Mentre il mondo va in frantumi l’io poetico si espande

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Vincent van Gogh, Public Garden with Couple and Blue Fir Tree (The Poet s Garden III). 1888. Post-Impressionism. Oil on canvas
Vincent van Gogh, Public Garden with Couple and Blue Fir Tree (The Poet s Garden III). 1888.  Oil on canvas

La poesia di Enrico Macioci protagonista della sua prima raccolta poetica intitolata L’abete nel cerchio (Marco Saya Edizioni, 2017) implica un ben concentrarsi su ciò cui l’autore rivolge la propria ricerca poetica.

Stiamo parlando di un profondo indagare filosofico e spirituale intorno e attraverso il cerchio della vita, dentro cui tutti siamo collocati: noi siamo / in questo cerchio / e Dio ci guarda, / intagli di moneta.

Nel rispetto e forse anche a dispetto della forma (mentis) che ci appartiene, potremmo ri-adattare tale forma, grazie a un inatteso moto di coscienza così come il poeta, che muovendo dal dubbio ci accompagna: imparo a farmi cerchio, / sciolgo il dilemma / a Lui stringendomi / entro gravità d’abeti /.

Il vecchio io appare ormai superato e la realtà non si attaglia più al nuovo io poetico espanso.

Scrive Marco Guzzi nell’introduzione al libro: “l’abete insomma deve e può trovare un modo diverso di stare nel cerchio della vita, questo io nuovo comprende che si è collocato in un luogo de-centrato, che è essenzialmente mentale, in cui non c’è più pace: la pace è un cerchio e vorrebbe rientrare nel cerchio, modificando il proprio modo di essere abete...”.

La riflessione presente nei componimenti della raccolta va nella direzione di un inevitabile transito dell’io poetico che non può esimersi dal farsi interprete del proprio tempo e del proprio spazio (vitale) interrogandosi sul de-centramento subito dall’uomo, così da poter lottare, per riportarsi in asse.

Christian Zucconi, TESTA IV (2014), Pietra, ferro e cera, cm 20 x 22 x 40

Un ri-assestarsi, quello del poeta, che riflette il desiderio di nuove forme di connessione in questo tempo in frantumi: ho fame / di forme / ma questa / è l’epoca / del franto.

Il poeta si con-centra allora per ripensare e ricreare il mondo attraverso un continuo immergersi nel flusso dell’esistenza, morendo e rigenerandosi, sperimentando un vero e proprio cammino iniziatico: … prova a cambiare / strada vedi dove porta quella / sconosciuta, perduta in mezzo / all’erba dei millenni. E se ti sbagli / non tornare indietro, non salvarti /.

In tal senso, per usare le parole di Marco Saya a riguardo, “potremmo parlare dell’azione salvifica della poesia o della poesia come continua resurrezione dei dubbi dell’animo”.

Nella natura abilmente coglie i segnali sovente nascosti che parlano alla sua speciale sensibilità e, di fronte al malessere del cosmo-individuo dice e fende, senza paura di andare dritto al cuore: abolire il superfluo, / andare dritto al cuore / delle cose – come il raggio / di sole trafigge quella foglia, / la inchioda all’universo, aria / acqua, voli di mosche o d’api, / ambra che cade sul selciato / e lo ripensa, recinge qui / l’altrove, ecco.

Enrico Macioci con il suo dire ci trafigge, avendo tra gli altri il merito di mostrare in tutta la sua nuda evidenza lo squarcio che si affaccia sul reale, permeato dai tormenti del viversi: Quanti a quest’ora soli come me a me pensano, / mentre io li penso / forse pensarmi, / ignorarmi forse come tanti?

Come un equilibrista senza più rete per ripararsi, il poeta con coraggio si vive un passo dopo l’altro, in-tagliando una resistenza fatta di parole nuove.