miei genitori non hanno figli, esce nel 2015 con Einaudi Stile Libero, mentre nel 2016 con Rizzoli pubblica Il tassista di Maradona. Il suo nuovo romanzo è Due come loro, in libreria dal 20 marzo 2018, per Einaudi Stile Libero.

Sei stato definito una delle “voci fresche della narrativa italiana”. Ti piace come definizione?

Fresca, calda, va bene tutto, purché sia una voce. Per chi di mestiere racconta le storie, la cosa più importante è avere una voce. Di solito, fresca, in Italia, si associa a qualcosa di giovane e pop. Ho trentatré anni e mi sto facendo grandicello. Il mio vantaggio, che è pure uno svantaggio, è aver esordito a ventisette anni. Un bambino, praticamente, per la narrativa nostrana. Sto crescendo, la voce si sta riscaldando.

Un impiegato che lavora per Dio e per il Diavolo. Un conflitto d’interessi. Come se la vive il tuo personaggio?

Shep sta nel mezzo, proprio come ognuno di noi. È un esecutore, un po’ canaglia, un po’ buon samaritano. Niente di più e niente di meno che un essere umano comune, come ognuno di noi.

Ma se Dio per tutti noi comuni mortali è onnipresente e sa tutto per definizione, che messaggio vuoi far passare? Che il Padreterno si diverte col Diavolo e che gioca al gatto col topo o che non è così “onnipresente”?

Mi incuriosiva raccontare il lato umano del divino. Dio e Diavolo, nel romanzo, sono umani. Hanno tic, manie, fragilità, riconoscibili nell’uomo. Ma restano sempre i creatori del Bene e del Male. Come a dire: “e se Dio fosse uno di noi?”.

E il Diavolo, come te lo immagini?

Colto, intelligentissimo, disponibile. È il dolore più grande collante dell’umanità. Volevo raccontare di un Diavolo più con le mani in pasta rispetto a Dio, che osserva in silenzio e sembra più distratto, perché più amato.

Ma tu a Dio e il Diavolo, in fondo, ci credi?

Sono cresciuto con De Andrè: ho una visione di curiosità, quasi un’ossessione, ma non sono credente.

Il tuo è un romanzo che parla anche di relazioni finite, degli strascichi che si lasciano dietro. Come si sopravvive a quello? A chi ci si appella?

Il passato delle persone è pieno di cose del genere. Tutti abbiamo lasciato e tutti siamo stati lasciati. E il dolore che ci siamo portati dietro è la nostra carta d’identità per gli imbarchi futuri. A ogni nuovo incontro, bisogna fare i conti con quelli di prima. Di solito ci si appella al destino, più che a una divinità. Al destino e al futuro.

Un libro che è una black comedy che sembra una sceneggiatura perfetta per una serie o un film. E’ in programma?

Ci stiamo lavorando. Sarebbe un progetto audace. Mai come con questo romanzo, rispetto a tutti i miei altri, sono convinto che ne uscirà qualcosa. Ci vorrebbe Netflix, però, probabilmente, per un progetto del genere.

Lavorare per Dio e per il Diavolo: alla fine non è quello che facciamo tutti?

D’accordissimo. Servitori del bene e del male, acca ventiquattro, tutti i giorni della nostra vita. Siamo un guazzabuglio di sentimenti, quotidiani, sempre in contrapposizione tra loro. Ed è bello così. Almeno, a me affascina molto questa natura umana.