Miriam Candurro: “Lasciamo i nostri figli liberi di guardarsi intorno”

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Miriam Candurro, attrice e adesso anche scrittrice, si racconta a Off tra ricordi d’adolescenza, presente da mamma e piccoli sogni per il futuro.

Prima di affrontare il tuo presente, ti chiedo di fare con me un passo indietro e tornare agli anni della tua adolescenza, che è l’età dei protagonisti del tuo primo romanzo, Vorrei che fosse già domani (edito Garzanti, ndr). Che sognatrice era la Miriam di allora?

Ero una gran sognatrice, l’atto di sognare, nel suo significato più pratico, era la cosa che amavo fare di più, chiudevo gli occhi e immaginavo qualcosa di diverso. Ero una ragazza con una vita normale, vengo da una famiglia come tante, senza sfarzi, e da una zona popolare di Napoli, forse anche quello mi ha spinto a sognare qualcosa di diverso.

E il tuo futuro come lo immaginavi?

Ho sempre sognato, come ti dicevo, ma io, di fatto, sono sempre stata una persona pratica, quindi, quando pensavo al mio futuro, mi immaginavo insegnante. Quella era la mia ambizione, infatti mi sono laureata in Lettere Classiche. Anche oggi sono così, mi pongo sempre obiettivi pratici, raggiungibili, quelli non raggiungibili mi mettono in una condizione di ansia che non mi piace. Quindi vado avanti a piccoli passi, puntando a qualcosa che so di poter ottenere con il mio impegno. E poi riparto dai risultati raggiunti.

Prima facevo cenno al tuo romanzo, Vorrei che fosse già domani. Si tratta di una storia  che affronta la delicata fase dell’adolescenza. Oggi che sei mamma, come guardi a quel periodo della vita?

Con una consapevolezza diversa rispetto a quello che è il ruolo dei genitori in quella fase della vita. Da adolescente, non ti senti capito fino in fondo e soffri quello che pensi sia una sorta di abbandono da parte dei tuoi. Da madre, però, mi rendo conto che è quello che farò anch’io: fare un passo indietro non significa affatto abbandonare. L’adolescenza è un momento cruciale della vita, che bisogna affrontare e superare, anche soffrendo. Bisogna imparare a confrontarsi con la realtà, che non sempre corrisponde a quello che pensi e che vuoi. Se non impari in quel momento, non impari più, perché è un periodo di prova. Quell’abbandono che avverti, ma che di fatto abbandono non è, è un modo per permetterti di imparare a stare al mondo. Chi non abbandona i propri figli a quell’età, lasciandoli liberi di guardarsi intorno, toglie loro la possibilità di crescere in modo sano.

Tra qualche anno i tuoi figli attraverseranno quella fase, quali sono le tue paure?

Sono tante, molte di più di quelle che avevano i miei! (scoppia a ridere, ndr) I ragazzi di oggi arrivano a quell’età con delle consapevolezze diverse, di se stessi, dei propri limiti e dei propri mezzi. Noto che, ai giovani d’oggi, molto spesso manca l’imbarazzo di esporsi e di affrontare il mondo che c’è fuori, che – per carità – non è necessariamente un male, ma tante volte non hanno ancora la maturità per gestire questa cosa. Hanno tanti mezzi, di conseguenza anche la possibilità di fare più cose, ma non la piena maturità per utilizzarli al meglio. E questo mi fa paura, lo ammetto.

E’ più difficile essere adolescenti o raccontare l’adolescenza?

Essere adolescenti è difficile, raccontare l’adolescenza è tenero e divertente. Perché, se ne parli, significa che l’hai sfangata! Quindi, nei confronti degli adolescenti, ti poni con una tenerezza nuova, perché sai che tutte le ansie e le preoccupazioni di quell’età non sono nulla, però ti sembrano insormontabili.

Chi sono Paolo e Cristina, i protagonisti del tuo libro?

