Le eroine di Elisabetta Sirani, “gloria del sesso donnesco”

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Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664, Modena [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons
Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664, Modena [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons
Elisabetta Sirani, olio su tela, 1664, 101 × 138 cm , Collezioni d'Arte e di Storia della Fondazione della Cassa di Risparmio, Bologna, [Public domain], via Wikimedia Commons
Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia, olio su tela, 1664, 101 × 138 cm , Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione della Cassa di Risparmio, Bologna, [Public domain], via Wikimedia Commons

Elisabetta Sirani (Bologna, 1638-1665), fu una vera femme prodige.  Morta ventisettenne, di veleno o di peritonite, lasciava un corpus di duecento dipinti, tutti documentati nel suo diario di lavoro Nota delle pitture fatto da me Elisabetta Sirani (pubblicato dal biografo Carlo Cesare Malvasia), 15 stampe, numerosi disegni e schizzi ad acquerello. Un’attività frenetica in un decennio, dal 1655, in cui esordisce, alla morte.

A diciassette anni lavora già nella bottega del padre, il pittore e mercante d’arte Giovanni Andrea Sirani, assistente di Guido Reni. È la prima di quattro figli, due sorelle Barbara e Anna Maria, pittrici pure loro, e un fratello, che farà il medico.

Serio tirocinio in una Bologna di controriforma, città dello Stato Pontificio, dotata di un’antica università. La “virtuosa” Elisabetta, dopo aver appreso tecniche e modelli nell’officina paterna, desiderosa di emergere, si lancia in uno stile tutto suo: schizza, fa studi ad acquerello e dipinge a olio su tela. È rapidissima: “Era tale la velocità e franchezza del suo pennello, ch’ella sembrava più leggiadramente scherzare che dipingere” scrive Malvasia, che l’aveva vista lavorare.

In breve supera il padre, che nel 1662, malato di gotta, le lascia la bottega. Insegna all’Accademia di San Luca a Roma e fonda la prima scuola europea di pittura per donne. Diventa celebre in tutta Europa nel suo ruolo di artista professionista, un mestiere sino allora per uomini.

Elisabetta Sirani,Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, olio su tela, Museo Nazionale di Capodimonte
Elisabetta Sirani,Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno, 1659, olio su tela, Museo Nazionale di Capodimonte, fonte:  bp1.blogger.com via Wiki

Che cosa dipinge? All’inizio piccoli quadri devozionali, poi grandi pale d’altare, quadri da stanza con ritratti, soggetti biblici e storici. Bravissima nel rappresentare eroine forti e decise, indipendenti e coraggiose, in cui spesso si autoritrae. Donne che non esitano a buttare nel pozzo nemici, molestatori, stupratori come quella Timoclea che uccide il re dei Traci (Napoli, Capodimonte), che l’aveva violata. Firmata e datata 1659 la tela, dall’iconografia spregiudicata e allusiva, le era stata ordinata da un banchiere bolognese. Giuditte, Dalile, Porzie, Cleopatre, e altre femmes fortes, si impongono in una personale ripresa di Guido Reni e Raffaello. Sensuali e violente, per la loro forza erano considerate “mascoline”, cioè opera “da uomo” come diceva Malvasia.” Ed era un gran complimento.

Sicura, Elisabetta dipingeva di fronte ai committenti, nobili, principi, personaggi di spicco per convincerli che le pitture erano farina del suo sacco. In un mondo scettico verso le artiste, la consapevolezza del ruolo raggiunto emerge dai numerosi autoritratti come l’Allegoria della Pittura (Mosca, Museo Puschkin) firmato e datato 1658: una identificazione con la grande arte, come aveva fatto qualche anno prima un’altra grande pittrice, Artemisia Gentileschi. E su bottoni, polsini, scollature, architetture, Elisabetta disegnava, anzi “ricamava” la sua firma.

Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664, Modena [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons
Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664, Modena [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons

Un giallo avvolge la sua morte. Naturale o per veleno? Un complesso processo cercò di stabilirlo. Furono indagate per sospetto avvelenamento la domestica Lucia Tolomelli e l’allieva Ginevra Cantafoli, rivale in amore. Le due donne alla fine furono assolte e la pittrice dichiarata morta per peritonite. Sepolta accanto al grande Guido Reni nella basilica bolognese di San Domenico, fu celebrata dal letterato Giovanni Luigi Picinardi come “la gloria del sesso donnesco”.