Renzo Rubino: “Che gioia vedere i miei nonni sul palco dell’Ariston!”

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Renzo Rubino c/o Renzo Rubino - Wall Street International
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Renzo Rubino c/o Renzo Rubino – Wall Street International

Renzo Rubino, reduce dall’ultimo Festival di Sanremo, in cui ha presentato il brano Custodire, oggi si racconta a Off tra passato, presente e futuro. Tra Lucio Dalla, Giuliano Sangiorgi e il domani, che è un’incognita perché «noi artisti siamo dei precari». Ma una certezza ce l’ha: «Non serve rincorrere un mestiere, ognuno di noi è quel che ama sin dalla nascita».

Renzo, per raccontarti e raccontare la tua storia artistica, vorrei iniziare dalla fine. Recentemente, sei stato tra i protagonisti della sessantottesima edizione del Festival di Sanremo con Custodire. È stato il tuo terzo Festival, dopo quello del 2013, che ti ha visto trionfare nella categoria “Nuove Proposte” con il brano Il postino (amami uomo), e quello del 2014, che ti ha regalato il terzo posto con Ora. Come hai vissuto Sanremo, quest’anno?

È stato un Festival molto diverso dagli altri, complicato ma anche meraviglioso. Credimi, ho vissuto intensamente tutti i diversi picchi di emozione che ho provato. Non è un caso che dica “emozione”, che è una parola che utilizzo sempre con grande moderazione, ma in questo caso è quella giusta. Ogni esibizione è stata diversa e mi ha arricchito. Tirando le somme, posso dirmi soddisfatto. Il tredicesimo posto di quest’anno, per me, ha un valore ben più grande rispetto ai risultati ottenuti nelle edizioni precedenti, perché è un tredicesimo posto sincero, voluto e conquistato senza paura.

Conquistato, peraltro, con un brano molto intimo.

Sì, con un pezzo decisamente intimo e inusuale. Com’era inusuale, per altri aspetti, quello de Lo Stato Sociale, ad esempio. Ho presentato una canzone conforme all’artista che sono, niente di più. Quando si partecipa ad un festival così importante, ciò che conta è essere sinceri e coerenti con se stessi e con il proprio percorso. Ti ripeto, sono contento. Ho provato una bella sensazione mentre cantavo. Per me, la verità sta nell’alchimia che si crea tra palcoscenico e pubblico, tra chi canta e chi ascolta. E posso dirti che, ogni sera, ho avvertito un legame sincero con la platea, si è creata una bella energia. Sono felice di come sia andata.

Dopo Sanremo, hai pubblicato la nuova edizione de Il gelato dopo il mare, disco uscito lo scorso anno e arricchito adesso dal brano del Festival. Il gelato dopo il mare è arrivato dopo tre anni di silenzio. Non hai pensato fosse una scelta azzardata e controproducente allontanarti dalle scene nel momento di massima esposizione?

No, perché non ho alcuna paura di non fare più questo lavoro. Il mio solo timore è quello di addormentarmi e di risvegliarmi insoddisfatto di quello che sono diventato. Ho paura di non essere felice delle cose che faccio, di scendere a compromessi che soffocano il mio modo di essere musicista. Soltanto questo mi spaventa.

Ma si può restare davvero immuni dai compromessi, quando la musica diventa un mestiere?

Io sono ancora qui, faccio questo lavoro da qualche anno e non mi sono compromesso. Certo, non riempio gli stadi, ma la mia ambizione è quella di vivere tranquillamente facendo questo. Ma continuerei a farlo anche se non dovessi vivere in maniera tranquilla, perché questo sono io. Sì, è possibile restare immuni dai compromessi. Questo non significa che non ci si debba migliorare, una cosa è svendersi, un’altra è mettersi in discussione e incrociare nuove verità, scrivere in modo diverso. Ad esempio, quest’anno, avevo una gran voglia di contaminarmi, così ho chiesto a Giuliano (Sangiorgi, ndr) di produrre il brano di Sanremo. Probabilmente prima non l’avrei fatto, ma oggi mi piace guardare ciò che succede attorno a me. L’atteggiamento giusto è questo: essere sempre pronti ad ascoltare, a mettersi in discussione. Poi, ad esempio, io non riuscirei a scrivere una canzone con cinque autori, non è una cosa che mi appartiene, ho una visione più intima della musica. Non riuscirei nemmeno a interpretare dei brani non miei, perché scrivere canzoni e cantarle per me sono due cose imprescindibili.

