Giovanni Gastel: “Mio zio Luchino Visconti mi ha insegnato a vivere e creare”

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INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana Soares

INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana SoaresLo stile colto e raffinato, elegantemente ironico di Giovanni Gastel, caratterizza la sua imponente opera fotografica, ripercorrendo 40 anni di evoluzione della storia della moda e del costume.

L’ispirazione di matrice rinascimentale e l’influenza materna sono fondamentali per la sua arte alla continua ricerca di un equilibrio nella composizione. È anche un poeta e per molti un mentore, laddove il comune denominatore della sua sensibilità artistica, gli consente di cogliere le molteplici sfaccettature della grazia, della bellezza e dell’eleganza in ogni cosa.

Eppure, ciò che colpisce di Giovanni Gastel, che ha fissato su pellicola le maggiori icone del suo tempo, è la sua vitalità, capace di cogliere l’anima del soggetto rappresentato, donandogli una luce poetica unica ed inconfondibile: la sua cifra artistica.

Di nobili natali, nipote di Luchino Visconti, giovanissimo, manifesta subito un temperamento artistico, pubblicando a 16 anni la sua prima raccolta di poesie. Negli anni Settanta si affaccia al mondo della fotografia svolgendo un intenso apprendistato.

Nei primi Ottanta inizia a lavorare nel mondo della moda, collaborando con le riviste più importanti, realizzando servizi di moda e campagne pubblicitarie per le aziende più prestigiose, pubblicazioni e mostre a lui dedicate. Il suo stile, unico e inconfondibile accarezza versi e corpi, si esprime attraverso la continua sperimentazione di tecniche “old mix” e rielaborazioni pittoriche.

La fotografia è un linguaggio espressivo, che serve a comunicare il proprio ideale di bellezza e eleganza nell’immagine, la poesia, invece, costituisce un rapporto intimo, un occasione per rapportarsi all’amore, alla vita e alla morte.

INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana SoaresL’eleganza è un tratto comune alle tue creazioni fotografiche. Deve essere intesa soltanto come valore estetico o, in una più ampia accezione, anche come valore morale?

“Eleganza”, parola che ho eletto a fondamento della mia estetica e anche della mia vita. L’ho sempre intesa come valore morale più che estetico. Il gentiluomo è portato a vivere secondo un codice che è eticamente estetico e questo influenza positivamente il suo rapporto col mondo e con le persone.

Il mondo della moda è soprattutto apparenza. Tu gli doni contenuto e anima. Come ci riesci?

Ho sempre pensato che l’arte non debba occuparsi del reale, ma alludere ad esso per costruire un mondo parallelo di pura immaginazione e interpretazione in chiave simbolica e alternativa. In questo mio mondo, che è una piccola ricreazione del reale in chiave poetica, la moda ha trovato un linguaggio utile alla sua comunicazione ed è stata per me un eccezionale mecenate.

Il tuo lavoro è una continua ricerca che genera sempre più conoscenza. La tua esperienza e il tuo sapere che ne derivano, in che modo condizionano la scelta dello scatto e come influenzano il tuo gusto estetico?

Il momento dello scatto è, in realtà, un attimo quasi nervoso in cui sentì istintivamente che tutto è armonico: luce , composizione, intensità, seduzione… ma la conoscenza e lo studio continuo allontanano il momento in cui la tua fotografia ti piace e questo ti costringe ad aumentare il tasso di creatività e di impegno, quasi giornalmente. Questo accumulo costante di informazioni è il sale della ricerca e del miglioramento costante.

È vero che una tua regola sia “Back to the future”?

Ho sempre pensato che bellezza, armonia, equilibrio compositivo, siamo costanti e che travalichino il tempo. Nei secoli hanno formato il senso estetico occidentale senza interruzione di continuità. A questa scuola di derivazione greco-romana ho sempre ispirato la mia creatività interpretandola però in senso contemporaneo.

La differenza tra fotografo e autore?

La differenza tra un fotografo e un autore che usa la fotografia sta, soprattutto, nell’abbattimento della barriera tra quello che si è e quello che si fa. L’autore racconta senza limiti la propria visione del mondo leggermente distonica (siamo tutti pezzi unici; lo dimostrano le impronte digitali e il dna) e cerca in se quello che lo distingue da tutti gli altri e, attraverso questa diversità, racconta la sua ri-creazione del mondo. Ma pochi hanno voglia di lavorare sulla propria unicità, perché è una scelta di solitudine. Un creativo vero non ha alternativa.

