Quelle femministe che odiano l’arte

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John William Waterhouse, Hylas and the Nymphs, 1896, oil on canvas, 132.1 × 197.5 cm, Manchester Art Gallery, John William Waterhouse [Public domain], via Wikimedia Commons
John William Waterhouse, Hylas and the Nymphs, 1896, oil on canvas, 132.1 × 197.5 cm, Manchester Art Gallery, John William Waterhouse [Public domain], via Wikimedia Commons
John William Waterhouse, Hylas and the Nymphs, 1896, oil on canvas, 132.1 × 197.5 cm, Manchester Art Gallery, John William Waterhouse [Public domain], via Wikimedia Commons
John William Waterhouse, Hyla e le Ninfe, 1896, olio su tela, 132.1 × 197.5 cm, Manchester Art Gallery, John William Waterhouse [Public domain], via Wikimedia Commons

È tempo di una nuova riforma puritana nell’Arte! Dopo le indignate proteste contro un’opera di Balthus esposta al Quirinale, povere menti in preda al delirio femminista hanno cercato di escludere alla vista lo splendore del dipinto preraffaellita Ila e le Ninfe, con un’accusa inaccettabile e ridicola! 

Viviamo in tempi oscuri – altro che Medio Evo – nel quale con la scusa ipocrita della difesa delle donne si vorrebbe censurare ogni cosa che l’Arte, dalla classicità sino ai nostri giorni, ha creato con espliciti – o meno – riferimenti al sesso.

Sarebbero dunque da censurare Omero, Aristofane e Saffo e poi Ovidio, gettando veli pesanti sui Racconti di Canterbury, su Boccaccio e su Pietro Aretino. Mai poi Baudelaire, Swinburne, Rimbaud e Verlaine… E D’Annunzio? E Céline? Vogliono imitare i nazisti o presto accenderanno un bel rogo avvampante come novelli Savonarola?

Corpi nudi, amplessi, carni frementi, violenze sanguinarie, fanno tutte parte dell’Arte più grande, quella che ancora oggi campeggia nelle chiese e nelle sale dei musei, perché in esse domina il vertice della spiritualità dell’anima umana, non il suo punto più basso.

Perché Giuditta e Oloferne non insulta le donne che hanno subito violenza, ma le nobilita, innalzandole al rango di eroine, ne fa mito millenario e modello al quale ispirarsi e, anzi, insegna che la violenza, quando è fine a sé stessa e dettata da cupidigia e crudeltà, viene sempre punita dalla più Alta Giustizia.

Jacopo Robusti detto il TINTORETTO, Susanna e i vecchioni, 1555, olio su tela, cm 146.6 x 193,6, Vienna, Kunsthistorisches Museum
Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Susanna e i vecchioni, 1555, olio su tela, cm 146.6 x 193,6, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Tremate dunque perché stanno arrivando. Mentre state guardando Il ratto di Proserpina lo copriranno con un telo di plastica nera, e lo porteranno via. Così, senza dirvi niente e vi lasceranno lì, attoniti. Oppure mentre siete intenti a scherzare sulle opulenti forme della Casta Susanna del Tintoretto, piomberanno rapidi e invisibili per sottrarla alle vostre sapide battute, perché offensive verso le donne.

Metteranno una pecetta su Il bacio di Munch, essendo dato sulle tette della modella e poi sui dipinti del Padovanino.

La nuova “psicopolizia” con il suo reparto arti-oscene, scoverà quei depravati degli artisti e brucerà i seni eburnei delle tele della Scuola di Fontainbleau, per poi strappare ogni disegno sconcio di Egon Schiele!

Loschi figuri come Dante Gabriel Rossetti e tutti gli altri maniaci sessuali Preraffaelliti che indugiano e inducono al peccato delle carni, abusando di povere fanciulle che altrimenti avrebbero militato nell’Esercito della Salvezza, saranno vietati per legge, così come i quadri di Pietro Annigoni.

