“Nerone”, artista multiforme e cane sciolto. Anzi, dobermann…

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Nerone, Fiere al tramonto, olio su tela, cm 100x80
Nerone, Fiere al tramonto, olio su tela, cm 100x80

nerone_sergio4«A forza di essere autocritici si perde la spontaneità, il coraggio. Non ho mai avuto galleristi perché io faccio quel che voglio». Nerone, al secolo Sergio Terzi, classe 1939, ci accoglie così, spiazzandoci, come fa da una vita. Non appartiene a correnti, a gruppi, a partiti. È un cane sciolto. Un dobermann, razza canina che ama molto. «Io sono un violento di natura, con le stesse mani con cui faccio una scultura potrei uccidere». È stata “una vita violenta”, quella di Nerone, sin dall’infanzia, con il padre che «dava da mangiare prima alle bestie e dopo a noi». E poi il tunnel dell’alcolismo. Ma ha vinto lui contro quel mostro che cercava di divorarlo; anche se i fantasmi e le ombre tornano ancora, come si vede nei suoi quadri. Qualcuno vorrebbe relegare Terzi al ruolo di “autista di Ligabue” o di pittore naif ma, in realtà, è molto di più. Ha abbandonato sin da subito “fiorellini e casette” per essere un artista multiforme (scrive, disegna, dipinge, scolpisce, suona). Oggi, alla soglia degli ottant’anni, continua a produrre nella sua casa-studio vicina al Grande Fiume, anche in questi giorni in cui, nella Bassa, la nebbia fa sparire tutto. In cantiere c’è una scultura che ricordi il terribile terremoto del Belice, oltre a due mostre importanti (a Capri e a Marrakech) e un documentario su di lui diretto da Ezio Aldoni.
 
Terzi, da dove viene il soprannome “Nerone”?

Facevo il restauratore di mobili in uno stabile della curia, il vescovo mi diede lo sfratto perché lavoravo di domenica. In quel periodo ci fu un incendio in una chiesa sconsacrata. Mi accusarono e poi mi scagionarono, ma rimase quel soprannome che non sono riuscito a togliermi di dosso.

Lei è stato l’autista di Antonio Ligabue…

Sì, lui si sedeva dietro e sembrava un re, quando vedeva persone che lavoravano, chiedeva di fermarsi e diceva: “avete visto che ho la macchina e l’autista, e voi lì a sgobbare?!”. La gente, qui, l’ha sempre deriso, allontanato. Ho raccontato la sua storia nel libro Forestiero sul Po.

A quel tempo dipingeva già?

No, non avevo mai preso in mano un pennello. Iniziai a dipingere verso gli inizi degli anni Settanta e vinsi la coppa d’oro Ligabue. Davide Lajolo, giornalista, deputato e amico di Zavattini, mi volle conoscere. Divenne il mio padre spirituale, la mia ancora di salvezza. Nei miei silenzi, mi capiva.

Poi, nel 1996, arriva la consacrazione con il premio alla carriera al Metropolitan Museum of Art di New York…

Sì, avevo tutte le porte aperte, poi torno a casa e scopro che mia moglie aveva l’alzheimer. Mi è crollato il mondo. E, allora, ho deciso che dovevo starle accanto, come aveva fatto lei per tutta la vita. Di lì iniziai la serie sull’Olocausto e poi i quadri astratti. Solo così scaricavo la mia rabbia.

Ci sono dei pittori a cui si ispira?

No. Creo con la mia anima. Così, quello che faccio, può piacere o non può piacere, ma almeno è una cosa mia.

Come lavora?

Di getto, senza disegni o studi preparatori. La mattina alle quattro sono già in piedi e inizio a lavorare. Ho appena finito cinquanta quadri figurativi e ora torno a fare l’astratto.

Tra pittura e scultura, cosa preferisce?

La scultura. Perché la crei istantaneamente. Quando faccio una scultura non fumo nemmeno. Mentre nel dipingere c’è un passaggio, un’interruzione, quella, ad esempio, di intingere il pennello nel colore, che limita l’impeto che hai dentro.

E la scrittura, come è nata in lei?

Mi aveva spinto a scrivere sempre Lajolo. Al tempo bevevo tre bottiglie di Fernet al giorno. E lui mi disse: “Devi smettere di ubriacarti! Scrivi!”. Nacque così il mio primo libro Non è stato facile (edito da Vallecchi nel 1978), quello che ritengo il più importante dei venti che ho scritto.

A questo punto della sua carriera si sente di tirare una somma?

No, continuo a lavorare, senza guardami indietro. Sono sempre alla ricerca, non riesco a fare le stesse cose. E, quando le ho fatte, non le guardo più. I conti li tireranno alla fine gli altri.