Esiste un artista che abbia assunto un ruolo particolare nella tua formazione?

La prima volta che ho visto i valori della bellezza greca riproposti in senso contemporaneo è stato da ragazzino, nelle opere del fotografo americano Irvin Penn, pubblicate su Vogue America. Rivista che mia madre riceveva. Una vera folgorazione.

INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana SoaresCon Giovanni Gastel il ritratto diventa poesia. Che ruolo ha la poesia nella tua vita?

La poesia è una lente attraverso la quale guardare e reinventare il mondo. Come spesso dico, io sono un filtro, non uno specchio. Per me il ritratto sei tu che entri dentro di me e filtrata attraverso la mia vita, la mia cultura, la mia non cultura, il mio dolore, la mia gioia ecc, esci da me in forma di interpretazione. Sei tu attraverso me.

La poesia potrebbe essere considerata un valore?

La visione poetica credo sia un dono naturale, che va però costantemente nutrito e rafforzato.

Come abbini la bellezza alla funzionalità dello scatto?

Ho sempre pensato che le mie fotografie debbano tendere ad avere due piani di lettura, uno contingente e legato allo scopo per cui sono state scattate,  ma poi, se possibile, una seconda vita come opera in sé, che travalichi il tempo e il motivo commerciale per cui è stata fatta.

Ruolo della bellezza nella tua vita?

La bellezza e la sua ricerca in ogni cosa, sono state l’unico vero faro che ha condotto il mio cammino.

Quando acquisisci lo scatto giusto, la tua creazione, cosa provi?

Quando sento di avere lo scatto giusto provo una sorta di rilassamento della mente e del cuore che, per pochi decimi di secondo somiglia, credo, a quello che un mistico chiamerebbe estasi. Sensazione magica e per fortuna ripetibile che giustifica e motiva la continua ricerca.

La tua estetica è sempre stata la stessa o si è evoluta?

Il punto di vista di un autore è in qualche modo “fisso”, ma la vita a cui si ispira cambia continuamente modificando i soggetti ma non il piano di lettura.

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Differenza tra una buona fotografia e una grande fotografia?

Una buona fotografia non necessita del racconto dell’anima dell’autore. Per una grande fotografia invece il racconto di sé è l’unico punto fondamentale.

Committenza e arte sono in contrasto? Usi linguaggi diversi a seconda del caso?

La committenza non ha mai rappresentato per me un limite (la storia dell’arte è, fino all’Ottocento, periodo che non amo particolarmente, una infinita continuità di committenze). La definizione del cosa fotografare non limita in alcun modo la ricerca del come farlo e per me quella è la parte più interessante e importante del mio creare.

Dici di aver vissuto due fotografie: analogica e digitale. Sono così diverse?

Sì lo sono. Io penso che i mezzi tecnici contengano un’estetica interna e il nostro compito è trovarne i limiti e i linguaggi. L’unico grande errore è cercare nel sistema nuovo i risultati del vecchio. Questo è portatore di infinite frustrazioni. Bisogna, come io ho fatto, abbandonare i vecchi risultati e immergersi completamente nella ricerca di se nel mezzo nuovo.

INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana SoaresAffermi che l’analogico sia archeologia fotografica e che, oggi, la fotografia digitale rappresenti la vera fotografia.

Sì, dico che la fotografia analogica di cui sono figlio e che ho immensamente amato è già archeologia fotografica. Il presente e il futuro della fotografia sono e saranno solo digitali. Ma nulla osta che si possa passare la vita occupandosi di archeologia. Basta solo esserne consci.

Differenziarsi, costituisce il cammino dell’artista verso la solitudine e la sofferenza?

Certo! L’artista, come ho detto, è tenuto a raccontare la propria piccola unicità ed è quindi obbligato ad allontanarsi dalla visione comune e quindi dal gruppo. Lavorare sul distacco e sul contrasto continuo del luogo comune comporta un certo grado di sofferenza e solitudine.

Gastel e la tua famiglia o rifugio: quanto è stata importante nella tua carriera?

Il bizzarro incrocio tra la visione borghese del mondo della famiglia di mio padre e quello totalmente diverso della famiglia dell’altissima aristocrazia di mia madre, ha influenzato questo senso profondo di non appartenenza ad alcun “mondo” che è ed è stata la mia salvezza. In senso liberatorio io non appartengo a nessuna classe e dunque vivo ogni livello della vita con adesione profonda.

Luchino Visconti?