Dopo il 2014, sei tornato nella tua terra, la Puglia. Quanto è stato importante tornare alle tue radici per scrivere Il gelato dopo il mare?

Questo album, senza la Puglia, non sarebbe stato possibile. Il sapore di questo disco l’ho sentito già appena ho iniziato a scrivere le prime canzoni. La prima che ho composto a casa mia, La vita affidata all’oroscopo della Gazzetta, è l’espressione più centrata dell’intero album, racconta cosa mi ha portato a scriverlo. Ricordo esattamente quando è nata, in quel momento sono riuscito a sedimentare i miei pensieri, a raccoglierli insieme e a creare Il gelato dopo il mare.

A proposito di radici, durante l’ultima puntata di Sanremo, sul palco dell’Ariston sono saliti i tuoi nonni, che hanno ballato sulle note di Custodire.

Quello, per me, è stato in assoluto il momento più bello. Qualche giorno fa, parlando con mia nonna, le ho detto: «Ma ti rendi conto che sei salita sul palco dell’Ariston? Avresti mai pensato di fare un’esperienza così?». Tutte le sere, lei ripensa a quel momento lì. Ecco, per me è stato come fare loro un regalo. Donargli quel momento, è stata la cosa più bella di questo Festival. Volevo che quell’istante non finisse mai, per tanti motivi, intanto perché sono stati gli unici che mi hanno sempre sostenuto, poi perché mio nonno è sulla copertina del mio disco; poi ancora perché la canzone, in qualche modo, racconta anche la loro storia, la loro voglia di custodire l’affetto nonostante gli anni, le difficoltà, gli scossoni. Sono riusciti a tenere intatta la nostra famiglia, sono il nostro faro. Il minimo che potessi fare era donargli quell’esperienza.

Torniamo al tuo nuovo disco. È un album poco ruffiano, lontano da quello che il mercato discografico impone, lontanissimo da quello che le radio ci propongono. Essere se stessi paga ancora?

Ciò che paga è la diversità, ovvero l’espressione di se stessi, della propria unicità. Mi chiedi se paga a livello economico? Non lo so. Ma paga certamente nel momento in cui si è felici di ciò che si è. Io sono contento perché sono io, i miei dischi sono piccole espressioni di me stesso. Se parliamo di successo discografico inteso come capacità di fare grande numeri, allora quella è un’altra storia. Spesso le due cose non vanno di pari passo. Non è facile, ma io devo essere innanzitutto felice di quello che sono.

Facciamo un passo indietro, torniamo a quando la musica, per te, era soltanto un’aspirazione e non ancora un mestiere. Credi di essere riuscito a far coincidere il tuo sogno con la realtà che vivi oggi?

Sì, credo proprio di sì. Anche se, a dire il vero, mi sento sempre un emergente. Però il percorso è giusto, l’ho voluto e inseguito con determinazione. Poi c’è stato Sanremo, il primo che ho fatto, e la mia vita ha preso un’altra direzione. Sono contento di quello che ho fatto, ma non mi sento arrivato.

Il mondo della discografia, invece, è come lo immaginavi?

È un discorso complicato, la discografia è sempre in evoluzione, è cambiato il modo di fare i dischi, di arrangiarli, di venderli. Ho come l’impressione che oggi stia inseguendo risultati importanti e concreti e che li voglia raggiungere più in fretta possibile, forse per via di una crisi da risanare. Per farlo, quindi, cerca di soddisfare ciò che una parte di pubblico chiede, quindi investe solo su quella roba lì. Il problema, probabilmente, è che investe solo su quella roba lì, perché sa che quello è il pubblico che acquista la musica. Per fortuna, però, sono nate altre forme di discografia, ovvero tante piccole etichette che hanno dato voce ad artisti come Brunori Sas o Levante, ad esempio.

