Omicidio Raccagni: Stato inadempiente, i familiari devono essere risarciti

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Il 18 Aprile dovrebbe essere trattenuta in decisione la causa intrapresa dinanzi al Tribunale di Roma nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri dall’avvocato Massimo Proietti per l’omicidio di Pietro Raccagni, il macellaio di Pontoglio (Brescia) morto a causa delle ferite riportate durante la rapina perpetrata nella sua abitazione, da parte di quattro clandestini albanesi.        

Secondo l’avvocato la Presidenza del Consiglio dei Ministri sarebbe inottemperante alla direttiva europea 80 del 2004 cioè quella di garantire ai familiari delle vittime un risarcimento economico che alcuni colpevoli non potrebbero altrimenti sostenere. Con la legge 122 votata il 30 giugno 2016 ed entrata in vigore il 23 luglio 2016, l’Italia ha cercato di adeguarsi alle indicazioni dell’Unione Europea, ma, secondo l’articolo 12 di tale norma, una delle condizioni per accedere al fondo è che la vittima non abbia un reddito superiore a 11mila 528 euro, somma prevista “per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato”. Nel testo della legge, per accedere al fondo di Stato, si prevede anche che “la vittima abbia già esperito infruttuosamente l’azione esecutiva nei confronti dell’autore del reato per ottenere il risarcimento del danno dal soggetto obbligato in forza di sentenza di condanna irrevocabile o di una condanna a titolo di provvisionale, salvo che l’autore del reato sia rimasto ignoto”: vale a dire, bisognerebbe presentare una documentazione che dimostri che si è fatto di tutto per esigere dal colpevole la cifra richiesta, «allungando spesso i tempi – commenta Proietti – non avendo certezza di percepire quanto spetta e con gravi danni per le famiglie delle vittime».

Raggiungiamo al telefono la vedova di Pietro, Federica Pagani Raccagni, vicepresidente di UNAVI-Unione Nazionale Vittime, che da sfogo alla sua rabbia: «Vorrei dire, prima di tutto, che lo Stato dovrebbe tutelarci affinché questi delitti non ci fossero! Invece non soltanto siamo vittime di violenza ma siamo anche vittime di uno Stato che porta alla lunga dei processi, scaricando le proprie responsabilità. Mio marito ci ha rimesso la vita e tu, Stato, ti permetti anche di emettere una sentenza, applicando una legge alla quale non posso aderire per dei vincoli che non mi permettono di usufruirne. Oltre il danno la beffa! La Presidenza del Consiglio dei Ministri, applicando la 122, pensa di lavarsi la coscienza. Questa è una legge, rispetto agli altri stati europei, ridicola: non per fare polemica, ma sembra che lo Stato ci consideri vittime di serie B, le vittime della mafia vengono risarcite in modo completamente diverso, finanche vengono risarcite le vittime della caccia, al contrario, noi vittime e familiari di vittime di reati violenti, dobbiamo possedere dei requisiti! Quale altro requisito si deve aggiungere al fatto che abbiamo subito la perdita dei nostri cari? Io, come cittadina italiana, ho dei diritti e pretendo che lo Stato si assuma le responsabilità di quanto è accaduto nella mia vita, permettendo che quattro clandestini albanesi devastassero la mia vita e quella dei miei figli. E inoltre voglio dire che se dovessero applicare la legge 122 io riceverei ottomila euro. Cosa sono ottomila euro? Mio marito non c’è più e a mala pena con quei soldi ci paghi il funerale. Purtroppo è doloroso ammettere che, se fosse stato mio marito a uccidere uno dei delinquenti, noi avremmo dovuto vendere la casa per far fronte alle spese legali».