Lo zio è un gigante la cui ombra ancora copre ognuno di noi. Ma il suo metodo per vivere e creare è stato fondamentale per la mia vita personale e artistica. Rigore, studio, adesione totale all’opera che deve diventare il centro dell’universo e anche il contenitore di ogni messaggio di sè al mondo. Lezione straordinaria e perfetta.

La fortuna della nascita del Made in Italy nel tuo lavoro, come ha influenzato lo sviluppo della tua carriera?

Enormemente. Il mio mondo parallelo poetico e alternativo al reale è stato da subito apprezzato, dal nascente sistema della moda italiana che l’ha accolto, finanziato e divulgato, pubblicando da subito migliaia di mie fotografie e quindi imponendo la mia visione della moda e il racconto di me a tutti. Quasi come i signori del Rinascimento hanno fatto con gli artisti di quel tempo. Sono infinitamente grato al sistema moda per questo.

L’incontro con Gianni Versace e con Roberto Capucci! Raccontami.

Due fenomeni della moda con cui ho avuto il privilegio di lavorare. Roberto, l’ultimo maestro indiscusso dell’alta moda che sfiora la scultura. Gianni l’artista del mondo nuovo, del prêt a porter inteso come moda capolavoro prodotta in serie e economicamente più accessibile per una società nuova.

La fotografia è sperimentazione? Nel tuo progetto “Maschere e spettri”, auto commissionarsi è un’operazione più semplice?

L’auto-commissione è stata per me una esperienza difficile e impegnativa. Ho cercato per cinque anni un tema che fosse trasversale e universale. Infine, dopo infiniti sforzi, ho trovato il dolore come filo conduttore di questa ricerca. Ho notato che il dolore è trattato dalla fotografia contemporanea quasi sempre in senso trash, benché sia una condizione altissima che ci pervade e in qualche modo persino ci santifica. La storia dell’arte lo ha sempre trattato con un linguaggio alto. Ho provato a farlo anch’io con la fotografia. Devo dire ancora una volta grazie a Germano Celant per essermi stato vicino in questa, per me, difficile e lunga ricerca.

La visione periferica della vita è più importante della visione centrale”, ecco ciò che affermi sull’importanza dei social.

Ha spesso detto che sono più attento a quello che è periferico nella visione piuttosto che a ciò che sembra apparentemente centrale. Spesso ai lati dell’azione centrale avvengono fatti che sono dal punto di vista formale e psicologico più interessanti. In questo l’utilizzo, tecnicamente facilitato dalle nuove tecnologie, rende la ricerca più semplice. Amo i linguaggi degli Smart Phone. Cioè l’uso anche solo linguistico della fotografia. Tre miliardi e mezzo di foto postate al giorno segnano di fatto la nascita di una lingua che usa la fotografia per comunicare, anche senza velleità artistiche. E questo è stimolante anche per i professionisti.

INTERVISTA GIOVANNI GASTEL di Adriana SoaresIl tuo rapporto con Dio?

Profondissimo e altalenante. Una eccitante continua ricerca. Un nascondino meraviglioso e stimolante. La ricerca di Dio è forse uno dei momenti più alti del vivere. Comunque vada.

La ricerca dell’Assoluto per Giovanni Gastel, può corrispondere alla ricerca dello scatto perfetto?

Assolutamente si. Il mio sogno, come spesso dico, sarebbe raggiungere la foto perfetta. Quella che mi potrebbe dare la pace finale e che ogni giorno cerco senza, per fortuna, mai trovarla. La ricerca continua con mia immensa gioia.

La cifra di Giovanni Gastel nel tempo, è diversamente se stessa?

Si, è sempre la stessa come una barca resta sempre se stessa anche se viene trascinata da quel fiume in piena che è la vita. Ma cambiano le onde e le coste del fiume continuamente.

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Adriana Soares
Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro, vive a Roma dall’età di 11 anni, dove è cresciuta ed ha concluso gli studi linguistici. Artista eclettica che si esprime nelle diverse arti della fotografia, della pittura, della poesia e della scrittura. È permanentemente esposta presso musei con le sue opere che hanno girato il mondo in svariate mostre di successo. È pubblicista e scrive per la sezione cultura del quotidiano Il Giornale: Il Giornale Off. Cura alcune rubriche di Bon Ton su alcune testate. Rappresentata dalla prestigiosa agenzia fotografica “Art and Commerce/ Vogue” di New York. Dal 2017 pubblica le sue prime raccolte di poesie, storie, leggende brasiliane e racconti per bambini. Dal 2019, l'autrice inizia una nuova stagione narrativa con la pubblicazione di racconti per i più grandi. Dislessica per nascita non per scelta.