Un Tribunale Unico per la Famiglia, perchè i figli non sono dello Stato

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Un Tribunale Unico per la Famiglia: una proposta antica, mai realizzata e sempre attuale. Perché sempre attuali e sempre ben stretti sono i nodi di una (in)giustizia familiare e minorile che tiene ferma e stabilizzata una situazione politico/giuridica/amministrativa che appare oggi insopportabile ed inaccettabile dalle Famiglie Italiane. Perché il recente voto del 4 marzo ha messo in evidenza anche questo dato in tema di cambiamento e rinnovamento.

Chiediamo a voce alta, al nuovo Governo in via di formazione, che tale problematica venga inserita tra le emergenze del Paese. Perché le competenze giuridiche ed amministrative in tema di Separazioni dei Coniugi ed Affido Minori (ai genitori, a terzi o a strutture ) sono sparse in mille rivoli e per il Genitore che cerca chiarezza e risposta appare come una vero e proprio campo minato. Perché ottenuto il Decreto o la Sentenza, in caso di inadempienze, un Genitore si deve rivolgere al Giudice Tutelare, che in molti casi lo rimanda alla Corte d’Appello del Tribunale (civile, penale o minorile) , sempre che di mezzo non ci si mette anche il Giudice di Pace.

Insomma non esiste un’unica Autorità, centrale e risolutiva, un TRIBUNALE UNICO PER LA FAMIGLIA appunto, che riesca a risolvere i problemi delle Famiglie e dei Minori. Inoltre ogni Ministero , Regione o Comune ha il suo Ufficio per Famiglia e Minori, spesso a sua volta frammentato tra Famiglia, Minori e Politiche sociali.

Una palude di competenze e spesso di incompetenze, che sembra fatto apposta per non risolvere i problemi. La tutela della Famiglia e del Minore – in tutte le sue forme: ideologiche, legislative e giuridiche – appare sempre più come un meccanismo di controllo sociale. Strumento di questo controllo, la triade Tribunale Minoril/Servizi Sociali/Operatori del settore, a cui la politica ha delegato negli anni l’intero comparto. Troppo spesso viene fatto un uso strumentale delle richieste d’aiuto pervenute ai Servizi Sociali da genitori in difficoltà.

I servizi preposti a sostenere la genitorialità ed a lenire eventuali disagi dei minori, sono al tempo stesso tenuti a soddisfare l’utenza istituzionale costituita dai giudici minorili, che ne inquina irreparabilmente la credibilità e funzionalità. Il servizio, cioè, senza smettere i panni dell’erogatore di sostegno e di intervento al cittadino che ne fa richiesta, agisce contemporaneamente a scopi fiscali ed indagatori, per acquisire informazioni e prove con cui il giudice minorile possa supportare gli interventi di autorità, da eseguire anche con modalità forzosa.

All’autorità del padre – completamente esautorato delle sue funzioni – si è così sostituita l’autorità dello Stato. Che attraverso i suoi apparati invade la famiglia e assiste, consiglia, concede benefici di varia natura, tutela, cura, sostiene. Ma al contempo controlla, valuta, diagnostica, impone, allontana, giudica e punisce. Senza consentire difesa.

Il binomio Servizi Territoriali/Tribunale, definendo autonomamente le modalità d’intervento attraverso la “interpretazione” del comportamento e delle emozioni piuttosto che sull’accertamento dei fatti, è percepito dalla cittadinanza come un sistema intrusivo e devastante di controllo delle relazioni familiari. Sembra sottendere, nell’attitudine degli operatori, un pregiudizio ideologico che considera lo Stato comunque migliore rispetto alla famiglia e quindi legittimato ad intervenire – anche in assenza di rischio effettivo – per sanzionarne e regolamentarne il comportamento nei confronti della prole.

La sottrazione legale della prole ad uno o entrambi i genitori, con conseguente istituzionalizzazione, più che un intervento di aiuto al minore ha ormai assunto un carattere sanzionatorio, che si coniuga in maniera sospetta agli interessi economici delle figure professionali che operano nel contesto della tutela del minore.

Dal varo della legge 285 del 1997, attuativa della Convenzione ONU, che stanziava oltre mille miliardi di lire, si è moltiplicata a livello esponenziale la nascita di Centri per il trattamento, la cura e l’accoglienza dei minori presunti abusati/maltrattati, finanziati appunto con detti fondi.

Al contempo si riproducono strutture di accoglienza – sempre a carico del contribuente – per madri con figli presunte maltrattate, dove il sostegno alla genitorialità appare piuttosto un controllo sull’intero nucleo familiare. Esattamente a partire da quella data si sono centuplicati anno dopo anno le segnalazioni di abusi sessuali e maltrattamenti endofamiliari. Ad oggi sono circa 35.000 i minori “ospitati” presso case famiglia su decreto dei TM, al costo medio di Euro 100/150 al giorno – cui occorre aggiungere quello delle psicoterapie e dei procedimenti giudiziari – sostenuto dalla collettività. Oltre un terzo proviene da famiglie separate/divorziate o monoparentali.

Si calcola in numero di cinquemila i bambini sottratti a madri single o separate/divorziate ritenute inidonee, precipitate nell’iter socio-giudiziario sopra descritto a seguito di segnalazioni effettuate dagli stessi Servizi Sociali preposti a fornire aiuto e sostegno. Le cifre sono di fonte governativa, ma nessun ente conosce il numero esatto dei minori istituzionalizzati, né il loro destino, né il destino di altri nel frattempo “rilasciati” poiché maggiorenni.

Questo sistema di “tutela dei minori”, per legittimare e finanziare se stesso, appare orientato a costruire, esasperare ed alimentare quello stesso disagio di cui potersi occupare. Sovvertendo il rapporto causa-effetto, costituisce la cura (o meglio, l’esigenza di gestire la cura) che genera il malessere.

Colpisce, incontrando terreno fertile, relazioni familiari già compromesse (separazione/divorzio conflittuale) e famiglie problematiche, che necessiterebbero piuttosto di aiuto concreto e sostegno.

1 commento

  1. Questo argomento è molto interessante, ed è soprattutto utile.
    Anche perché noi abbiamo problemi con il tribunale minorile, che ci sta facendo impazzire con le sue richieste. Infatti stiamo subendo le stesse cose da voi citate in questo articolo.

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