Matteo Procaccioli, o le “Strutture” del passato presente

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structures-07Difficile trovare cornice migliore di corso Garibaldi a Milano per la personale di Matteo Procaccioli  negli spazi di Dream Factory. Da qui, alzando gli occhi al cielo, un milanese venuto dal passato sarebbe sbalordito dalla rivoluzione dello skyline che abbraccia la città del design diventata “the place to be” dai tempi delle fabbriche e della nebbia: la percezione del cambiamento del tessuto urbano che noi invece abbiamo visto in via di apparizione progressiva nel corso di questi ultimi anni lo sconvolgerebbe.

Protagonista delle opere di Procaccioli, tutte fotografie che declinano nel campo pittorialista, è la fissità sussistente e muta di vestigia del passato presente: fabbriche immani, complessi industriali, antenne paraboliche su campi sconfinati, tralicci dell’alta tensione che si stagliano su un cielo glaciale maculato di ruggine e lavoro. Sono immagini che azzerano la presenza umana, ineffabili: per loro parlano i prodotti della tecnica, quelle realizzazione che rappresentano l’altra parte dell’arredo costitutivo del mondo dopo l’uomo.

Nella serie in mostra proprio l’uomo è il proprietario assente di queste “strutture”, che in fin del conto le ha edificate e ci ha lavorato: cattedrali nel deserto, foreste di cemento pietrificate. Forse per questo non hanno titoli, ma codici ricorsivi: Structures 01, Structures 02 e così via, come il codice del DNA, che identifichiamo subito con l’uomo anche se quel che vediamo è un filamento attorcigliato.

Come infatti scrive Angelo Crespi, curatore della mostra e autore del testo a catalogo, “Procaccioli [rappresenta] in modo raffinato non tanto la contemporaneità dell’urban landscape quanto la sua ormai antica persistenza simbolica: quasi trasognante memoria più che semplice visione”.