175 coltellate ancora impunite

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ilGiornaleOFFAnnalisa Lombardi e Monica Montagna. Omicidio Ferriere.Annalisa e Monica erano davvero amiche: si trovavano a Ferriere, un paesino in montagna nel piacentino. Annalisa era una ragazza apprezzata, oltre che per la sua bontà, anche per il suo impegno nel sociale e proprio per aiutare l’amica a superare la depressione cercava di aiutarla in ogni modo. Erano sempre insieme.

Nel primo pomeriggio di quel 24 luglio (2012, ndr) i vicini di casa, insospettiti dal grande frastuono che proveniva dalla casa di Annalisa, chiamano i Carabinieri. Subito la macabra scoperta: Annalisa Lombardi era distesa in cucina in un lago di sangue. Monica si era accanita sull’amica colpendola con oltre 175 coltellate. Per #legittimadifesa la sorella Veronica, dopo sei anni dalla terribile vicenda,  ha deciso di rispondere alle nostre domande.

Che esito ha avuto il procedimento penale nei confronti di Monica Montagna?

A Monica è stata comminata, con sentenza penale nell’ottobre 2013 dal Tribunale di Piacenza, una misura di sicurezza di 10 anni, da scontare in un ospedale psichiatrico giudiziario, essendo stata dichiarata non imputabile in quanto totalmente incapace di intendere e volere al momento del crimine e socialmente pericolosa.

Si ritiene soddisfatta della sentenza che è stata emessa?

Se fosse stata applicata secondo il preciso dispositivo della sentenza non avrei nulla da eccepire; viceversa, poiché nel 2015 è avvenuta la chiusura degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari, n.d.r.) a favore delle REMS (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, nd.r.), luoghi che dovrebbero essere sia di detenzione che di cura, a distanza di soli due anni dal crimine, Monica Montagna ha avuto la possibilità di uscire dalla struttura senza adeguato controllo, così come ho appreso il 31 marzo dello stesso anno seguendo casualmente una trasmissione televisiva. Un giornalista di La Vita in diretta intervistava alcuni detenuti all’interno dell’OPG di Castiglione delle Stiviere tra questi vi era anche la stessa Monica, la quale risultava essere “una delle poche che ha il permesso di andare al Centro Commerciale non accompagnata“. Dopo il primo momento di incredulità, la cosa mi ha lasciato fortemente perplessa non riuscendo ancora adesso a comprendere come sia stato possibile consentire la libertà, dopo due soli anni di reclusione, ad una persona che si è resa responsabile di un omicidio efferato e dopo che il Giudice l’aveva definita socialmente pericolosa.

In tema di attualità e in ottemperanza alla Direttiva europea, giudica che lo Stato l’abbia adeguatamente tutelata?

Assolutamente no: lo Stato italiano, con 11 anni di ritardo e dopo avere subito due infrazioni da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha in extremis, mediante la Legge n.122 del 7 luglio 2016 , tentato di dare attuazione – peraltro solo parziale- alla Direttiva 2004/80/CE. Quest’ultima Direttiva prevede espressamente l’accesso ad un indennizzo a coloro i quali non siano riusciti ad ottenere un risarcimento dall’autore del reato in quanto questi non possiede le risorse necessarie, non può essere identificato, oppure come nel mio caso, non può essere perseguito. Quest’ultimo punto è stato totalmente ignorato dal legislatore italiano; oggi, pertanto, le vittime di un omicidio il cui autore viene dichiarato in sentenza come “non imputabile” o “non punibile” perché incapace di intendere e di volere, non hanno una normativa italiana che tutela il loro diritto al risarcimento.

A che consapevolezza l’ha portata la sua esperienza?

E’ evidente che ad oggi in Italia non esiste nessuna tutela e garanzia a favore di chi è stato danneggiato da un omicida che, pur dichiarato pericoloso socialmente, viene contestualmente dichiarato non punibile. Mi auspico un incremento di interesse e di sensibilità da parte del Parlamento Italiano il quale è inoperoso e lacunoso sotto il profilo legislativo e di adeguamento alle disposizioni della Unione Europea e sotto un profilo giudiziale, anche di fronte a situazioni drammatiche, estremamente lento ed inefficiente.

Si pensi ad esempio che qualche sentenza italiana ha interpretato la direttiva europea 2004/80/CE affermando che la stessa è relativa a tutelare quei cittadini comunitari, non italiani, che sono vittima, in Italia, di un crimine violento; quindi, in sintesi,è come dire che un cittadino italiano non è un cittadino comunitario; vi è altro da aggiungere?Purtroppo è venuta così a mancare la fiducia nelle istituzioni, mentre è nato in me un profondo rispetto nei confronti di un gruppo di persone che con grande dedizione si fanno portatori di importanti cause a tutela e difesa dei cittadini. Mi riferisco specificamente all’Associazione UNAVI (Unione Nazionale Vittime) che si batte per la tutela delle vittime di reati violenti riunendo i parenti delle vittime e raccogliendo tante e diverse testimonianze, nell’intento di migliorare le cose. Questo è il motivo per cui ho deciso di rendere nota la mia esperienza: per la mia famiglia, per tutte le famiglie che vivono questi drammi, perché è notorio infatti, e lo dico con amarezza, che in Italia vengono tutelati di più i diritti di chi commette i reati e sono dimenticati i diritti di chi li subisce.

2 Commenti

  1. è straordinario come si cerca sempre di tutelare chi commette un reato e si cerchi di minimizzare la condanna e si cerchi il suo recupero……. al contrario nessuno pensa mai alle vittime!!!
    Si cerca di fare il massimo per tutelare chi ha commesso un crimine e quasi nulle per chi sta dalla parte della ragione.

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