Sensuale, scettico e religioso, Silvio d’Amico Maestro di Jazz

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Sils bh1Silvio d’Amico, compositore, arrangiatore, strumentista e docente di musica. Nasce in Brasile e a 18 anni, studente d’Ingegneria, rimane folgorato dalla musica quando partecipa al Festival del Jazz di Rio de Janeiro ascoltando i più grandi musicisti, fra cui Pat Metheny . Da quel momento si dedica allo studio della chitarra elettrica e classica, che diventa  la passione della sua vita.

A 23 anni si trasferisce in Europa prima in Francia e poi in Italia, per suonare in diversi gruppi e completare la sua formazione, studiando Storia e Filosofia e “Teoria e Tecnica di comunicazione interpersonale“ all’Università di Venezia. Suona nelle band musicali di diversi artisti importanti come Fiorello e orchestre di teatri importanti.

Si trasferisce nuovamente in Brasile, nello stato amazzonico dove, per conto del governo federale, insegna musica alle popolazioni autoctone, nell’ambito di un ambizioso progetto di qualificazione e integrazione delle popolazioni locali. Questa esperienza professionale e umana rappresentano per il Maestro Silvio D’Amico il momento più alto del suo percorso.
 
Tanto per cominciare, parlami un po’ di te.

Mi chiamo Silvio Morais D’Amico. Sono un musicista nato in Brasile nel 1961. Ho vissuto in Italia per molti anni. Amo l’Italia. Ho un affetto immenso per i miei amici italiani e credo che loro esisteranno per sempre nel mio cuore. Le persone che mi sono vicine in Italia hanno ingrandito la mia anima, mi sento enorme dentro quando penso a loro. Dopo aver vissuto a Milano, Roma e Venezia sono tornato in Brasile nel 2017,  anche per lavoro, ma principalmente per continuare a conoscermi e comprendermi. Usando la mia introduzione per un curriculum, provo a definirmi: Sono un uomo che ama le abitudini, il quotidiano, che preferisce la vita senza sbalzi, che tratta con una certa diffidenza  le grandi ambizioni, le mie e quelle degli  altri. I rilievi dello spirito m’interessano molto di più e questi vengono percepiti, quasi sempre, nel silenzio delle nostre intimità, della nostra vita privata, individuale, indivisibile. Preferisco quando le speranze sono più serene, gli auguri di felicita più discreti, l’ansia meno pronunciata. Potrei anche dire che: sensuale, scettico e religioso non sarebbero definizioni sbagliate di ciò che sono.

Quando e come ti sei avvicinato alla musica? Hai un aneddoto in particolare?

Ero molto giovane. Mio padre, italiano, ascoltava musica classica e mi piaceva il terzo movimento della terza sinfonia di Brahms (Symphony N° 3 in F, Op. 90: IV.Allegro). Considero questo meraviglioso pezzo l’inizio del mio amore per la musica. Ho studiato Viola d’orchestra con il desiderio di riuscire un giorno ad eseguire insieme ad altri, in un’orchestra ovviamente, qualcosa che mi emozionasse  cosi tanto. L’aneddoto sta nel fatto di aver scelto la Viola come strumento… i musicisti sono pieni di barzellette su questo strumento.

Sil-s e LuzQuando hai capito la tua vera inclinazione?

Avevo 18 anni, frequentavo la facoltà d’ingegneria chimica e metallurgia (in memoria di mio padre), mia madre mi regalò i biglietti per alcuni concerti del primo festival jazz di Rio de Janeiro. Sono rimasto folgorato. Ho avuto il privilegio di ascoltare musicisti incredibili come Pat Metheny, Jaco Pastorios e tante altri. Lì, ho colto la mia vera tendenza: l’improvvisazione, quello che è irripetibile. Da quel momento suono la chitarra elettrica e la classica.

Che genere di musica suoni preferibilmente?

Il Jazz. Ma mi piace la buona musica di qualsiasi genere. E ce n’è tanta.

Suoni la chitarra classica e quella elettrica. Dal punto di vista delle sensazioni e del linguaggio in cosa si differenziano?