E ogni Leda e il cigno, verrà accusato di violenza sugli animali! Olympia di Manet e La toelette di Giovanni Boldini non devono più soggiacere a lubrichi sguardi perché sviliscono, mercificano la donna, trasmutandola in solo corpo dedito al piacere del vile maschio sciovinista. Una pesante colata di cemento calerà su Pompei – che già provoca nel nome – e su ogni immagine di nudità classica dell’antichità, ma non si fermeranno all’arte visiva…

4 Commenti

  1. Ringrazio Dalmazio Frau per il suo interessante articolo. Ma ringrazio anche Svjetlana Lipanović che me lo ha segnalato, accompagnandolo da questa laconica riga: «Vedi che cosa dicono le tue “amiche”? Alla prossima. Svjetlana». Così le rispondo (riporto qui di seguito la lettera inviata a Svjetlana, vicepresidente dell’Associazione Italo-Croata di Roma):

    «Ti ringrazio della notazione cara Svjetlana. Nel 2013, tra le pagine del numero triplo 15-16-17 de’ “Il volo del gabbiano. Periodico quadrimestrale di arte e cultura” (dell’Associazione culturale ‘Terra d’Arte’”, oggi Università Popolare di Roma, Perugia, Rocca di Papa), usciva il “Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura”. Conosciamo bene il testo, tanto che ne stai completando tu stessa, con noi, quella traduzione in croato – “Manifest za jednu filozofiju među-kulture” – che avevamo annunciato durante il convegno di giugno “Per una idea di Europa, il concetto di ‘cittadinanza’ alla prova dell’inter-cultura” – http://www.radioradicale.it/scheda/512400/per-una-idea-di-europa-il-concetto-di-cittadinanza-alla-prova-dellinter-cultura). Si tratta di uno di quei pochi spazi di riflessione dove si sia alzata molto seriamente una voce a denunciare il femminismo da quattro soldi dilagante nella critica d’arte contemporanea (spesso ridotta a vendere pere cotte e ri-cotte). Ora lo scandalo di questo Manifesto, nato all’interno di un laboratorio femminista veramente sui generis (Terra d’arte-UNIPOP, per Eudonna, quando ancora Elvira Banotti vi partecipava a partire dal glorioso “Manifesto di rivolta femminile”), è quello di mostrare come tanta, tantissima critica d’arte contemporanea sia riducibile al femminismo su cui si scaglia Dalmazio Frau, nonostante poi quella stessa critica stenti a riconoscerlo o ad ammetterlo. Parliamoci chiaro Svjetlana: la maggior parte delle cose che si scrivono oggi d’ordinario sull’arte sono non solo robetta, ma appunto scimmiottano l’aria fritta di liberazione espressionistica che il peggio del femminismo dagli anni Cinquanta in poi ormai ha inculcato nelle nostre sempre più vuote zucche. E forse definitivamente dopo il 1963, quando “The Feminine Mystique” di Betty Friedan ci fu riproposto in tante salse fino alla fine del secolo breve. Eppure sette anni dopo, nel 1970, quel libro aveva trovato una serissima obiezione nel “Manifesto di rivolta femminile”, fino alla sua implicita riproposta nel 2013 col nostro “Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura”. Ma chi se ne accorse allora? E chi oggi? Insomma, quel movimento di liberazione femminile impostato su base “americana” – che trova pochi ostacoli sul suo cammino (i nostri manifesti almeno rappresentano una seria obiezione alla schiacciasassi americana in movimento) – ci ha lasciato credere che questo liberare i propri istinti su una tela sia arte. Lasciando per il momento da parte il saggio di J. Evola “Rettificazione della donna mediterranea”, il quale già nel 1939 aveva capito che aria tirasse in Europa sulla questione “umana” – nonostante alcune sue confusioni sulla questione inter-culturale ancora troppo poco disantropomorfizzanti -, ma ancor prima, nel 1925, nel saggio “Sul significato dell’arte modernissima”, lo Evola aveva ben compreso l’andazzo, quel vitalismo della sincerità che ammorbava tanti discorsi sull’arte, che con l’arte vera nulla hanno a che fare. Naturalmente la vera spontaneità non è colta da questa critica volontariamente o involontariamente “femminista”, mentre vive uno spontaneismo fuori controllo. Qui Evola è lucidissimo, e mi sarà piaciuto farlo parlare (e con lui ti saluto caramente):

    «già in un lavoro giovanile (cfr. J. Evola, “Arte Astratta”, Roma, 1920, p. 8), nell’abbozzare il concetto dell’arte come fatto individuale, si ebbe modo di venire alla scandalosa affermazione, che l’artista ‘sincero’ il quale, naufragante nel ‘divino istante’ dell’ispirazione, crea quasi in preda ad una mania indomabile, la ‘vera’ opera d’arta – ed il cane che portato dall’istinto salta sulla cagna, sono in fondo, presso al punto del valore, la stessa cosa» (J. Evola, “Saggi sull’idealismo magico. Quarta edizione corretta e con Appendici”, Mediterranee, Roma 2006, pp. 58-9).