Dei ragazzi che ho voluto raccontare da due prospettive diverse. C’è un racconto in terza persona, del tutto oggettivo, che li descrive così come sono. E poi, di tanto in tanto, avviene un’immersione nella loro psiche, nella loro intimità, nella loro percezione di se stessi. L’adolescenza è così, un conto è come appari, un altro è il modo in cui tu ti senti. Quindi ho voluto raccontare questa contrapposizione, che a volte fa anche sorridere, perché ti rendi conto di quanta distanza ci sia tra quello che noi vediamo e quello che vede un adolescente. Paolo e Cristina, in fondo, sono due ragazzi come tanti altri, normali, non bellissimi, non brillanti. Ho voluto raccontare una storia comune, sensazioni comuni, che certamente tutti abbiamo provato a quell’età. Ho scelto di rivolgermi a chi adolescente lo è ancora, per far capir loro che non sono soli, e a noi che ci siamo già passati. È un modo per far pace con la nostra adolescenza.

Ma tu, se potessi correggere qualcosa della tua, cambieresti qualcosa?

Tantissime cose! Innanzitutto ti dico che, se il frutto di quegli anni è quello che sono oggi, allora sono felice che sia andata così. Però, se potessi cambiare la mia adolescenza pur restando quella che sono adesso, allora modificherei la percezione che avevo di me stessa. Ero piena di complessi, non mi accettavo, mi sentivo sempre fuori luogo. Infatti, a Cristina, la protagonista del mio libro, ho dato un’ironia che io non avevo, una sicurezza che non mi apparteneva.

Prima che come scrittrice, tu sei nota al grande pubblico come attrice. Entrambi i ruoli ti permettono di metterti a nudo attraverso il personaggio che interpreti o racconti. Qual è la differenza tra mettersi a nudo nella scrittura e nella recitazione?

C’è un abisso. Quando reciti, ti metti a nudo, ma ti nascondi dentro un personaggio. La tua faccia e il tuo corpo sono al servizio di un ruolo, che di fatto ti permette di scaricare tutte le responsabilità. Quando scrivi, non puoi essere altro che te stesso. Sono le tue sensazioni, non hai vie d’uscita, c’è un’esposizione maggiore.

Il tuo esordio come attrice avviene nel 2004 con Certi bambini di Andrea e Antonio Frazzi, da allora ti dividi tra il grande e il piccolo schermo. In quasi quindici anni di set, in cosa sei cambiata?

Come attrice, sono certamente più consapevole, conosco bene i miei limiti e anche le cose che so affrontare al meglio. Quando ho iniziato, ho fatto un salto nel vuoto. Oggi conosco i miei punti di forza, so dove andare a cercare certe sensazioni che mi servono per entrare in alcuni ruoli. Come donna, è cambiato tanto, ho iniziato che ero una ragazzina, avevo vent’anni. Oggi so esattamente cosa voglio e cosa non voglio, so assecondare le mie evoluzioni, che non avvengono necessariamente nell’arco di anni, ma a volte nell’arco di poche settimane o mesi.

Da qualche anno, inoltre, sei uno dei volti più amati della soap opera Un posto al sole, in cui interpreti Serena. La soap ha appena festeggiato il traguardo delle 5000 puntate, qual è il tuo bilancio a sei anni dal tuo esordio?

Un bilancio più che positivo. C’è un equilibrio che definirei miracoloso, mettere d’accordo tanti attori e tante guest, saper convivere in maniera più che civile, ma davvero affettuosa, non succede spesso. Viviamo come se fossimo una famiglia, gioiamo se qualcuno ha un successo, soffriamo delle sconfitte altrui. Il set di Un posto al sole mi ha permesso di crescere umanamente e professionalmente, sono onorata di farne parte.

Entrare ogni sera nelle case degli italiani ha i suoi vantaggi, ma non hai mai avvertito come un limite il fatto di venire associata al tuo personaggio?

