Le frequentazioni piccanti di Artemisia

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Artemisia, Gentileschi, Autoritratto come suonatrice di liuto Public domain, via Wikimedia Commons

Tra le artiste che più hanno cercato la parità con gli uomini nella loro professione, c’è Artemisia Gentileschi (Roma, 1593-Napoli, dopo il 1654). Per tutta l’esistenza la pittrice di origine toscana, ha lottato per affermare la parità tra gli uomini e le donne, considerate e pagate meno dei maschi.

Il 30 gennaio 1649, ormai celebre in tutta Europa, scriveva a uno dei suoi ultimi committenti, don Vincenzo Ruffo, a giustificazione di essersi fatta pagare una Galatea la cifra importante di 160 ducati: «Padron mio, in qualunque parte io sono stata mi è stata pagata cento scudi l’una la figura tanto a Fiorenza, quanto a Venetia e quanto a Roma e a Napoli…Purtroppo il nome di una donna fa star in dubbio sinché non si è visto l’opra…». Chiara allusione allo scetticismo mascolino allora imperante.

Famosa per lo stupro da parte del famigerato Agostino Tassi, Artemisia è passata alla storia come una vittima. Ma su questo i documenti e gli studi recenti raccontano una storia un po’ diversa.

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Artemisia Gentileschi, 1620, olio su tela, 86×125 cm, Szépmuvészeti Múzeum, Budapest, Public domain, via Wikimedia Commons

Fu davvero vittima Artemisia e di chi?

In parte sì. Lo fu del padre, vedovo e gelosissimo, che la trattava «come moglie», quando da ragazza era il suo garzone di bottega e imparava a dipingere. La faceva «posare nuda» e non la voleva far maritare. La faceva spiare dalle vicine di casa. Un rapporto difficile, che durerà tutta la vita.

Lo fu della mentalità del tempo, che considerava «puttane» e «madonne di bordello» le ragazze libere e decise a fare un lavoro, la «pittora», considerato maschile. Non si perdonavano loro l’intraprendenza, l’autonomia ed anche la bravura.

Lo fu per breve tempo anche del pittore Agostino Tassi, tombeur de femmes impenitente e bugiardo nato, che un bel giorno le fece violenza com’era suo solito fare con le donne.

Ma lei, invaghita, continuò ad avere rapporti con lui anche dopo sperando in un matrimonio, che lui non poteva fare perché sposato.

Ma se fu vittima, lo fu per poco perché col suo carattere forte superò ogni cosa. Arrivata a Firenze ventenne, dopo il processo per stupro, si inserisce nell’entourage mediceo e si trasforma in una sofisticata gentildonna, corteggiata e ricercata. Sposata e spesso incinta, non le sono mancati gli amanti, tra cui un bel giovane nobile, Francesco Maria Maringhi, con cui intrattiene una appassionata relazione che durerà sino alla morte. Un fitto carteggio ce ne rivela i dettagli. Ma non fu l’unico e il marito, umiliato e stanco di «avvere le corna», finirà con l’andarsene.

Artemisia Gentileschi, olio su tela, 170×119 cm, Collezione Graf von Schonborn, Pommersfelden, Public domain, via Wikimedia Commons

E le frequentazioni? Piccanti e di tutti i generi. L’élite colta di Firenze, Venezia, Roma, dell’Europa intera. Re, vicerè, ambasciatori. E ancora artisti e musicisti di grido, tutti la volevano.

Ma la spregiudicata Artemisia non disdegnava neppure le osterie, i bassifondi romani, dove i pittori nordici, i cosiddetti “Bentvueghels”, eccelsi paesaggisti, ma dalla vita orgiastica e peccaminosa, la trattavano a par loro. Questi sì. Lo racconta un magnifico disegno attribuito a Leonaert Bramer con un’Artemisia ironicamente baffuta e curioso cappellino. Con lei, Claude Lorrain, Gerrit van Honthorst, David de Haen, 1620.

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