“La grandezza dei tragici, messaggio universale che vale anche oggi”

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Edipo a Colono, Ph Gianni Luigi Carnera
Edipo a Colono, Ph Gianni Luigi Carnera

Capita spesso che chi proviene da una lunga gavetta teatrale, arrivi dopo un certo tempo a “sfondare” le porte del piccolo e grande schermo, ma per fortuna qualcosa  nel cosiddetto “sistema” si sta smuovendo. Roberta Caronia ne è l’esempio. Diplomatasi nel 2002 alla Silvio D’Amico, ha cominciato da subito a calcare le tavole del palcoscenico, lavorando con registi come Walter Pagliaro, Giorgio Albertazzi, Valter Malosti.

Recentemente ha lasciato il segno nella serie di successo Il Cacciatore, diretta da Stefano Lodovichi e Davide Marengo (andata in onda su RaiDue e attualmente disponibile su Amazon Prime Video), dando vita a una struggente Vincenzina Marchese (moglie del boss Leoluca Bagarella). Quando la si ascolta, la Caronia emana un grande entusiasmo verso la vita e il suo lavoro-passione perciò lasciamo spazio a lei.

Roberta, partiamo dal teatro, che è stato ed è centrale nella tua formazione e nel percorso professionale. Hai avuto un grande successo con Ifigenia in Cardiff (è stato in scena all’Argot di Roma a febbraio e la Caronia è stata insignita per questo ruolo del premio Virginia Reiter 2017), un testo molto impegnativo e anche politicamente scorretto. Com’è nato questo progetto?

Abbiamo avuto la fortuna di presentare un primo studio nell’ambito della rassegna romana “Trend – Nuove frontiere della scena britannica” curata da Rodolfo di Giammarco e lo ringraziamo ancora in quanto è stato lui a proporre questo testo a Valter (Malosti, il regista, nda). Abbiamo voluto proseguire dando vita a un vero e proprio spettacolo, debuttando alla scorsa edizione delle Colline Torinesi, che è stata un’ottima vetrina. Il 13 luglio è in programma a “Territori – Festival di teatro in spazi urbani” a Bellinzona e mi auguro di poterlo portare ancora tanto in giro, toccando, tra le varie città, anche Milano.

Che tipo di lavoro avete fatto?

Abbiamo realizzato una scrittura scenica partendo dal testo originale Iphigenia in Splott scritto da Gary Owen (traduzione di Valentina De Simone), conferendo delle inflessioni ai vari personaggi, c’è chi parla romanesco, chi una sorta di slavo. Bisognava tradurre lo slang del testo di partenza con il nostro immaginario della periferia, meticciando il più possibile il tessuto sociale. Si tratta di una storia molto alla Ken Loach.

La difficoltà – a livello interpretativo – consiste nell’iniziare “a bomba”, trascinandoti in questo vorticoso mondo dell’alcool, con un incipit ritmicamente molto sostenuto. Proprio per queste ragioni non si può presentare subito la protagonista in maniera empatica perché altrimenti lo spettatore non ne coglierebbe né apprezzerebbe l’evoluzione. Da una condizione di emarginazione scaturisce un’anima e questo è ciò che mi commuove quando vedo, ad esempio, i film dei Dardenne. Effie ti sorprende per l’architettura emotiva di cui è capace – spiazzando tutti – e questo per me, in quanto attrice, è bellissimo. Oggi l’attore deve essere autore, non lo dico meramente nell’accezione dello scrivere i testi, ma perché tutte le parole che dice deve farle sue altrimenti recitare non ha senso. Bisogna avere consapevolezza totale di quello che si sta dicendo, provando ad appropriarsi di quell’opera mediante l’emotività e il background di esperienza personale. Sarebbe bello non essere solo funzioni di un processo, ma processo stesso.

Ifigenia in Cardiff

Una delle battute che più mi ha colpita di Ifigenia in Cardiff è: «ora ci ammassano uno sopra l’altro, e a noi viene chiesto solo di sopravvivere.!». Credi che possa valere anche per noi?

Ritengo che ci sia questa convinzione che meno consapevolezza abbiamo più sia facile gestirci, l’omologazione rasserena – e lo dico in generale, senza voler andare per forza in politica. Si ha l’idea che l’artista più consapevole sia maggiormente difficile da gestire rispetto a quello che si fa “semplicemente” dirigere.

A tuo parere, si accennava anche a Loach e ai Dardenne, questo genere di ritratti umani si riesce ad avere solo dall’estero? – pensando anche alla drammaturgia contemporanea…

Il problema della drammaturgia italiana è che spesso e volentieri è sotto traccia. Se prendiamo l’esempio di Owen, il quale ha scritto l’opera nel 2015 e nel 2016 era già in scena al National Theatre, direi che purtroppo da noi non sia proprio comune quest’approccio. Non so se esistono drammaturghi nostrani che attenzionano queste tematiche, poi magari dipende anche da me che non li conosco, ma temo ci sia un sistema che non protegge molto la drammaturgia contemporanea italiana.

