La Grande Guerra degli Alpini nella serie tv di Carlo Carlei

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Carlo Carlei è uno dei nostri registi con maggior respiro internazionale: il suo primo film, La corsa dell’innocente, diventa presto un cult negli Stati Uniti, dove viene acquistato e distribuito dalla Metro-Goldwyn-Mayer per gli States e dalla Walt Disney per il resto del mondo, raggiungendo la nomination ai Golden Globe 1994 per il Miglior film straniero dalla Associazione Stampa Estera di Hollywood, cui si aggiunge quella in patria ai David di Donatello come miglior regista esordiente. Il film ottiene anche altri importanti riconoscimenti in vari festival internazionali (Toronto, New York, Montréal, Telluride, Denver, Millvalley, Tokyo) aggiudicandosi, tra gli altri premi, due Golden Arrows all’International Hamptons Film Festival per Miglior film e Miglior regista.  

Gira successivamente il film Fluke, basato sul romanzo omonimo di James Herbert, interpretato da Matthew Modine e prodotto dalla MGM. In Italia alcuni dei suoi successi sono legati alle fiction su Padre Pio, Enzo Ferrari e I bastardi di Pizzo Falcone.

Con il suo ultimo lavoro, Il Confine, rievoca la Grande Guerra a 100 anni dalla sua conclusione.

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Come nasce il progetto di Il Confine?

C’era un soggetto di Laura Ippoliti che ha vinto un concorso per celebrare il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, intitolato Il Confine e che è stato selezionato tra molti che furono proposti alla Rai. Questo è risultato vincitore e dopodiché mi è stato proposto di collaborare alla sceneggiatura insieme a Laura Ippoliti e Andrea Purgatori; abbiamo fatto il copione e poi da lì è stata anche abbastanza veloce la messa in produzione. Ovviamente abbiamo dovuto selezionare moltissimi attori, soprattutto giovani, perché quelli che venivano mandati al massacro erano ragazzi, i cosiddetti “ragazzi del ’99. Quindi la parte del cast, che ho curato insieme alla mia casting director abituale Adriana Sabatini, abbiamo selezionato moltissimi attori giovani.

Una fiction storica richiede anche molta cura nei dettagli…

Infatti abbiamo dedicato molto tempo alla ricerca delle location, che è anche la ricerca maniacale e fisiologica di tutti i dettagli, soprattutto nei costumi, nella scenografia: ci sono voluti tre mesi di preparazione. Abbiamo ristretto un po’ la cerchia ad un’area che abbiamo trovato nelle Alpi Carsiche, perché sarebbe stato molto complicato passare dal Trentino Alto Adige al Friuli; quindi ci siamo ci siamo concentrati su quelle battaglie combattute sul Carso e abbiamo fatto una ricerca molto specifica proprio su un paio di battaglioni degli Alpini. Volevamo raccontare una storia anche di Alpini, un corpo che ha dato tantissimo e che ha sacrificato molti dei suoi soldati sull’altare della Prima Guerra Mondiale. Dopodiché abbiamo cominciato ed è stata una delle esperienze più belle della mia carriera: ho fatto un po’ da chioccia a degli attori molto giovani ma anche molto disciplinati, anche tra di loro si è creato un senso cameratesco, si supportavano a vicenda. Non abbiamo avuto particolari situazioni negative dal punto di vista meteorologico, anche se, avendo cominciato a girare a maggio, siamo finiti a luglio con temperature che di giorno, soprattutto sul Carso,  erano abbastanza proibitive, fino a 35/40 gradi. Cast e troupe hanno operato con un grande spirito di sacrificio per onorare chi si è sacrificato veramente in guerra. Anche al giorno d’oggi vengono ogni tanto ritrovati dei corpi: è stato un conflitto che ha sacrificato centinaia di migliaia di giovani vite.

La Grande Guerra fu solo “un’inutile strage”, come disse Benedetto XV?

Tutte le guerre sono folli, ma il fatto di morire, di farsi ammazzare e massacrare dal fuoco nemico per avanzare solo di dieci metri ogni sei mesi e poi magari indietreggiare tre mesi dopo…Insomma, credo che sia stata una delle guerre peggio combattute della storia dell’umanità.

Gli attori Alan Cappelli Goetz (S), Caterina Shulha (C) e Filippo Scicchitano,  ANSA / ETTORE FERRARI

Viene considerata la conclusione del Risorgimento italiano: è d’accordo?

A quel punto l’Italia era già uno Stato unitario. Il problema è il concetto stesso di confine, vale veramente la pena avere dieci milioni di morti, più tutti i civili che muovono per malattie e carestie legate alla guerra, per ridefinire i confini geopolitici di un continente? 