Le differenze sono grandi. Per  cominciare, uno strumento acustico ha più dinamiche e la buona  qualità dipende molto dalla liuteria.  Soffre molto di più con i cambi  di temperatura , e quasi sempre stona. Ci vuole molta dedizione per avere un suono bello e pulito. E’ più intimista e sempre ti  accompagna perché è  facile da trasportare. La chitarra elettrica,  dipende poco dalla liuteria, anche se le migliore sono fatte da liutai competenti, poiché il suo suono è prodotto  da circuiti elettrici. Perfino i cavi per collegare lo strumento interferiscono sul  suono. Il musicista ha il vantaggio di avere a disposizione  una quantità infinita di apparecchi per modificarne i suoni e questo compensa la sua poca dinamica ma crea difficoltà nel trasporto. Ha delle risorse inusitate. Mi piacciono tutt’e due. Il linguaggio non è dato dallo strumento. Piuttosto, ne definisce i limiti, come diceva Pierre Schaeffer (1977): “Musical ideas are prisoners, more than one might  believe, of musical devices“.

Ti piace di più suonare da solo o con altri?

A me piace suonare per gli altri. Considero l’orecchio dell’ascoltatore lo strumento più importante per la musica. Quando suono mi piace capire a chi mi dirigo e fare in modo che  la musica che faccio sia buona per loro. Parto dalla consapevolezza che nessuno si diverte tanto come me quando suono, principalmente quando suono Jazz, improvviso e creo al momento. Se sono in compagnia, nell’eseguire un brano, cerco di far capire questa mia posizione al musicista che suona con me. Quasi sempre ci riesco poiché ho avuto il privilegio di suonare con delle persone di altissimo livello.

Sei direttore d’orchestra. E’ più semplice gestire i musicisti o la loro personalità? Dove hai trovato più difficoltà nel dirigere?

Se sono un direttore d’orchestra è per “notorio sapere”. Io ho studiato orchestrazione. Scrivo per orchestra e quando dirigo, quasi sempre in uno studio di registrazione, è perché ho scritto io quello che suoneranno. Non mi sento adatto a  dirigere l’esecuzione di un brano in un concerto perché mi lascio trasportare da quello che sento e perdo la freddezza necessaria per fare  reagire l’orchestra ai miei movimenti. Ammiro immensamente i grandi maestri come Celibidache, Riccardo Muti, Zubin Mehta, Claudio Abbado. Questi si, sono direttori d’orchestra. Riescono a emozionarsi e controllarsi regalando sicurezza ai musicisti e gioia a chi ascolta. Senza contare che hanno una erudizione impareggiabile. Nel mio piccolo e modesto ambiente lavorativo, quando dirigo io è perché non ci sono scelte. Mi piacerebbe avere un pezzo orchestrato da me  eseguito da uno come Muti… chi sa un giorno non riesca a scrivere qualcosa che meriti tale onore.  Sono perseverante, studio sempre.

Sulla personalità dei musicisti non saprei cosa dire. Qualcuno ha detto che da vicino nessuno è normale….sono d’accordo. Il talento artistico riguarda solo uno specifico aspetto della persona e, per quanto possa essere grande, non caratterizza mai la persona in quanto tale. Ma una cosa vorrei dire ai musicisti, con il dovuto rispetto; non limitatevi a studiare solamente il vostro strumento. Non lasciatevi schiavizzare dalla pratica ossessiva e puramente tecnica della musica. Ci vuole contenuto per pronunciare un discorso, anche musicale. È una delusione incontrare talenti musicali completamente ottusi alle questione della vita. Il “Dono” non basta. L’Arte richiede sforzo.

IMG_0476Ci sono musicisti che ti hanno influenzato?

Si. Jobim, João Gilberto, Claus Ogermann, Ravel, Pat Metheny, Debussy, Joe Pass, Bill Evans, Coltrane, Miles Davis, Wes Montgomery, Egberto Gismonti, Peter Gabriel, Brahms, Bach, Nino Rota e tanti altri artisti che mi sono di riferimento.

E’ più importante la tecnica o il feeling?

Tutt’e due hanno importanza. Senza tecnica si cade nel banale, senza feeling nell’insipido discorso. Ma occorre definire di più cosa è questo feeling. Non è solamente sentimento. Leone Tolstoj diceva che la grande colpa da cui derivano le grandi miserie dell’arte del nostro tempo è che gli artisti tutti: pittori, scultori, poeti, romanzieri, non trattano un argomento per amore o odio; ossia per una ragione interna d’indole morale. Chi li muove dunque? Il solo fine di produrre nei loro simili un senso di stupore mediante la rappresentazione della vita; oppure un senso di piacere mediante la rappresentazione della bellezza. La maggior parte degli uomini, nella nostra società, si contenta dello stupore artistico e delle grosse e violenti sensazioni che sono da lui generate. Ovviamente questo si applica anche alla musica e ai musicisti. Quando si realizza musica i sentimenti devono essere mostrati quasi come una confezione.