No, perché sono stata fortunata. All’inizio, lo ammetto, ero convinta che sarei stata Serena e nient’altro. Invece ho avuto la possibilità di fare altre importanti esperienze. Quindi il limite, forse, l’ho avvertito solo durante i primi tempi. Poi, però, ho capito quanti vantaggi avesse far parte di un set del genere. Ho notato, ad esempio, un’importante crescita a livello di recitazione, perché noi studiamo quotidianamente, viviamo il set quotidianamente, impariamo a stare sul set, a sostenere ritmi serrati. Quando lavoro ad altre produzioni, mi sento avvantaggiata.

In Italia c’è una sorta di snobismo verso gli attori che lavorano nelle soap. All’estero si dividono tra serie tv e cinema, mentre in Italia pochi volti riescono ad affermarsi nel cinema, se hanno un passato nella lunga serialità. Tu di esperienze sul piccolo e grande schermo ne hai fatte tante, ma hai mai avvertito questa discriminazione?

Io, in realtà, questo atteggiamento lo noto in ogni ambito, non solo verso gli attori di soap. Se sei una giornalista, non puoi permetterti di fare una trasmissione pomeridiana, leggera, perché perdi di credibilità. Se sei uno scrittore, devi essere impegnato. Noi, qui in Italia, abbiamo un atteggiamento di snobismo a prescindere: se sei uno di nicchia, piaci; se sei popolare, fai schifo a tutti. Pensa alla musica pop, ad esempio, c’è sempre una sorta di puzza sotto al naso verso gli artisti che fanno pop. In Italia, ci piace molto guardare l’erba del vicino e disprezzare la nostra. Stiamo sempre lì a chiederci «Ma come ha fatto quello a fare successo?»

Torniamo alla tua attività di attrice. Nel tuo curriculum manca il teatro, si tratta di una scelta o di un caso?

Assolutamente di una scelta. Sono terrorizzata dal palcoscenico. Faccio i conti con il fatto di non avere un’appartenenza per titolo a questo lavoro, non ho studiato per fare l’attrice e questa cosa me la porto dietro. Mi sento sempre un po’ fuori luogo, non tanto nel cinema o in televisione, ma sul palco. Mi sembra di mettermi in un posto che non mi spetta. È una forma di insicurezza mia, che però assecondo e non forzo, non la vivo come un limite. Magari prima o poi succederà e cederò, chi lo sa! 

C’è un sogno che vuoi ancora realizzare?

Il prossimo obiettivo che ho è quello di scrivere un libro tutto mio. Vorrei che fosse già domani è scritto a quattro mani con Massimo Cacciapuoti, ci siamo aiutati a vicenda, è stato un percorso lungo. Avverto, però, che ci sono delle cose non del tutto mie, che non mi appartengono fino in fondo. Quindi sogno un libro mio soltanto, sì.

L’ultima domanda che ti faccio è legata al nome del nostro giornale. Quindi ti chiedo di raccontarmi un’esperienza off della tua vita.

Questa domanda è tosta, quanto tempo ho per pensarci? (scoppia a ridere, ndr) Certamente un momento importante, decisivo, di non ritorno è stato quando sono diventata mamma per la prima volta. In quel momento ho capito che non ero più io il centro di me stessa. C’è stato anche un cambio netto di percezione della mia vita, ho cambiato i miei ritmi, le mie scelte, i miei piani. Prima stavo fuori per mesi per girare un film, poi ho rimesso in discussione tutto. È stato un punto di arrivo e di un nuovo inizio. Poi è stato importante il momento in cui sono stata scelta per il mio primo film, prima di allora non pensavo di fare l’attrice, ho fatto il provino così, quasi per gioco, di certo non mi sarei immaginata di ricevere quella chiamata che mi diceva «Ti vogliamo come protagonista». In quel momento mi sono chiesta «Che faccio? Accetto e cambio la mia vita o continuo a fare quello che ho sempre fatto?». Alla fine ho accettato ed eccomi qui.