    E ancora, a chiarire l’immagine della copula animale:

    «Da un punto di vista strettamente idealistico, il processo creativo di attribuzione di valori estetici è anzi da considerarsi come identico tanto per un’opera d’arte dadaista che per una classica. La differenza sta in ciò: che presso al momento della fissità di alcune determinazioni nel giudizio, l’opera d’arte risulta in un certo modo data, essa s’impone quasi da sé, e la comprensione è in un certo modo automatica. Così l’opera d’arte ancien régime non permette che un numero assai scarso di alternative alla libertà dello spettatore. La cosa invece cambia completamente nell’arte moderna, in quanto principio di essa è, come si è visto, la libertà: tanto più si va verso le ultime fasi dell’arte astratta, tanto meno nell’opera il valore ha un carattere di fatalità, tanto meno l’artistico si presenta come un fatto, e tanto più invece lo spettatore è tenuto ad una reale spontaneità, ad una libera ricostruzione se ciò che gli si presenta dinnanzi deve avere per lui un qualunque significato. Sicché nell’arte ultimissima ciò che si presenta allo spettatore in sé è letteralmente nulla, lo stesso appoggio della corrispondenza oggettiva viene meno e se lo spettatore da tale non si fa letteralmente un autore, il valore estetico resta una vuota parola. Ma c’è di più: l’arte modernissima è come si è detto tale, che divenire un autore non si può, se non superando ogni determinazione rigida della facoltà del giudizio, rendendosi sufficiente ad un’indeterminata libertà, capace di trasfigurare esteticamente ogni determinazione in modo indifferente. Onde, in chi sappia seguirla e comprenderla nel suo sviluppo, l’arte moderna assurge al valore di una vera catartica; nel suo estremo punto, l’opera d’arte nel dire allo spettatore: “fatti un autore!” dice altresì: “sperimenta te come nuda, incondizionata libertà, come ciò, per cui tutto può essere indifferentemente brutto o bello non appena tu voglia!”. Da qui il suo valore morale» (Ib., pp. 70-1).

    Un caro saluto Svjetlana! Michele.»

  2. Purtroppo la frenesia di caccia alle streghe ( ognuno con il proprio vangelo ) è una caratteristica che irrompe sempre più spesso nella società

  3. Ringrazio Dalmazio Frau per il suo interessante articolo. Frau dovrebbe ricordarsi di me, ci siamo conosciuti alla FUIS in occasione della presentazione del numero 0 di “Diònysos. Arte architettura musica e blablabla”, il numero per intenderci dove in copertina campeggiano i baffi di Conner, ed io gli avevo promesso un saggio su Julius Evola e l’arte, che ancora però non gli ho dato. Ma ringrazio anche Svjetlana Lipanović che mi ha segnalato l’articolo di Frau, accompagnandolo da questa laconica riga: «Vedi che cosa dicono le tue “amiche”? Alla prossima. Svjetlana». Così le rispondo (riporto qui di seguito la lettera inviata a Svjetlana, vicepresidente dell’Associazione Italo-Croata di Roma):

