Pinky, bruciata viva con la “Diavolina”

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«Cosparsa di Diavolina. Sono le ultime parole che ho portato con me prima di addormentarmi, un’eco sinistra nella mente».

Bruciata viva, aveva deciso di andare via da quella casa, da quell’uomo che picchiava lei e i suoi due figli.

E’ la storia di Parvinder Aoulakh, mamma e lavoratrice di origini indiane, trasferitasi in Italia all’età di sei anni per raggiungere il padre e la famiglia: «Il mio è stato un matrimonio combinato, come la maggior parte delle ragazze indiane»racconta Parvinder, ormai nota come Pinky. «Ajaib era l’uomo scelto dalla mia famiglia come sposo, all’inizio il nostro rapporto era molto bello… poi sono rimasta incinta di una bambina, ma vivevo questa attesa nel terrore:la mia ex suocera non accettava che la primogenita fosse una bambina, serviva un erede per dare seguito alla stirpe! Ero come una scarpa, mi diceva, che suo figlio avrebbe potuto cambiare in qualunque momento, ma una volta nata la mia bambina, rimasi subito dopo nuovamente incinta e questa volta era un maschio!». 

Nel suo racconto per la nostra rubrica #legittimadifesa, Pinky ci confessa come in quel momento si fosse illusa che le cose potessero migliorare, ma purtroppo non andò così. Trasferitisi in una casa in affitto insieme alla madre di Ajaib, la vita di Parvinder divenne insostenibile: «Lui iniziò ad avere problemi con l’alcool, lei inveiva sempre contro di me dandomi tutte le colpe del mondo». Prima le distanze, poi la rabbia, le liti, le grida e, infine, la violenza. Ajaib iniziò ben presto ad alzare le mani su Pinky: «anche davanti ai bambini. E le cose continuarono così per molto tempo, finchè nel luglio 2015 lui, su volere di sua madre»racconta la donna, «alzò le mani anche sui nostri figli che stavano giocando con l’acqua. Io non ci vidi più dagli occhi, uscì fuori e gli dissi che non doveva prendersela con i bambini, ma lui, insieme alla madre, mi aggredì, picchiandomi e umiliandomi,  mentre lei mi sputava addosso. Non contenti – continua a raccontare la donna, divenuta ormai un simbolo per tutte quelle donne vittime di violenza lui e sua madre  chiamarono i miei fratelli, ma lui picchiò anche loro e i vicini chiamarono i Carabinieri, ai quali segnalai tutto».

Giunta la notizia, le due famiglie si riunirono e obbligarono Parvinder a perdonare suo marito, “ma niente era più come prima”. Ajaib iniziò a drogarsi e le dosi quotidiane di violenze continuarono ad aumentare, così Pinky decise di lasciarlo ed andarsene via con i figli: 

Una sera di novembre 2015,  il giorno dopo il compleanno di mio figlio,  lui mi disse che sua madre sarebbe partita per l’India ed io avrei dovuto darle i miei soldi; purtroppo  non avevo ancora preso lo stipendio, così lei cominciò a insultarmi. Fu così che  Ajaib iniziò iniziò a darmi la razione quotidiana di sberle. Ero esasperata  e gli dissi che me ne sarei andata via con i miei figli. Inizialmente cercò di convincermi a perdonarlo ed a rimanere con lui,  poi iniziò a ripetermi ti amo, non vivo senza te,  sei la mia vita, se te ne vai prima ammazzo te e poi mi suicido. Era molto agitato, aveva gli occhi rossi, in un attimo lo vedo prendere la bottiglia di Diavolina vicina al camino e me gettarmela addosso. I bambini erano impietriti sul divano, gli occhi fissi, immobile, immediatamente mi guardo intorno cercando una via di uscita, ma porte e finestre erano chiuse. Lui, intanto, cercava di bloccarmi, avevo paura, sentivo il cuore battermi all’impazzata  ma, non so come, ad un tratto riuscii a liberarmi dalla sua morsa e, correndo verso la stanza dei bimbi, trovai la porta finestra aperta, corsi verso il cancello, ma subito  mi bloccai pensando che lui avrebbe potuto far male ai miei bimbi… ma in  un attimo me lo trovai alle spalle, non ricordo bene cosa mi disse, ricordo l’accendino, rosso  e subito le fiamme che mi avvolgevano. Ricordo le urla, mie e dei miei figli, i vicini che accorrevano e spegnevano le fiamme. Penso di essere svenuta diverse volte prima che arrivasse l’ambulanza. Ricordo che supplicavo Dio di non farmi morire, i soccorritori cercavano di tenermi sveglia, perché non riuscivo a respirare. Mi risvegliai in ospedale 

Pinky ha vissuto l’inferno fuori e dentro di sé, non è stato facile ma pian piano ha ripreso la sua vita: «Mi sentivo un mostro, il mio volto era distrutto, la mia vita a pezzi. La mia comunità mi condannava, ma la mia famiglia mi è sempre stata vicina, sono felice di averli avuto accanto,  così come i miei colleghi e il mio datore di lavoro che mi ha conservato il posto, aiutandomi così ad affrontare i problemi. Oggi a distanza di due anni posso dire di stare bene, sono serena, i miei figli hanno avuto un trauma ma, col tempo, sono certa che ce la faranno a dimenticare. Il mio desiderio più grande è di poter riavere il mio viso».

La rubrica di OFF #legittimadifesa è un’iniziativa in collaborazione con UNAVI Unione Nazionale Vittime
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