Adriano Tarullo, lo stile dei “vecchi” cantautori

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In un tema delle scuole elementari scrisse che il suo sogno era diventare come Michel Platini. Poi, durante l’adolescenza passata in un convitto, ha imbracciato una chitarra elettrica. «Un convittore più grande ce l’aveva nel suo armadio. Me la fece provare per un pomeriggio intero». Da lì è iniziato tutto per Adriano Tarullo, cantautore e chitarrista nato nel 1976 e cresciuto tra gli appennini abruzzesi.

«Una parte della mia mente non pensa, suona» dice il songwriter, per il quale la musica rappresenta uno strumento importante per veicolare messaggi personali, di amore e di dolore. Ne sono una dimostrazione i dodici inediti che compongono Storie di presunta normalità, il suo ultimo album.

«Nei precedenti ho messo in evidenza generi musicali come il folk-rock e il blues. Ho anche riadattato canti tradizionali. In questo ho voluto mettere in primo piano le canzoni» spiega.

«Questo disco – aggiunge – nasce dalla volontà di comporre un album nello stile dei vecchi cantautori. Senza inventare nulla di nuovo ma cercando, per quanto possibile, di seguire le loro orme. Cercando innanzitutto di raccontare storie, quelle che mi capita di vedere nella mia vita, sforzandomi di far conciliare l’aspetto musicale, che per me ha un valore rilevante, con quello letterario, in cui la canzone italiana ha saputo farsi riconoscere. Solo nel brano L’arte di una madre non sono riuscito a conciliare le due componenti, quella musicale e quella letteraria, seguendo quello che era in origine la mia idea di composizione: creare un brano strumentale associandogli dei versi, senza l’obbligo di cantare una melodia vocale».

Con questo lavoro il cantautore abruzzese abbandona il dialetto, che gli ha portato non poche soddisfazioni, dalla chiamata in Belgio come rappresentante della musica dialettale abruzzese alla candidatura nella lista delle Targhe Tenco per Anch’io voglio la mia auto blues.

Una scelta, quella del dialetto, che denota un profondo legame con la sua terra: «Dell’Abruzzo amo il suo territorio, la genuinità degli abruzzesi. Non amo la poca importanza che gli abruzzesi danno alla loro cultura più profonda».

E pensare che ai suoi esordi cantava in inglese: «Un disastro!» commenta Adriano, che deve la nascita della sua prima canzone a Bruce Springsteen: «Un giorno, dopo un periodo in cui ascoltavo solo musica strumentale, vidi un documentario in cui registrava in studio. Ho riscoperto la potenza che aveva la canzone e ne ho scritto una con il suo stile. Parlava di montagne. Era come se avessi raccontato il Nebraska d’Abruzzo».

Ed ora, dopo aver descritto con piglio intimo e rionale la vita che si consuma attorno a lui, confida: «Sto scrivendo un brano tipo Jingle Bells. Vorrei campare di rendita».