Covili, quel pittore della bassa amato da Visconti e Zavattini

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PAESAGGIO, 1963, olio su tela, cm 60 x 70
PAESAGGIO, 1963, olio su tela, cm 60 x 70

C’è un errore molto comune in cui ci si può imbattere quando si ammirano le opere di Gino Covili: quello, cioè, di ricondurre il Maestro modenese alla “pittura naïf”. Niente di più sbagliato. In realtà, come ebbe, giustamente, a sottolineare Carlo Levi, Covili è un “espressionista”, il cantore di un mondo contadino arcaico e ancestrale. Un mondo in cui era nato e cresciuto, vivendo in una povertà assoluta.

Dopo le elementari  aveva iniziato subito a lavorare, come garzone da un barbiere e in un pastificio. Poi, la guerra e la lotta di Liberazione. Un’esperienza che lo segnerà profondamente e ritornerà spesso nei suoi quadri nella sua crudezza quotidiana, lontano dai racconti retorici e commemorativi di certa pittura dell’epoca.

Tornato alla vita “normale”, nella sua Pavullo nel Frignano, Covili aveva trovato impiego come manovale. Partiva quando era  ancora buio e passava tutto il giorno a togliere sassi dal fiume per caricarli sui camion che andavano verso la valle. Nel 1950 venne assunto come bidello. Un lavoro che gli lasciò il tempo per prende in mano la matita e  il pennello. Allestì il suo studio nella piccola cantina della sua casa popolare, la legna per l’inverno fuori, lui dentro a dipingere.

E, mentre il pennello correva sulla tela, riaffioravano i ricordi, le luci, le ombre, le albe, i tramonti. Nel 1964 la prima mostra a Bologna. Nel 1969 alla Galleria Borgogna di Milano arriva la consacrazione. Le cose vanno bene. Così bene che Covili si può dedicare alla sola pittura, con una serie lunghissima di esposizioni e di estimatori del mondo culturale italiano, come, per dirne solo alcuni, Luchino Visconti, Cesare Zavattini o Vittorio Storaro, che dedicherà a Covili una mostra aperta pochi giorni prima della morte del pittore, nel 2005 presso il Parlamento.

LA PROCESSIONE, 1982/85 tecnica mista su tela cm 250 x 400

Quest’anno, nel centenario della nascita di Covili (aveva visto la luce il 21 marzo 1918), il Comune dell’Alto Reno Terme dedicherà al pittore una ricca retrospettiva che aprirà i battenti il 19 maggio. Un’ottima occasione per (ri)vedere dal vivo la ricchezza delle opere di Covili, in un evento fuori dagli schemi e dai luoghi della grande arte spesso troppo riservati e spocchiosi.

L’ULTIMO EROE, 1995/96
tecnica mista su tela
cm 179 x 143

Abbiamo incontrato il figlio di Covili, Vladimiro, per qualche anticipazione: «oltre alla mostra, usciranno due libri, uno con vari contributi, tra cui quelli dell’antropologo Matteo Meschiari e di Francesco Guccini, e l’altro intitolato Parole Dipinte. Le cose dette e quelle solo capite. Saranno, poi, inaugurate una serie di installazioni in varie zone in cui avvennero eccidi nazisti come Cà Diberna, Ronchidoso, Biagioni. Inoltre 1.400 studenti delle scuole dell’Appennino, per un totale di 62 classi, omaggeranno l’opera di mio padre. La mostra si svolgerà in vari luoghi della cittadina, ogni luogo avrà un tema: gli ultimi, il mondo contadino, la lotta di Liberazione. Abbiamo deciso di allestire in questa terra la mostra del centenario, semplicemente perché mio padre, durante la guerra, dopo la caduta della Repubblica di Montefiorino, vi si ritirò assieme all’amico e poeta Vico Faggi. Mi raccontava che arrivarono in una notte di ottobre, illuminati dalla luna e accompagnati da un vento freddo. Ricordava la grande umanità dei contadini di queste montagne che gli offrirono un pasto caldo e un letto».

Una storia, un’immagine che sembra uscita da un quadro di Gino Covili.