I confini continuano a scatenare guerre anche oggi: non abbiamo imparato nulla da quella lezione?

In questi ultimi giorni sono stati uccisi sessanta palestinesi per una guerra di confine. Lo dico senza nulla togliere a quello che è stato il destino del popolo ebraico nella storia, quindi con tutto rispetto e assoluta onestà intellettuale. Ho fatto anche un film sull’Olocausto, proiettato in molti musei ed è stato riconosciuto dalla Shoah Foundation di Spilberg come film di grande rilevanza storica. Sono particolarmente attento alla causa ebraica e mi chiedo se i leader attuali rappresentino veramente il pensiero della maggior parte degli israeliani -come Trump non rappresenta tutta l’America. Non credo che i leader attuali si adoperino più di tanto per la pace, anzi direi il contrario; d’altro canto Rabin, che era un grande leader, un leader che era stato anche duro ma che stava lavorando per ottenere finalmente una pace stabile, è stato assassinato. Quindi il problema è: quanto sono illuminati i leader che devono fare delle scelte?

Il Confine tratta la tematica dell’irredentismo e di una città come Trieste che rappresentò per anni la Gerusalemme italiana: come si viveva nel 1914?

Trieste è una città di confine in cui, prima dello scoppio della guerra, in un certo senso convivevano in un clima di tolleranza etnie diverse con abitudini diverse, gli Austriaci e gli Italiani, con l’impero austro-ungarico che ha lasciato una grande impronta soprattutto grazie ai tesori architettonici,  che fanno di Trieste una città  unica e molto più vicina alla Mitteleuropa che all’architettura umbertina dell’epoca. Prima dello scoppio della guerra c’era  una sorta di tolleranza. Fin quando la pace non diventerà un obiettivo concreto piuttosto che una bandierina da sventolare all’Onu, continueremo ad avere delle guerre, come quella che scoppiò dopo l’attentato a Sarajevo.

Secondo lei perché il cinema italiano, ancora di più delle serie tv, attinge ancora poco al nostro grande patrimonio storico? Mancanza di coraggio, mancanza di visione?

In Italia le scelte editoriali, sia del cinema che della televisione, molto spesso sono dettate dalla paura e dal conformarsi a degli schemi che si pensa siano gli unici sicuri. Così come nel cinema italiano in questo momento si fanno solo commedie: è raro vedere un film originale, perché si pensa che solo con le commedie si possa raggiungere un largo pubblico, mentre invece abbiamo scoperto che non è vero. Questo significa che c’è un mercato saturo con una sequela di cloni, che comunque non incontrano più il favore del pubblico. Io sono molto contento della mia carriera. Ho sempre spaziato fra i generi: Padre Pio,  Ferrari, L’aviatore, Il giudice meschino, il noir noir I bastardi di Pizzofalcone. E ora sono tornato indietro nel tempo con un film sulla Prima Guerra Mondiale. È importante per un cineasta, ma anche per chi poi in un certo senso prende le decisioni su cosa produrre. La qualità della scrittura, della messa in scena, della recitazione a volte fanno la differenza; purtroppo la critica cinematografica ora è molto marginalizzata e lo spazio sui giornali è sempre meno.

La tv, spesso accusata di “spazzatura”, sta invece rilanciando alla grande le serie tv. L’offerta ha superato quella del grande schermo secondo lei?

La televisione in questo momento ha quasi soppiantato il cinema, in quanto a qualità ed originalità, non solo delle storie, ma anche dalla capacità di messa in scena. I più grandi talenti in America ormai lavorano per la televisione, che ha soppiantato il cinema indipendente. Secondo me sarebbe fondamentale che nella televisione ci fossero anche dei distinguo da un punto di vista critico. Una volta c’era il cosiddetto indice di gradimento, che purtroppo è stato spazzato via perché non faceva comodo alla raccolta dei fondi pubblicitari. Quello che è fondamentale è cercare di capire che anche nella televisione si può fare qualcosa che va al di là del semplice mestiere. Anche quando si fa televisione si può essere ispirati, si può essere perfezionisti, ci possono essere attori che danno una performance all’altezza, se non migliore, di tanti colleghi che lavorano invece solo per il grande schermo. Quindi sarebbe anche importante capire che i confini tra televisione e cinema sono sempre più labili, che la televisione sta soppiantando il cinema: non è uno scatolone in cui quello che conta è solamente l’audience. Bisogna anche capire che nel ventaglio di una produzione di un network, o della televisione nazionale, ci dev’essere un’offerta variegata, che dia la possibilità di trattare temi diversi e di trattarli al meglio.