Raccontami la trasferta dal Brasile all’Europa. Vi è stata una ragione particolare a questa tua decisione?

Nel 1984, a 23 anni di età, sono stato invitato a suonare con un gruppo di brasiliani in Francia. Avendo l’opportunità di stare vicino alla cultura europea e guadagnando abbastanza per sanare la mia fame di informazione ho cominciato a studiare di tutto. Ho studiato Storia, Filosofia e in questi ultimi anni anche “Teoria e Tecnica di comunicazione interpersonale“ con la dottoressa Ludovica Scarpa nell’università Iuav di Venezia. La ragione è questa: volevo studiare. Il più grande valore che la musica mi ha dato e’ stata la condizione di vivere del mio lavoro e  cercare le conoscenze che volevo. Questo non ha prezzo.

Solitamente gli artisti sono degli spiriti liberi, per te è così o è importante avere un posto sicuro dove tornare alla fine del viaggio?

Senza falsa modestia, io mi considero più un artigiano della musica che un artista. Sono convinto che il “Dono Divino”, come mani da pianista o l’orecchio assoluto, sia un privilegio che viene con la nascita. Già il talento si può conquistare nella vita con sforzo e pazienza. Se sono talentuoso -e credo di esserlo-, è perché mi dedico con passione allo studio della musica. Posto questo, credo che per me sia importante il “luogo sicuro”, non per la fine del viaggio, che non mi sembra abbia una fine, ma per il viaggio in se, che è questa vita. La mia casa è la mia sicurezza, non importa dove essa sia. Ero sicuro a Venezia, sono sicuro in Brasile anche se, ovunque, la violenza degli uomini mi stupisce. Cerco di essere al sicuro da questa violenza e per il resto sono disposto a osare e rischiare.

Come vedi il futuro della musica? La tecnologia aiuta o potrebbe ostacolare il talento dei veri musicisti?

Il futuro, non so quale sarà ma sicuramente non avrà la caratteristica della musica erudita contemporanea, attuale. Questa per poter essere apprezzata necessita di una conoscenza dei principi che la generano e non è spontanea. Non credo che possa rimanere come estetica valida. Ovviamente escludo compositori come Luigi Nono, Luciano Berio e Boulez da questa mia critica perché questi sono riusciti a portare l’ordine nel caos. Sulla tecnologia mi rimane solo la speranza che, una volta accessibile a tutti, le persone si rendano conto che chiunque può produrre, con una macchina, gran parte dell’universo musicale odierno. Mi auguro che riescano a differenziare quello che possiede valore artistico da quello che è solo  il prodotto di un algoritmo. Chi sa?

Parlami della musica brasiliana. Come ha influenzato la musica in generale?

Ho una teoria tutta mia sulla particolarità della musica in Brasile.

In poche parole: Quando la corte Portoghese si trasferisce in Brasile, scappando da Napoleone, era già comparsa la 9° de Beethoven. I musicisti che sono arrivati con Don João VI avevano conosciuto il periodo classico della musica e hanno cominciato a organizzare piccole orchestre per soddisfare la monarchia. Prima del loro arrivo si trovavano, in Brasile, solamente pezzi barocchi per i canti liturgici e melodie pentatoniche Africane. La semplicità melodica unita alla sofisticazione armonica  della musica dell’Ottocento, genera la bellezza della musica creata dai Brasiliani. Diversamente da altri paesi, in Brasile si è fatta una vera fusione di culture. I musicisti della Banda del Pompieri di Rio de Janeiro nel 1896 erano discendenti da africani. Anacleto de Medeiros, importante musicista di quell’epoca, era figlio di una schiava liberata. Loro hanno appreso le cadenze armoniche mescolandole all’incredibile senso ritmico che portavano della cultura della madre Africa. Con lo spirito giocoso caratteristico del mio popolo, che magari non è felice ma allegro sempre, si crea il “Samba” che sposta il basso dell’accordo sul secondo tempo della battuta di 2/4 (peculiarità del ritmo brasiliano, creando una sincope molto gradevole e particolare. Chiunque tenti di simulare con la voce una batteria si renderà conto di questa differenza. Il comune è “ Tum-Tá-Tum-Tá . In Brasile diventa Tá-Tum (un po’ buffo da vedere scritto). Tutte queste caratteristiche non potevano che influenzare la musica e i musicisti del mondo. Ma quando qualcuno usa queste risorse; la melodia con tanti accordi, il ritmo sincopato e invertito, fa musica Brasiliana , non importa dove la stia facendo e in quale lingua stia cantando. E questo dimostra l’identità che la musica brasiliana ha.

