Claudio Baglioni ha mantenuto la sua promessa

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Claudio Baglioni, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino (foto ANSA)
Claudio Baglioni, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino (foto ANSA)
Claudio Baglioni ©ANSA
Claudio Baglioni ©ANSA

Non c’è direttore artistico o conduttore del Festival della Canzone Italiana che, prima dell’inizio della kermesse, non dica «Quest’anno la musica sarà al centro del Festival di Sanremo». Sembra un mantra, non vi si può prescindere. Eppure, non di rado, resta una premessa (o promessa) pretenziosa, sbugiardata dai fatti. È successo talmente tante volte che dare credito alle parole di Claudio Baglioni, direttore artistico del Festival di Sanremo 2018, risultava difficile. Ma non impossibile, a dire il vero, perché i presupposti per un cambiamento importante c’erano già ma, abituati come siamo a considerare il Festival un fatto di costume, più che un evento musicale, ci avevano disorientato.

Innanzitutto, Baglioni ha abolito le eliminazioni: tutti i cantanti in gara sono arrivati alla serata finale di sabato 10 febbraio; il meccanismo dei talent, che ha preso piede – ormai – da più di un decennio, è stato soppiantato da un regolamento nuovo, che ha previsto che tutte le canzoni venissero eseguite per ben quattro volte sul palco dell’Ariston.

Come se non bastasse, il cast voluto da Baglioni, decisamente meno nazionalpopolare rispetto agli anni passati (specie alle tre edizioni dirette e condotte da Carlo Conti), aveva fatto storcere il naso a più di qualcuno. Ci si chiedeva, forse a buon diritto, se un cast con un’età media vicina ai cinquant’anni potesse catalizzare l’attenzione del pubblico.

Ma veniamo agli ospiti: Baglioni ha scelto di avere al proprio fianco soltanto musicisti, niente starlette americane, calciatori, sportivi di ogni genere, attori o predicatori politici. Ad eccezione di Fiorello e Virginia Raffaele, sul palco dell’Ariston sono saliti soltanto cantanti, perlopiù italiani. Insomma, le premesse per un cambio di rotta importante c’erano tutte, anche se potevano sembrare gli ingredienti di un insuccesso senza precedenti: l’eredità di Carlo Conti era un fardello assai pesante da sopportare e le scelte di Baglioni, certamente poco rassicuranti, non facevano ben sperare.

Invece, a scapito di quanto si potesse pensare, Claudio Baglioni non ha soltanto sbaragliato la concorrenza degli ultimi anni, in fatto di ascolti, ma è riuscito a mettere la musica al centro dello spettacolo, come aveva promesso, e a realizzare un Festival di classe, educato e rispettoso. È stato una guida intelligente, si è comportato da leader, mai da capo: non si è posto al di sopra delle parti, ma è stato parte di un team che ha saputo supportare e valorizzare.

Claudio Baglioni, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino (foto ANSA)
Claudio Baglioni, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino (foto ANSA)

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Festival 2018 si è rivelato vincente proprio perché è stato uno spettacolo garbato, elegante e armonioso. E se l’armonia sul palcoscenico non è mancata, il merito è di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino, che hanno saputo esaltare le scelte di Baglioni, offrendo al Festival una conduzione impeccabile e spontanea e dando prova di grande professionalità e talento. La Hunziker, perfettamente a proprio agio sul palco, si è rivelata un’ottima padrona di casa, con una conduzione accogliente e misurata. Favino, da vero fuoriclasse qual è, ha fatto sfoggio del proprio talento duttile e poliedrico, rivelandosi un artista sfaccettato e intelligente. Questi sono gli ingredienti che nessuno aveva messo in conto: l’armonia, l’ho detto, e poi l’alchimia, la complementarietà di tutte le componenti.

Sul palcoscenico, Baglioni ha scelto di defilarsi, di restare in disparte, di fare il proprio mestiere senza scavalcare gli altri. Nessuna mania di protagonismo per lui, è stato una guida, un punto di riferimento, un ottimo assemblatore di parti che sembravano non poter combaciare. Ed invece, con professionalità e meticolosa cura del dettaglio, ogni pezzo ha trovato la propria dimensione e ha contribuito a fare, del sessantottesimo Festival di Sanremo, un’edizione importante, difficilmente trascurabile, un esempio lampante di come si possa valorizzare la musica senza annoiare il pubblico.

© ANSA
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Perché questo è quello che è successo dal 6 al 10 febbraio: la musica è tornata al centro di un evento che l’ha spesso sacrificata, probabilmente per sopravvivere e per non perdere l’appeal sul pubblico, in un decennio di cambiamenti decisivi e senza ritorno. Baglioni ha dimostrato che non serve eliminare un artista dalla gara, per mantenere alta l’attenzione della gente; non serve coinvolgere star d’oltreoceano, spesso fuori contesto, per invogliare il pubblico a non cambiare canale; non serve intervistare uno sportivo, per riempire lo spazio tra una canzone e l’altra.

Insomma, il Festival targato Baglioni ha dimostrato che non è affatto necessario fare, della musica stessa, uno sfondo sbiadito su cui poggiare lo spettacolo. Perché è pur vero che Sanremo non è soltanto un fatto musicale, ma culturale, quindi di costume, conseguentemente sociale. È vero che sintetizza un periodo storico, facendosene testimone e portavoce. È vero che, a quasi settant’anni dalla sua nascita, necessita ogni anno di un rispolvero per non morire di assuefazione. Ma quello che si è verificato negli ultimi anni è stato un cambio di rotta che ha fatto, delle canzoni, una merce di scambio. Sanremo ha contribuito a fare grande la musica italiana nel mondo, a farle superare confini territoriali, culturali e sociali e, con Baglioni, ha ritrovato lo smalto che aveva perso.

È il caso di dirlo: in cinque serate, ha creato una sintesi perfetta tra passato, presente e futuro, ha raccontato, con garbo e rispetto, la storia della nostra canzone d’autore, omaggiando – tra gli altri – Bindi, Endrigo e Battisti; ha raccontato la storia della televisione italiana, invitando sul palcoscenico Pippo Baudo; ha accolto la musica di artisti giovani e lontani dal clamore della tv (Lo Stato Sociale, Diodato, Renzo Rubino). E, come se non bastasse, ha creato uno show godibile e scorrevole, mai ruffiano.

Insomma, Baglioni ha mantenuto la sua promessa e ha regalato al pubblico cinque giorni di bellezza autentica, misurata ed elegante. Tornerà anche l’anno prossimo? Lo vedremo. Intanto, però, esce a testa alta da un’edizione che non sembrava poter reggere il confronto con le altre, ma che – di fatto – è diventata già termine di paragone per quelle a venire. Il futuro di Sanremo, quindi, è appena iniziato.