Giampiero Ingrassia: “Vorrei un mio teatro dove decido chi far lavorare!”

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giampiero_ingrassia2Giampiero Ingrassia torna in teatro con Hairspray. Ma sogna anche un musical “rock”, il cinema, “una chiamata da Spielberg”. E un piccolo teatro…

Una storia senza tempo e senza spazio, un grande classico dei musical e di tutto il teatro. Dopo aver trionfato a Broadway, torna in Italia il musical Hairspray con una nuova produzione firmata Teatro Nuovo di Milano. Con oltre 2.500 repliche a New York, i suoi 8 Tony Awards, e il suo adattamento cinematografico, Hairspray è pronto a conquistare tutta Italia, di nuovo, nella stagione teatrale 2017/2018.

Dopo il debutto milanese, sarà a Roma al Teatro Brancaccio, sino al 4 marzo, dal martedì al venerdì ore 21, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17. Sul palco Giampiero Ingrassia nel ruolo di Edna, la madre di Tracy, diretto da Claudio Insegno, insieme a lui un cast di bravissimi performer. Lo abbiamo intervistato a poche ore dalla prima, e mi ha inondato di entusiasmo e di forza.

Giampiero, pronto per il tuo debutto romano dopo quello milanese?

Sai, Roma è diventata un po’ una piazza difficile, distratta. Forse ci sono troppe cose, troppi teatri, troppi spettacoli. E prima che la gente si muova ha bisogno del passaparola. Ma è anche ovvio, Roma rispetto a Milano è cinque volte più grande, quindi è tutto più dilatato. Non è che non vengono, ma vengono con calma. Una tendenza che è un po’ aumentata negli anni. Ma il pubblico romano ha sempre risposto bene, e spero lo faccia anche in questa occasione.

Hairspray, Frankestein Junior, Grease, Jesus Christ Superstar, Cabaret: sei praticamente il frontman italiano in fatto di musical. [ride, nd.r.]. Ce n’è qualcun altro che vorresti portare in scena? E al fianco di chi?

Mi piacerebbe molto Rock of Ages, oppure School of Rock. L’ultimo racconta una classe con studenti che sanno cantare recitare, cantare, ballare e, soprattutto, suonare. Mi piacerebbe tornare a fare un musical con Lorella Cuccarini, ma non questi perché non ci sarebbe un ruolo per lei.

A proposito di musica, sei un grande appassionato di hard rock ed heavy metal, cantando anche per alcuni gruppi. Un progetto totalmente abbandonato o semplicemente messo da parte?

Non è mai stato un “piano B”, ma semplicemente una grande passione. Quando ero più giovane, tra uno spettacolo e un altro, facevo dei concerti in giro con degli amici musicisti. Ma era solo una passione. Magari potessi farlo ancora, mi servirebbe per scaricarmi. Purtroppo non è possibile.

Venti anni fa il tuo debutto televisivo, in qualità di conduttore, a Tira & Molla. Poi nel 2007 Matinée. Torneresti in televisione?

Lo farei, ma con un programma adatto a me. Mi sono trovato sempre a sostituire qualcuno: prima Bonolis con Tira e Molla, poi Max Giusti in Matinée. Ma non lo so, non so se sono bravo alla conduzione. Mi piacerebbe, ecco, fare un programma di musica.

Grande successo al teatro, ma non ti vediamo mai al cinema.

Ci sono andato ieri sera per vedere Black Panther. Sai, non sei tu che scegli di fare cinema, ma è il cinema che ti chiama. E fino ad adesso ha chiamato ben poco. E quando è successo ho detto di no perché ero in tournée. Il “problema” di fare teatro è che ti impegna molto. Nel mio caso, da qui a maggio sono in giro, poi riprendo da ottobre ad aprile 2019. Certo, se mi chiamasse Spielberg, ci penserei un attimo. Mi piacerebbe molto. Anche una fiction, ma qualcosa di serio, un poliziesco o un drammatico. O anche una sit-com.

Quale è stata la molla che ti ha spinto a intraprendere questa difficile carriera?

La passione, forse anche il DNA. Ho sentito parlare di cinema sin da quando ero nato. Ma anche di musica,  mia madre era musicista. Lo spettacolo regnava in casa mia, e io ho assorbito questo clima. Quando è venuto il momento di scegliere al termine del liceo, ho deciso di trasformare la mia passione in un lavoro. E sono passati da quel momento 35 anni, non pochi.

Tuo padre, il grande Ciccio Ingrassia, che tipo di consigli ti ha dato nel percorrere questa strada?

Quello di rimanere sempre con i piedi per terra, di non montarsi mai la testa, perché è facilissimo cadere da dove sei arrivato. E di godersi pian piano le varie conquiste, assaporandole, non dando mai nulla per scontato.

Ad aprile saranno 15 anni dalla sua scomparsa. C’è un suo “no” che hai ancora ben impresso nella memoria?

No [ride, nd.r.]. No, assolutamente. Io non lo deludevo e lui non mi ha mai detto di no. Anche perché io non gli ho chiesto. E quando accadeva i suoi erano sempre “sì”. Anche quando scelsi di lasciare l’università per fare il suo mestiere. Si è limitato nel dirmi di stare attento. E che se era questo che volevo fare, di farlo.

Un sogno professionale.

Mi piacerebbe molto avere un mio teatro, anche piccolo. Gestirlo in maniera autonoma e decidere chi far venire e chi far lavorare. Ci sono purtroppo tanti colleghi bravissimi che sono a spasso, molto di questi con famiglie. Vorrei avere un posto dove accoglierli, facendo far loro commedie e spettacoli.