Sono sicuro che un musicologo saprebbe spiegare con più dettagli ed esempi, tutta la questione. Io mi permetto solamente di esercitare il “libero pensiero”, senza pretese maggiori.

Molti affermano nei momenti difficili della propria vita, di voler abbandonare tutto e di chiudersi in un altro mondo, diventare anche asceta per assurdo, tu l’hai fatto volando, si fa per dire in Amazzonia. Raccontami

All’inizio del 2017, dopo più di due anni di lotta contro il cancro, è scomparsa la persona che amo e che amerò per sempre. La mia compagna,  il mio amore, la donna alla quale appartenevo.  Recentemente ho letto, in uno dei tanti libri che divoro, una domanda: Cosa è più traumatico? La scomparsa dell’essere amato o l’effetto permanente di questo fatto? Non lo so.  So solamente che io sono qualcosa di più che la tristezza che porto addosso. Preferisco valorizzare la speranza che ho nei miei passi che la malinconia  che mi sta sulle spalle. Credo che il coraggio non debba essere visto come una qualità di persone rare. Per me è solamente un obbligo. Il coraggio di portare avanti la vita, costruire legami e migliorare le tue circostanze. Ho anche l’umile speranza di continuare ad essere orgoglioso della memoria della persona che mi manca cosi tanto. Per questo ho accettato l’invito dell’ambiente accademico musicale di Belo Horizonte, la capitale della regione dove sono nato in Brasile, per insegnare musica a  ragazzi in mezzo alla giungla amazzonica. Un’importante industria mineraria, come contropartita per l’uso del territorio, ha regalato a varie piccole città dell’immensa foresta, strumenti d’orchestra di buona qualità. Io dovevo organizzare e insegnare ai ragazzi come formare un’orchestra o una banda. Nel corso dell’anno sono andato varie volte in posti veramente di difficile accesso. Alla fine, a novembre, sono riuscito a fare un concerto con i ragazzi musicisti delle varie città che hanno suonato con un importante artista della musica pop brasiliana per una platea di governanti e autorevoli rappresentanti della cultura in Brasile.

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Raccontami qualche aneddoto sul rapporto con le popolazioni autoctone. Come hanno accolto te e la musica? Che genere di musica insegni loro?

Queste comunità vivono ai margini di tutto. Ai margini degli immensi fiumi, della civiltà, della modernità, dell’informazione, delle leggi.

Ho visto funzionari del fisco essere gettati nel fiume perché stavano effettuando dei controlli nelle baracche del porto. Il fiume è pieno di coccodrilli ed è stato necessario ripescarli per evitare danni peggiori.

Ho la sensazione di essere riuscito a superare la diffidenza che avevano nei miei confronti, come hanno con tutti gli stranieri. E’ comprensibile alla luce dei fatti storici e dell’isolamento di questo luogo. Tutto sommato, anch’io ero interessante per loro. Strano e con un modo divertente di parlare. Posso dire che mi hanno accolto bene, anche se con molta fatica.

Ho insegnato  loro a scrivere la propria musica per gli strumenti che avevano. Non avevano musiche tradizionali indigene. La musica che sentono ed è popolare fra di loro è quella trasmessa dalla televisione. Sono come tutti i ragazzi del mondo ma in un posto unico per l’esuberanza della natura. Ascoltano tutto quello che ascolta il resto del mondo.

Una curiosità: I ragazzi, anche quando non conoscono musica, estraggono dallo strumento dei suoni bellissimi. Ho capito che è perché passano i giorni a suonare e cercano di riprodurre i suoni  della foresta. A loro piacciono gli strumenti come sax, trombone. Più hanno volume sonoro, più gli piacciono. Ai violini nessuno s’interessava. Mi correggo, i flauti gli piacciono anche se hanno un volume più discreto. Sara’ per eredità culturale…i flauti indigeni.