Hai dichiarato: «piangere aiuta ad attivare delle emozioni congelate dentro di sé». Traslando, esiste un personaggio, tra quelli interpretati, che ha fatto riattivare qualcosa che era congelato?

È stato molto importante interpretare Beatrice nel Berretto a sonagli – e di questo ringrazio Valter (Malosti, nda) – ma solo per una ragione precisa: è stato il primo spettacolo in cui ho recitato in lingua siciliana e non era mai successo. Mi ha colpito moltissimo il fatto che, tramite la lingua, ho tirato fuori una serie di emozioni congelate nella memoria emotiva di quando ero ragazzina, rievocando la mia tata, la nonna, il che mi ha scatenato un’energia primigenia. Pirandello esplicita benissimo questo elemento: il dialetto è la lingua del cuore, la lingua dei sentimenti, anche per chi, come me, ha vissuto in un contesto borghese dove non si parlava in dialetto, ne ho sentito tanto, lo avevo come suono e nel cuore. Questo mi ha reso ancora più pronta ad affrontare Ifigenia, a cui non puoi arrivare tecnicamente, ma con l’anima e di pancia.

A proposito di Sicilia, dall’11 maggio sei in scena a Siracusa in Edipo a Colono, all’interno del Festival del Teatro Greco. Quale approccio ha avuto il regista Yannis Kokkos?

Lo spettacolo è molto pulito ed essenziale, non ha voluto una recitazione spinta, ma tesa alla semplicità, senza ricercare l’effetto. Si tratta di un testo molto riflessivo e meditativo, con una poeticità molto delicata.

Che tipo di Antigone dobbiamo aspettarci (l’attrice l’aveva già incarnata nel 2009, diretta da Daniele Salvo, nda)?

Eraclito diceva: «non ci si bagna sempre nello stesso fiume». L’attore, in quanto persona viva, non porterà mai la stessa esperienza. Sicuramente sarò un’Antigone più consapevole e spero di riuscire a restituirla. Sembrerà una banalità, ma quando ho dato corpo a questo personaggio in passato, non ero ancora madre, oggi ho un figlio ed è un’esperienza emotiva molto forte. Rapportandomi col monologo di Antigone in cui chiede ospitalità per il padre dicendo «abbiate pietà per questo padre anziano e non vedente», mi è sorto spontaneo pensare alle persone che chiedono rifugio e a cui viene detto di no o al bambino di tre anni, il cui corpicino è stato trovato riverso sulla spiaggia. Quando ho visto quell’immagine, ho collegato che avevo un bambino della stessa età per cui, quando ritorni a dire quelle battute, hai inevitabilmente un approccio diverso.

Roberta Caronia, ph Barbara Ledda

Spesso le giovani generazioni guardano con diffidenza a questo genere di teatro e, invece, il discorso che stavi facendo è proprio sintomatico di quanto possa essere attuale…

È proprio questa la grandezza dei tragici e la sfida dell’attore è renderla concreta. Se riesci a farlo, arriva potentissimo un messaggio universale che vale dappertutto, hanno detto tutto loro prima di ciascun altro, basti pensare a quanto è attuale il tema dello straniero.

Il teatro crea immediatamente una grande forma di condivisione collettiva ed è magnifico, accade solo lì e in nessun altra forma d’arte e tutto è partito proprio dal teatro greco.

Roberta, tu hai calcato molti palcoscenici, quanto è stato difficile entrare nel mondo, ad esempio, del piccolo schermo?

Per fortuna le cose stanno cambiando e sono stata felicissima di aver avuto occasione di realizzare dei progetti televisivi (tra i quali figurano Lea di M. T. Giordana e I fantasmi di Portopalo di Lucia Ferro, nda). Per diverso tempo è esistito un pregiudizio verso gli attori di teatro, secondo cui, non avrebbero dovuto fare tv e viceversa. Possono cambiare le tecniche, in scena devi essere in grado di arrivare fino all’ultima fila se non sei microfonato, ma l’attore è unico.

Detto ciò, ho molta poca esperienza rispetto a colleghi che frequentano l’ambiente televisivo da tempo. Vi sono approdata avendo un background alle spalle di testi enormi (da Strindberg a Sofocle) e l’aver sviscerato queste opere, ti supporta nell’affrontare anche progetti destinati allo schermo, dove non basta dire le battute in maniera naturale, ma è necessario mettere pensiero e cuore. Io mi sono inserita in un momento in cui si aveva e si ha voglia di attori, dando spazio a un volto di una donna che si può incontrare nella vita di tutti i giorni.

Hai realizzato un’interpretazione misurata e intensa di Vincenzina Marchese. Posto che fa parte della vostra professione, come si fa a non giudicare?

È stato davvero un personaggio complesso da affrontare e restituire perché era una donna ricca di chiaroscuri, uno di quei ruoli per cui sei lusingato quando ti viene affidato in quanto si la possibilità di andare nel profondo dell’animo umano e bisogna tentare di farlo in modo non stereotipato non è semplice e penso che l’attore debba sempre avere questa missione.

