Mia Martini, che ha inventato il “per sempre”

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Sarà che questo mondo ha rovinato tutti i sogni miei. Se non avessi te, che sei innocente, giuro me ne andrei ed oltre il mondo volerei per non tornare, credimi, sola. Per sentirmi libera, finalmente libera, sola io con la mia anima. Ma chi piangerà, lo so, sarò io. Io che resterò sola.

Mia Martini in gondola a Venezia nel settembre del 1973 – Wikimedia Commons

Così cantava una giovane e malinconica Mia Martini, nel 1972, nella sua Donna sola. Negli occhi le si leggeva già la grinta e il tormento di un’artista dal talento straordinario, ma dal vissuto sofferto e invadente.

E quelle parole profetiche raccontavano già il suo destino, quello che avrebbe dovuto sopportare per scavalcare la morte e restare una delle pagine più belle e irripetibili della musica italiana. Il talento di Mia è stato quello di saper raccontare così intensamente i brani che le sono stati scritti, da sembrarne lei stessa l’autrice. Non era un’interprete al servizio delle canzoni, ma una verità che ha saputo rivelarsi attraverso le canzoni. Ogni volta che entrava in un brano, prima in punta di piedi e poi prepotentemente, sembrava indossare i suoi stessi panni. Sembrava ricongiungersi con ciò che le apparteneva già, anche se quei testi erano scritti da altri. Anche se lei, di quelle canzoni, era una semplice esecutrice.

Ti avrei rubato la dolcezza per disegnarla sul mio viso. E avrei voluto respirare solo un momento accanto a te. Quante volte lo lascerei. Sai quante volte io lo inventerei. Io porto i segni del suo dolore e lui respira, seguendo il ritmo del mio cuore. E quante volte, tra le mie mani, lui nasce ancora. E ogni volta sembra un po’ più grande.

Non solo interprete, ma anche cantautrice, come nell’appena citata Quante volte.

Negli anni, Mia si è rivelata un’artista completa, sempre più disposta a farsi carico delle proprie fragilità e a raccontarle, con coraggio e determinazione. Ma dalla cima più alta del successo, il declino si fa più disastroso. E a Mia è toccato pagare le colpe dell’ignoranza più meschina.

Le hanno puntano il dito contro, accusandola di portare jella. E lei si è fatta da parte. «La mia vita era diventata impossibile», ha raccontato qualche anno dopo, «Qualsiasi cosa facessi, ero destinata a non avere alcun riscontro e tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che per esempio rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anch’io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare ad un festival, perché con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo arrivati all’assurdo, per cui decisi di ritirarmi».

Gli anni Ottanta sono stati, dunque, per lei, anni di solitudine, vissuti in disparte a masticare un dolore invasivo, senza potersi rimproverare un errore concreto. La sua colpa più grande, forse, era il suo stesso talento, l’essersi affermata e l’aver conquistato il pubblico. E questo, probabilmente, a qualcuno non è andato bene.

Mia Martini © ANSA

È il 1989, quando un destino inaspettato si compie, nonostante le condizioni sembrassero avverse ad una rinascita. E questo destino si chiama Almeno tu nell’universo. Il brano, che è rimasto nel tempo uno dei suoi più grandi successi, viene presentato al Festival di Sanremo di quello stesso anno. Un destino inaspettato, sì, quasi complice. Almeno tu nell’universo, infatti, era stata scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio quasi vent’anni prima, nel 1972 e depositata in Siae nel 1979. Perché sia rimasta inedita per due decenni, è presto detto: lo stesso Lauzi voleva che a cantarla fosse Mia e solo lei. Quindi, nonostante in un primo momento fosse stata proposta a Mietta, alla fine sarà Mia Martini a presentarla all’Ariston, dove si aggiudicherà per la seconda volta il premio della Critica (che dopo la sua morte prenderà il suo nome).

Questa partecipazione segna una rinascita faticosa, ma a lungo sperata. «Erano sette anni che non potevo più fare il mio lavoro», ha raccontato Mia, «Per cui in quel momento ho sentito ‘fisicamente’ questo abbraccio totale di tutto il pubblico, l’ho sentito proprio sulla pelle. Ed è stato un attimo indimenticabile».

Mia Martini e Loredana Bertè nell’estate del 1974 – Wikimedia Commons

Seguono anni importanti, nuove partecipazioni al Festival di Sanremo (nel 1990 propone La nevicata del ‘56, scritta per lei da Franco Califano; nel 1992, l’intensa Gli uomini non cambiano; calca quel palcoscenico per l’ultima volta nel 1993 con Stiamo come stiamo, in duetto con la sorella Loredana Bertè) e un progetto, La musica che gira intorno, interrotto a causa della sua morte improvvisa. O annunciata da brani struggenti che, nell’arco di più di trent’anni di carriera, l’hanno messa a nudo, lasciandoci scoprire la sua personalità tenace e, allo stesso tempo, fragile.

Non vogliamo sapere la sua morte se sia stata una scelta o una triste condanna. E, se la verità non ci è dato saperla, resta la musica. E Mia Martini, come poche altre artiste, è riuscita a consegnarci un percorso coraggioso, che l’ha vista crescere, soffrire e rinascere dalle proprie sconfitte. La sua stessa vita si è fatta musica, a volte di speranza e, qualche volta, di triste consapevolezza. Ma non è mai stata una bugia. Per questo resterà una delle pagine più belle e commoventi della nostra musica. Per questo è rimasta nel cuore di chi, la più esauriente risposta, l’ha trovata nella sua voce e nelle sue canzoni.