    «Ti ringrazio della notazione cara Svjetlana. Nel 2013, tra le pagine del numero triplo 15-16-17 de’ “Il volo del gabbiano. Periodico quadrimestrale di arte e cultura” (dell’Associazione culturale ‘Terra d’Arte’”, oggi Università Popolare di Roma, Perugia, Rocca di Papa), usciva il “Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura”. Conosciamo bene il testo, tanto che ne stai completando tu stessa, con noi, quella traduzione in croato – “Manifest za jednu filozofiju među-kulture” – che avevamo annunciato durante il convegno di giugno “Per una idea di Europa, il concetto di ‘cittadinanza’ alla prova dell’inter-cultura” – http://www.radioradicale.it/scheda/512400/per-una-idea-di-europa-il-concetto-di-cittadinanza-alla-prova-dellinter-cultura). Si tratta di uno di quei pochi spazi di riflessione dove si sia alzata molto seriamente una voce a denunciare il femminismo da quattro soldi dilagante nella critica d’arte contemporanea (spesso ridotta a vendere pere cotte e ri-cotte). Ora lo scandalo di questo Manifesto, nato all’interno di un laboratorio femminista veramente sui generis (Terra d’arte-UNIPOP, per Eudonna, quando ancora Elvira Banotti vi partecipava a partire dal glorioso “Manifesto di rivolta femminile”), è quello di mostrare come tanta, tantissima critica d’arte contemporanea sia riducibile al femminismo su cui si scaglia Dalmazio Frau, nonostante poi quella stessa critica stenti a riconoscerlo o ad ammetterlo. Parliamoci chiaro Svjetlana: la maggior parte delle cose che si scrivono oggi d’ordinario sull’arte sono non solo robetta, ma appunto scimmiottano l’aria fritta di liberazione espressionistica che il peggio del femminismo dagli anni Cinquanta in poi ormai ha inculcato nelle nostre sempre più vuote zucche. E forse definitivamente dopo il 1963, quando “The Feminine Mystique” di Betty Friedan ci fu riproposto in tante salse fino alla fine del secolo breve. Eppure sette anni dopo, nel 1970, quel libro aveva trovato una serissima obiezione nel “Manifesto di rivolta femminile”, fino alla sua implicita riproposta nel 2013 col nostro “Manifesto per una filosofia dell’inter-cultura”. Ma chi se ne accorse allora? E chi oggi? Insomma, quel movimento di liberazione femminile impostato su base “americana” – che trova pochi ostacoli sul suo cammino (i nostri manifesti almeno rappresentano una seria obiezione alla schiacciasassi americana in movimento) – ci ha lasciato credere che questo liberare i propri istinti su una tela sia arte. Lasciando per il momento da parte il saggio di J. Evola “Rettificazione della donna mediterranea”, il quale già nel 1939 aveva capito che aria tirasse in Europa sulla questione “umana” – nonostante alcune sue confusioni sulla questione inter-culturale ancora troppo poco disantropomorfizzanti -, ma ancor prima, nel 1925, nel saggio “Sul significato dell’arte modernissima”, lo Evola aveva ben compreso l’andazzo, quel vitalismo della sincerità che ammorbava tanti discorsi sull’arte, che con l’arte vera nulla hanno a che fare. Naturalmente la vera spontaneità non è colta da questa critica volontariamente o involontariamente “femminista”, mentre vive uno spontaneismo fuori controllo. Qui Evola è lucidissimo, e mi sarà piaciuto farlo parlare (e con lui ti saluto caramente):

    «già in un lavoro giovanile (cfr. J. Evola, “Arte Astratta”, Roma, 1920, p. 8), nell’abbozzare il concetto dell’arte come fatto individuale, si ebbe modo di venire alla scandalosa affermazione, che l’artista ‘sincero’ il quale, naufragante nel ‘divino istante’ dell’ispirazione, crea quasi in preda ad una mania indomabile, la ‘vera’ opera d’arta – ed il cane che portato dall’istinto salta sulla cagna, sono in fondo, presso al punto del valore, la stessa cosa» (J. Evola, “Saggi sull’idealismo magico. Quarta edizione corretta e con Appendici”, Mediterranee, Roma 2006, pp. 58-9).

    E ancora, a chiarire l’immagine della copula animale:

    «Da un punto di vista strettamente idealistico, il processo creativo di attribuzione di valori estetici è anzi da considerarsi come identico tanto per un’opera d’arte dadaista che per una classica. La differenza sta in ciò: che presso al momento della fissità di alcune determinazioni nel giudizio, l’opera d’arte risulta in un certo modo data, essa s’impone quasi da sé, e la comprensione è in un certo modo automatica. Così l’opera d’arte ancien régime non permette che un numero assai scarso di alternative alla libertà dello spettatore. La cosa invece cambia completamente nell’arte moderna, in quanto principio di essa è, come si è visto, la libertà: tanto più si va verso le ultime fasi dell’arte astratta, tanto meno nell’opera il valore ha un carattere di fatalità, tanto meno l’artistico si presenta come un fatto, e tanto più invece lo spettatore è tenuto ad una reale spontaneità, ad una libera ricostruzione se ciò che gli si presenta dinnanzi deve avere per lui un qualunque significato. Sicché nell’arte ultimissima ciò che si presenta allo spettatore in sé è letteralmente nulla, lo stesso appoggio della corrispondenza oggettiva viene meno e se lo spettatore da tale non si fa letteralmente un autore, il valore estetico resta una vuota parola. Ma c’è di più: l’arte modernissima è come si è detto tale, che divenire un autore non si può, se non superando ogni determinazione rigida della facoltà del giudizio, rendendosi sufficiente ad un’indeterminata libertà, capace di trasfigurare esteticamente ogni determinazione in modo indifferente. Onde, in chi sappia seguirla e comprenderla nel suo sviluppo, l’arte moderna assurge al valore di una vera catartica; nel suo estremo punto, l’opera d’arte nel dire allo spettatore: “fatti un autore!” dice altresì: “sperimenta te come nuda, incondizionata libertà, come ciò, per cui tutto può essere indifferentemente brutto o bello non appena tu voglia!”. Da qui il suo valore morale» (Ib., pp. 70-1).

    Un caro saluto Svjetlana! Michele.»

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