Eloisa Atti, derivazioni jazz che sanno di legno e polvere

0
6

Un disco di americana che mescola country, folk, blues, deviazioni jazz odoranti legno e polvere incontrando un’intenzione melodica di casa nostra. E’ Edges (Cose Sonore / Alman Music / Strade Blu Factory con distribuzione Self), l’album con cui la bolognese Eloisa Atti, un’infanzia nel Piccolo Coro dell’Antoniano, un passato nel progetto etno-jazz Sur con Francesco Giampaoli e un debutto con Penelope, ispirato all’Odissea di Omero, ha scelto di proseguire il suo percorso.

«Edges – spiega Eloisa – sono i margini che racchiudono un’identità e al tempo stesso rappresentano separazione e contiguità tra universi. Edges sono anche i punti estremi ed apparentemente distanti toccati dalla musica che ascolto e che scrivo».

Tutto è nato dalla voglia di raccogliere le sue canzoni in inglese, le prime risalenti al 2008. «Poi, spinta dalla passione per la direzione che il lavoro stava prendendo – racconta – ne ho scritte di nuove e ho deciso i compagni di viaggio con cui suonarle: la band è stata una delle scelte più felici di tutto il progetto, una sicurezza sia dal punto di vista professionale che umano».

Ad affiancarla troviamo Antonio Gramentieri alla chitarra (Don Antonio, Sacri Cuori), Thomas Heymane la sua pedal steel guitar, Erica Scherl al violino e Tim Trevor Briscoe ai clarinetti, oltre a Enrico Farnedi e Riccardo Lolli ai cori e al maestro Michele Carnevali all’ocarina. Dodici i brani, che sono stati scritti in dieci anni (tutti interamente da Eloisa tranne Without you e Sleepy man, cofirmati da Marco Bovi) per raccontare i limiti umani: l’amore e il perdono, il dolore e la rinascita, i viaggi della fantasia e l’inanità più totale.

«Sono storie diverse che parlano di confini da superare per lasciare entrare gli altri o da proteggere per non lasciarsi invadere, da curare assieme al proprio mondo interiore o da forzare dolcemente» dice la cantante romagnola, che per la prima volta è produttrice di se stessa.

Un impegno che commenta così: «Una bella fatica, dando all’aggettivo sia la connotazione di intensità che di piacere che questo lavoro ha richiesto. Ho dormito poco, pianto e riso molto. La cosa più difficile è stata prendere continue e importanti decisioni, come la scelta delle canzoni da inserire o da escludere, degli strumenti per caratterizzarle mantenendo al contempo una coerenza di suono per tutto l’album, la struttura definitiva dei brani, il colore dominante, la presenza di ospiti, a chi affidare la registrazione, il missaggio, poi il master, la grafica. Mi sono resa conto di quanto sia importante avere una visione d’insieme e di come si presentino puntualmente tanti aspetti imprevisti, tempistiche da modificare e altre cose che cambiano in corso d’opera. I rapporti umani sono delicati e fondamentali, soprattutto per come sono fatta io. Certe volte bisogna condividere, in altre invece bisogna farsi carico di problemi da risolvere senza coinvolgere gli altri. L’impegno fisico, mentale ed emotivo è enorme, ma è proporzionale alla soddisfazione e al piacere di veder nascere una ‘creatura’ che hai fortemente voluto».