La natura, la civiltà, la musica, le credenze, la religione sono compatibili?

Sono più che compatibili, sono complementari. I simboli, i miti, quello che vediamo e viviamo insieme ad altri sono la materia prima per creare qualcosa, principalmente qualcosa che abbia a che fare con l’Arte. Io ho avuto qualche problema con le comunità evangeliche perché loro sono un pò “Talebani” e se la prendevano con pezzi che parlavano d’amore extra coniugale. Ma niente d’importante. Nell’alveo delle convinzioni personali non esiste critica perché non esiste uno spazio per la stessa ed è giusto che sia così. Ma quando delle autorità religiose hanno cominciato a gridare con me, contestando il tema del pezzo che i ragazzi avevano scelto di suonare, in mezzo a una prova che stavo facendo ho dovuto alzare il tono e spiegare quanto ridicolo è credere che le ideologie, le convinzioni e le parole urlate bastino per fare diventare efficace una tesi stupida. Veramente non so se hanno capito, ma mi hanno lasciato fare.

Leggendo il tuo diario di viaggio dell’Amazzonia mi ha molto colpito il tuo carattere forte, rigoroso. Un’altra persona sarebbe riuscito nella tua impresa? Girare l’Amazzonia attraverso villaggi occultati dalla foresta, dove superstizione e difficoltà fisiche sono aspetti normali.

Sicuramente si. Ho conosciuto persone che svolgono lavori molto più importanti del mio in quella zona del mondo. Gente che si occupa di sanità e di salvaguardia ambientale e che, per forza di cose, si scontra con poteri molto più forti di quelli che mi hanno ostacolato. La difficoltà della natura selvaggia è la minore che si possa trovare da quelle parti. Gli uomini sono molto più violenti.

Cosa hai portato con te da questa prima fase di insegnamento alle popolazioni autoctone o quasi dell’Amazzonia? Cosa ti aspetti dal prossimo percorso di formazione nel villaggio più sperduto dell’Amazzonia?

Ho imparato un po’ di più sul mio Brasile. Cose che nemmeno i brasiliani conoscono. Ho conosciuto case con coccodrilli domestici e cose strane del genere. Dovrò ancora lavorare con un’ etnia rara, i quilobolas, indios che si sono mischiati con gli schiavi evasi nell’800.

Si dice che la bellezza salverà il mondo, la musica?

Non saprei. Rio de Janeiro è una città caotica, violenta e pericolosa. Quando guardi i fili della rete elettrica ti viene il dubbio: come mai tutto questo non esplode? Dev’essere la bellezza esuberante del posto che salva la città. Qualcosa di mistico c’è, ma non saprei definirlo. La musica può essere bella, allora diciamo che anche lei può salvare qualcosa.

Credi che avrai difficoltà di adattamento nel tornare in Italia?

Nessuna difficoltà. Io tornerò a Venezia. La città più consona a me . Citando Diogo Mainardi, uno scrittore brasiliano che ammiro, per esprimere un’idea che condivido:

Il meglio di Venezia, per me, è il suo carattere regressivo, il suo essere insieme reazionaria e anticonformista.(…) Venezia ha il potere di contrastare, con la sua prepotente irrazionalità, il populismo illuminista del nostro tempo. Venezia, con il suo anacronismo splendente, ha il potere di far diventare ridicola qualsiasi specie di superbia progressista

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Adriana Soares
Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro, vive a Roma dall’età di 11 anni, dove è cresciuta ed ha concluso gli studi linguistici. Artista eclettica che si esprime nelle diverse arti della fotografia, della pittura, della poesia e della scrittura. È permanentemente esposta presso musei con le sue opere che hanno girato il mondo in svariate mostre di successo. È pubblicista e scrive per la sezione cultura del quotidiano Il Giornale: Il Giornale Off. Cura alcune rubriche di Bon Ton su alcune testate. Rappresentata dalla prestigiosa agenzia fotografica “Art and Commerce/ Vogue” di New York. Dal 2017 pubblica le sue prime raccolte di poesie, storie, leggende brasiliane e racconti per bambini. Dal 2019, l'autrice inizia una nuova stagione narrativa con la pubblicazione di racconti per i più grandi. Dislessica per nascita non per scelta.