Guardiamo ancora al passato. Quali sono gli artisti che hanno accompagnato la tua crescita personale e professionale, indirizzando il tuo gusto e le tue scelte?

Ero e sono un grande estimatore di Lucio Dalla, del primo Renato Zero, di Ivan Graziani. Devo molto al cantautorato italiano, perché le parole dei cantautori mi hanno sempre affascinato tantissimo. Ma non solo, mi è sempre piaciuto guardare anche fuori, penso a David Bowie, ad esempio, ma anche a Benjamin Clementine, tra i più giovani. Non importa che siano artisti diversi tra loro, importa che siano tutti allo stesso modo irripetibili, quindi unici.

Se ti chiedessi di dirmi il disco della tua vita?

Senza alcun dubbio, ti rispondo Dalla di Lucio Dalla.

A tal proposito, recentemente sei stato a Bologna, in occasione del suo compleanno, e ti sei esibito a casa sua. Inoltre, quello di Lucio Dalla, è stato il primo concerto della tua vita, dico bene?

Dici bene. Lui era un godereccio, amava la vita e le cose belle della vita. Le sue canzoni, poi, hanno un pregio, si riescono a vedere. Quando le ascolti, le vedi, perché lui riusciva a portare l’ascoltatore in un’altra dimensione. Io ho come l’impressione di averlo conosciuto, nonostante non ci siamo mai incontrati. Lo so, è una roba strana da dire. Ma è come se mi avesse tenuto per mano, in questi anni. Il mio legame con lui è profondo, è e resterà il mio preferito.

Torniamo al presente. A maggio ci sarà l’anteprima del tuo nuovo tour, con due date (il 21 a Roma, all’Auditorium Parco della Musica; il 24 a Milano, al Teatro dal Verme). Che spettacolo porterai sul palcoscenico?

Ho voglia di divertirmi, portando sul palco la leggerezza che c’era prima che la musica diventasse un mestiere, prima di Sanremo, quando era solo spettacolo. Ho ripensato ai miei idoli, come ad esempio Andy Kaufman, mi sono tornati in mente alcuni film per me importanti, come Man on the moon, che peraltro parla della vita di Andy Kaufman. Quindi sarà una specie di varietà musicale, dove la musica sarà la padrona, ma non la sola protagonista.

Abbiamo parlato tanto di passato e presente. Rivolgiamoci adesso al futuro. Pensati tra dieci anni. Come ti immagini?

È proprio difficile guardare in avanti quando fai un mestiere come questo. Facciamo così: tra dieci anni, mi intervisterai di nuovo e ti dirò com’è andata, cos’è successo. Che ne dici?

Dico che va bene. Intanto, però, per concludere questa, di intervista, ti chiedo di raccontarmi un’esperienza off della tua carriera.

Posso raccontarti un momento che ha cambiato la mia vita. Prima di fare il musicista, facevo il pizzaiolo. Tutti i giorni, iniziavo a lavorare alle nove del mattino. Allora volevo fare teatro, non il musicista. La musica mi piaceva, ma sognavo il palcoscenico. Per un bel po’ di tempo sono stato lì, a impastare e stendere pizze. Un giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: «Ma che cosa stai facendo?». Non ero felice. Allora mi sono tolto il grembiule che avevo addosso e ho detto al proprietario «Io me ne vado». Mi sono detto «Ora farò tutto ciò che posso per realizzare i miei sogni». Quindi ho lasciato quel posto e sono partito. Quell’esperienza mi ha segnato, perché mi ha fatto capire subito quello che non volevo essere e che non volevo fare. Quando sai cosa non vuoi essere, sei già a metà dell’opera. Il futuro è iniziato quel giorno. Sai cos’ho capito poi? Che, in verità, non si arriva mai. Non si arriva mai da nessuna parte. Noi nasciamo già in un modo, dobbiamo soltanto lasciare che la nostra vita si compia, senza inseguire nulla. Si è quella cosa lì, non si arriva a quella cosa lì, è questa la sola cosa che dovremmo capire.