Per quanto riguarda il giudizio, direi che ha ragione Shakespeare, lui non giudica Riccardo III né Iago, li sviscera, prova a capirne le motivazioni. Certamente nei casi appena citati stiamo parlando di personaggi frutto dell’immaginazione, lontani da noi; Vincenzina era un personaggio reale. Io sono una palermitana cresciuta nella cultura dell’antimafia, ho avuto la fortuna di formarmi dopo le stragi in quella Palermo che ha detto no attraverso, ad esempio, il comitato dei lenzuoli per cui non si può non essere lucidissimi su certe situazioni. Quando, però si affronta un personaggio di questo tipo, nonostante siano persone assolutamente non redimibili – questa donna sapeva cosa faceva il marito -, ci si deve sforzare, come professionisti, di comprendere come mai abbia deciso di stare con un uomo così. Come racconta Sabella nel libro Il cacciatore di mafiosi, la donna ha respirato aria di mafia tutta la vita, era nata in una famiglia mafiosa, era la sua normalità, ha avuto fratelli morti ammazzati e suo fratello è stato il primo pentito del clan dei Corleonesi, creando dei problemi a Bagarella e questo è sintomatico di quale amore Vincenzina provasse per suo marito.

Il Cacciatore, ph Valentina Glorioso

Nel caso particolare de Il Cacciatore abbiamo avuto la fortuna di avere una scrittura molto solida che ci ha supportato molto nel raccontare questa storia (certo romanzata, ma tratta da personaggi e vicende realmente esistiti, nda), narrando la solitudine di una donna che condivide la latitanza del marito e non riesce ad avere figli. Lei vive una cultura della morte e non riesce a dare la vita – il che è molto significativo – e a un tratto ha compiuto una scelta.

Non riveliamo ai lettori, qualora non ne siano a conoscenza per permetter loro di scoprirla…. però Roberta, si avverte quasi la sensazione che non ci sia via di scampo da certe realtà. Secondo te è così?

Deve esistere ed è quella che ci hanno indicato i testimoni di giustizia. Per chi vive in quel mondo  l’unica via di fuga è quella di mettersi dalla parte della legge, rinunciando alla propria vita. Io ho un grandissimo rispetto per persone come Rita Atria, la quale all’età di diciassette anni ha deciso di denunciare la propria famiglia, pagando a caro prezzo.

Nei miei ricordi, anche recenti, ci sono le saracinesche bruciate da un giorno all’altro perché magari queste persone hanno rifiutato di pagare il pizzo. Sono tanti i sacrifici che vengono chiesti per stare dalla parte della della legge.

Lavorando a Il Cacciatore, da siciliana è cambiato un po’ il tuo sguardo?

Non conoscevo bene i fatti. Nella nostra quotidianità questi criminali efferati non li vogliamo vedere nel loro intimo, è come se non volessimo sapere che loro hanno avuto anche una vita personale. Apprendendo questa storia in dettaglio, mi sono dovuta porre delle domande scomode come, ad esempio, perché una donna che desidererebbe avere un figlio può accettare che il proprio uomo torni a casa pulendosi le mani dal sangue?

Sei riuscita a darti delle risposte?

Molto vaghe. Io personalmente non riesco ad accettarlo, ma posso immaginare che in alcuni ambienti sia “contemplabile”. Il mio ovvio non è il loro.

Secondo te come si può sviluppare un senso civico – se esiste ancora?

Com’è accaduto per me: nella famiglia e nella scuola. Se noi educhiamo i nostri figli alla legalità, questi non riusciranno con facilità ad aderire all’illegalità perché avranno costruito un senso civico profondo. La famiglia e la scuola sono luoghi importantissimi da difendere e lo Stato deve prendersene carico. Ricordo ancora i professori delle medie – e non andavo nella scuola “in”, ho sempre abitato in periferia –  avevano una forza e una capacità encomiabili di rapportarsi con i ragazzi, anche con quelli provenienti da situazioni molto disagiate. Frequentando il liceo classico, coi miei compagni tutti noi avremmo voluto fare i magistrati, guardando ad esempi come Falcone e Borsellino.

Se pensiamo ai docenti che operano in certi luoghi di Palermo o a Scampia, sono loro che costruiscono la coscienza.

Roberta Caronia, ph Barbara Ledda

Roberta, dalle tue risposte si coglie quanto ami il tuo lavoro e dar vita a storie che scuotano, ce n’è una che vorresti raccontare diventando anche autrice?

Ci sto riflettendo, anche se non ho ancora il soggetto, sicuramente sono in una condizione di curiosità.

Concludiamo questa chiacchierata con una nostra domanda cult: condivideresti un episodio OFF  del tuo percorso?

Noi attori abbiamo spesso paura di andare in scena perché innegabilmente è molto forte l’impatto col pubblico dal vivo. Quando ero in tournée con Giorgio Albertazzi gli dissi «maestro, sono terrorizzata, come faccio a essere credibile?» e lui mi diede una risposta che porto sempre con me: «bambina, devi pensarla, se tu penserai quello che dici non avrai nessun problema». Quella frase mi ha suggerito che ci si deve compromettere personalmente e autenticamente quando si va in scena, pensare veramente le battute significa che devi viverle dentro di te.