Sigismondo e Isotta, l’incompiuta del Vate risorge in un avvincente romanzo

0
29
Maria Cristina Maselli

Quello che non riuscì a completare Gabriele d’Annunzio lo ha portato a termine Maria Cristina Maselli che, con il suo romanzo d’esordio Sigismondo e Isotta. Una storia d’amore (Piemme, 609 pagine, 20 €), chiude simbolicamente il cerchio della Trilogia Malatestiana iniziata dal Vate con la Francesca da Rimini e la Parisina.

Il terzo volume, di cui D’Annunzio fece in tempo solo a ideare il titolo, doveva chiamarsi proprio Sigismondo e Isotta, perché l’incredibile storia d’amore tra il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta e la giovane e bellissima Isotta degli Atti, che ha segnato un’epoca, anzi due, traghettando l’Italia dall’Umanesimo al Rinascimento e travalicando il tempo, al punto che ancora oggi ogni pietra del Tempio Malatestiano di Rimini ne parla, non poteva non colpire l’attenzione del Poeta.

Un’opera che – parafrasando proprio il Vate  –  è costata alla Maselli oltre due anni di “clausura e silentium”, perché l’argomento che ha scelto per il suo esordio non è certo dei più facili: il romanzo storico. Una categoria letteraria che oltre a prevedere una tale mole di documentazione da rischiare di restarci sepolti sotto, fa inoltre correre allo scrittore il serio rischio di farsi “schiacciare” anche dai personaggi, di diventare didascalico e ampolloso. E, di conseguenza, tedioso.

A Maria Cristina Maselli questo non è successo, ha vinto la sua sfida e ha sfornato un romanzo semplicemente perfetto in cui l’impressionante mole di informazioni precise e puntuali sugli eventi dell’epoca  – la Maselli, non dimentichiamolo, nasce giornalista – viene condita con uno stile avvincente che non perde mai il ritmo.

Un romanzo che non solo non annoia mai, ma cattura il lettore dalla prima all’ultima riga e, oltre a raccontargli una storia vera e a fare luce su molte vicende storiche spesso mal riferite da altre fonti, lo ipnotizza, avvolgendolo lentamente e inesorabilmente, nelle sue spire di carta e parole, impedendogli quasi fisicamente di riappoggiarlo sul comodino. Le immagini balzano davanti agli occhi e scorrono davanti come in un film, facendo quasi sentire i rumori di sottofondo, il battere del maniscalco, le ruote dei carri sul selciato o il suono della risacca del mare Adriatico e gli echi dei mercati.

Ma soprattutto trasmette al chi la legge anche tutte le sensazioni dei suoi personaggi, rendendolo totalmente partecipe delle vicende. Facendolo gioire e soffrire insieme ai protagonisti, trattenere il fiato per l’angoscia e sospirare di sollievo, al punto che Sigismondo e Isotta non sembrano più così remoti (la vicenda si svolge a partire dal millequattrocentotrentasette) ma talmente prossimi che al lettore verrebbe quasi da considerarli degli amici, se non dei parenti.

Un libro per il quale dire che “non ti lascia fino all’ultima pagina” non è un eufemismo. E riporlo infine nella libreria è quasi come dare l’addio ad un caro amico.