Quel corpo a corpo con le parole nella poesia di Marco Colonna

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Auguste Rodin, Il pensatore, 1880-1902, Fusione in bronzo, 200×130×140 cm, Musée Rodin, Parigi - CC0 Creative Commons

Questo nostro resistere

visibile, fare muro,

che si misura con il tempo

altrui, ché la breccia

è altrove nello spazio,

dentro, così dentro noi

che nostro è il cedimento,

la sconfitta invisibile

di giorni che premono

la fine dei giorni sempre

sempre, sempre, sempre.

***

Tutto fa teatro dell’assurdo

vivere, spettacolo dei tempi

nostri, stupìti noi che siamo

nel tragico consolatorio porsi

voce e corpo nel codificato

incomprensibile linguaggio.
 
Marco Colonna

Da S̶i̶a̶m̶o̶ Sono (Fara Editore, 2017)

 

Auguste Rodin, Il pensatore, 1880-1902, Fusione in bronzo, 200×130×140 cm, Musée Rodin, Parigi – CC0 Creative Commons

Nelle pagine della tua più recente silloge S̶i̶a̶m̶o̶ Sono (Fara editore, 2017) è presente il tema della perdita e insieme si assiste a un continuo sovrapporsi di ruoli e identità. Come si coniugano questi due aspetti nell’ambito della tua opera?

Il tema della perdita è centrale nella mia poetica. Nel doppio significato della perdita come scomparsa, come addio, come lutto, tematiche fondanti dei miei scritti…ma anche come necessità in chi scrive di sotterrare la parola e il suo senso logorato ed abusato nelle sillabe, nei codici del conversare nell’orale e nello scritto. È necessario  dimenticare, ‘perdere’ il pre-detto per cancellare l’ovvio. Ovvero, perdita come sottrazione affettiva. Ma al contempo perdita anche come premessa per innescare il processo creativo. Il minimo richiesto nel poetare che non sia ricalco del già detto, del già scritto, del già visto, nel mondo dove tutto è stato detto e tutto è stato scritto, déjà-vu. Quanto alla costruzione di ruoli e identità nell’opera ritengo che sia più urgente e interessante percorrere la strada indicata da Jacques Derrida ed altri della… decostruzione.

Ha scritto Antonio Vittorio Guarino che ha curato la prefazione al libro: “Una raccolta densa e sicuramente ricca di spunti per chi, in questo tempo anestetizzato, si pone ancora domande sul senso contingente e ultimo delle cose”. Che ruolo rivestono le parole nel riportare (nel senso di trasmettere) il dolore e il ricordo?

Ti rispondo parlandoti del mio tentativo di dare forza alle parole accentuandone l’ambiguità. Il ‘Siamo’ barrato del titolo della silloge è già per me una riflessione manifesta. Il senso critico che cancella l’intuizione. L’inciampo che interroga chi legge. La forza dello scritto intraducibile all’orale. E il ‘sono’ che rimane dalla cancellazione del Siamo si porta in dote il doppio significato del verbo “essere” nell’equivalenza della prima persona singolare e della terza persona plurale. Per dire che le parole sono non soltanto assoggettate al verbo, nel senso dell’azione, bensì dipendono anche e soprattutto dal principio, dall’origine del tutto. E questo ben prima che si possa e si debba riflettere sul senso dei contenuti (il dolore, i ricordi  etc …) che le parole ci riportano.

Esiste sì l’angelo buono del male / nel diluvio di parole che ci svia. (p. 58). Vorresti commentare per noi questa poesia?

Al di là dell’ossimoro evidente spetta a chi legge ritrovarsi nella strofa. Aggiungo, e pare ovvio, chi di noi non ha mai imboccato una strada sbagliata seguendo un richiamo perfetto, un consiglio profetico, di apparente e generosa gratuità? Sempre le parole ci sviano…

“Attraverso una speciale combinazione di sensibilità e talento, l’autore sa dipingere giardini immateriali col cuore di chi non si rassegna alla gravità del suolo più straniero ed animale”. Così Angelo Bergamini (Kirlian Camera) nell’introduzione della ristampa del libro S̶i̶a̶m̶o̶ Sono, avvenuta pochi mesi dopo la prima pubblicazione. In che modo vivi il tuo tempo, cosa ti “pesa” dell’oggi?

Questa domanda mi permette di ringraziare pubblicamente Angelo Bergamini, fondatore e frontman dei Kirlian Camera, band cult dello scenario musicale underground e dark internazionale. Artista di rara sensibilità e compositore geniale che ha trovato i miei testi affini alle tematiche crepuscolari e cosmogoniche della sua stessa arte. E il tempo? Per dirla con Einstein è del tutto relativo, un’illusione  soggettiva. Quanto all’oggi: sono pessimista e sono fra quelli che ritengono che si debbano mobilitare immaginari nuovi per infrangere se non addirittura abbattere il condizionamento delle masse che è in corso e che genera acquiescenza e conformismo.

Corpi penetrati nella / riparazione del vissuto / arresi alle circostanze. (p.68). Quali memorie rimangono impresse nei corpi e come si può riparare ai tragici vissuti?

Nei corpi, nel mio, nel tuo e in chi legge, si imprimono le stigmate del vissuto ma è nella forza del pensiero la possibilità di arrestarne la continua emorragia. Ma c’è  anche un corpo a corpo con le parole nei miei testi, e tocca al lettore trovare il senso che le inanella e le racchiude tutte.

Il “Tu” a cui ti rivolgi in talune liriche trascende il reale riferendosi a un’entità fuori dal qui ed ora. Vorresti raccontarci questo aspetto più spirituale del testo?

Il ‘tu’ variabile di  S̶i̶a̶m̶o̶ Sono  mette in comunicazione chi vive l’esperienza della  vita e della morte, l’esperienza degli umani, con gli elementi principali alla base dell’ordine delle cose e dell’organizzazione dell’universo. Questo l’aspetto più spirituale che l’opera mette in evidenza. Nello spazio aperto di un interrogativo che non trova soluzioni.