Direttori italiani per i nostri musei, siamo la patria dell’arte.

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Angelo Crespi, beni culturali, il giornale off, direttori musei

Angelo Crespi, beni culturali, il giornale off, direttori museiDovremo aspettare ancora per sapere se i direttori dei musei italiani possono essere anche cittadini stranieri, come la riforma Franceschini ha previsto, oppure no.

Dopo vari ricorsi al Tar, manca la decisione definitiva del Consiglio di Stato. Per intanto vale qualche considerazione.

In generale, l’idea dei direttori stranieri era nata per vivacizzare le performance delle nostre sovrintendenze, qualcuna all’altezza della situazione, altre meno. Accadeva che i sovrintendenti, in vari casi, contribuissero a sedimentare la pessima opinione che abbiamo nei confronti della burocrazia.

Ciononostante l’arrivo di stranieri, pur meritevoli, negli uffici apicali dello Stato e in un settore strategico come quello dei beni culturali, appare una dismissione di sovranità discutibile. Il problema, più che la cittadinanza, è dato dalla funzione e i ruoli che via via sono diventati fondamentali nella gestione dei musei; ai direttori con formazione artistica e di carriera ministeriale è stata chiesta, soprattutto in tema di valorizzazione, una competenza e una visione manageriale che essi non possedevano.

In sostanza, non si ha avuto il coraggio di introdurre anche nei musei di Stato forme di governance che già da tempo danno risultati, per esempio nelle fondazioni di partecipazione pubblica che reggono importanti istituzioni: si pensi al Museo Egizio di Torino, alla , alla Biennale di venezia. In tutti questi casi, il direttore generale (di solito un manager) affianca un presidente che esprime una sensibilità politica (nel senso più alto del termine) e un direttore competente nel settore culturale specifico.

Questo organigramma permetterebbe di occupare anche tutte quelle professionalità esperte in economia della cultura che le università più prestigiose, a partire dalla Bocconi, sfornano e che rischiano di rimanere in panchina; magari perfino di esportare all’estero i nostri direttori, poiché dovremmo essere noi italiani gli esperti di conservazione e valorizzazione dei beni culturali, e non gli austriaci, i tedeschi, gli inglesi.