Deiva De Angelis, l’avanguardista che “dipingeva come un uomo”

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Dipingeva come un uomo” affermava ammirato il fotografo e regista Anton Giulio Bragaglia, che la conosceva bene. “Un ottimo cervello maschio” e una “modernissima colorista” aggiungeva. Era il massimo dei complimenti per una pittrice degli anni Venti del Novecento.

E lei, Deiva de Angelis, bellissima, si vestiva da uomo seguendo la moda androgina europea e si ritraeva con la sigaretta in bocca. Audace ed esuberante, amava la pittura d’avanguardia, ma era capace di forme solide e antiche, di linee pure.

Passata come una meteora nel mondo artistico romano lascia misteri e interrogativi, colmati in parte dalle testimonianze di contemporanei e da qualche studio recente. Chi era?

Nata forse a Farneto o a Gubbio nel 1885 (la data è incerta, né si conosce l’atto di battesimo) da una ragazza madre, si chiamava Deiva Terradura. Povera, ma intraprendente, si trasferisce molto giovane a Roma, dove vende violette in piazza di Spagna.  In cerca di fortuna, la trova nell’architetto e acquarellista liberty William Walcot, nato a Odessa nel 1871, che se ne innamora e ne fa la sua modella. Walcot la fa girare in Europa, Londra, Parigi, ne scopre il talento e la trasforma in pittrice. Lei è dotata, affascinata dall’arte francese, postimpressionista e fauve, colori accesi, forme libere, di forte impatto.

Tornata a Roma, dà una forte svolta alla sua vita. Lascia Walcot e sposa l’avvocato romano De Angelis, di cui prende il nome. Nel 1913 l’esordio nel mondo artistico romano alla I Esposizione d’arte della Secessione a Palazzo delle Esposizioni.  Il suo Studio d’uomo compare accanto a opere di Matisse, Monet, Manet, Renoir. Partecipa ad altre esposizioni della Secessione e inizia una carriera brillante che la porta nel “salotto buono dell’arte nazionale”.

Apprezzata dai colleghi vive con il pittore Cipriano Efisio Oppo in uno studio a Villa Strohl-Fern nel parco di Villa Borghese, dove qualche anno dopo fiorirà la Scuola Romana. Con Oppo, artista di spicco, critico, organizzatore culturale e fondatore delle Quadriennali (cui è stata dedicata una mostra a Villa Torlonia nel 2015), il rapporto, intenso, finisce intorno al 1918 per una gravidanza indesiderata dall’uomo.

Cosa e come dipingeva Deiva? Nudi, ritratti, autoritratti, paesaggi, su tela, tavola, cartone, materiali poveri. Purtroppo rimangono pochi dipinti, perché l’artista, ammalatasi di cancro nei primi anni Venti, dovette venderne la maggior parte per curarsi. Per quel male si spegnerà nel 1925 non ancora quarantenne.

Alcune opere superstiti (Nudo femminile, 1912; Case, 1915; Toeletta; Vaso di fiori; Villa Strohl-Fern in autunno, 1920; Ciclamini; Inverno a Villa Borghese; Paesaggio romano, 1923) raccontano un linguaggio originale, fauve.

Dense chiazze di colore che costruiscono forme solide, evocando Cézanne, Van Gogh e Gauguin. Uno stile acceso e fluido, in grado di influenzare i pittori maschi, come sottolineava Bragaglia. Già, sempre la solita distinzione!

E, per dirla con il critico Cesare Vivaldi qualche decennio dopo, Deiva fu “personalità d’eccezione assolutamente in anticipo sulla cultura romana e italiana dell’epoca, caratterizzata da un espressionismo stralunato, elettrico nel colore come nel segno guizzante”.