L’impresario teatrale, il talent scout dell’800

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Mattia Rossi John Rosselli melodramma impresario d’opera impresario teatrale impresario teatrale Ottocento

 Mattia Rossi John Rosselli melodramma impresario d’opera impresario teatrale impresario teatrale Ottocento«I tribunali non mi spaventano». Così Donizetti concluse una lettera del 6 agosto 1833 indirizzata ad Alessandro Lanari, importante impresario teatrale dell’epoca. Il tono di quella chiusa rende piuttosto bene l’idea del mercanteggio e affarismo, rapporti talvolta tutt’altro che placidi, che esisteva tra impresario e artista nell’Italia operistica dell’Ottocento.

A ficcare il naso nei meandri di quel mondo sommerso, eppur vitale, degli impresari è John Rosselli nel suo L’impresario d’opera (EDT, pagg. 279, euro 16), un testo dell’84 e finalmente riedito. Rosselli (1927-2001), storico alla University of Sussex, nel suo saggio mostra come l’impresario d’opera, con il suo piccolo seguito societario di dipendenti-parenti, rappresenti una figura del tutto centrale nella storia del melodramma italiano, una figura in bilico tra ex artista (spesso mediocre) e affarista puro, che, però, mandò avanti la grande industria dell’opera lirica italiana.

Chi era l’impresario? «L’impresario era essenzialmente un intermediario, un mercante di contratti» tra compositori, cantanti, ballerini e l’autorità gestrice del teatro (con relativi aspetti economici e burocratici). È principalmente per questa sua vocazione “affaristica” che «i contemporanei vedevano in lui, da una parte un povero diavolo sempre sull’orlo del fallimento, dall’altra un mascalzone».

Rosselli passa in rassegna con una prosa vivace e incuriosente il meccanismo dei contratti, il funzionamento delle stagioni, degli appalti dei teatri, il mercato della manodopera musicale, il sistema dei pagamenti. E, soprattutto, i negoziati con le star dell’epoca, i cantanti: l’impresario «incominciava spesso con l’avvicinare alcuni cantanti e invitarli ad esporre le loro “pretese”. Questa richiesta iniziale del cantante veniva spesso definita la sua “sparata” o “cannonata”». Da questo momento aveva inizio il fine e sottile gioco di contrattazione, con esaltazione di meriti e ingigantimento di lagnanze oltremisura, da bazar. Il passo successivo era quello di star dietro ai capricci dei cantanti e convincerli a esibirsi in tutte le repliche settimanali necessarie.

Con la fine dell’Ottocento (e il caratterino assai poco compiacente di un Verdi, ad esempio), però, la figura dell’impresario lentamente sparì per far posto a quella (non meno centrale) dell’editore.

«L’impresario tipico faceva una vita difficile», assicura Rosselli e in questo volume ce la mostra e descrive con la minuzia di uno storico quasi proiettando il lettore tra usi e capricci di quel mondo, tra palchettisti, loggioni, cantanti, agenti e proprietari.