Giancarlo Pontiggia, il poeta cosmonauta fra Gagarin e Céline

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Giancarlo Pontiggia © copyright Dino Ignani
Giancarlo Pontiggia © copyright Dino Ignani

Occorre sbandare dalle apparenze. All’apparenza, Giancarlo Pontiggia è una persona affabile, dal sorriso che tutto patisce e compatisce, è l’autore di una nota antologia della letteratura latina per i licei, un saggista di genio, un generoso esegeta della poesia contemporanea – attività che ha due pietre miliari, distanti e diverse: la costruzione dell’antologia La parola innamorata, Feltrinelli, 1978 e Il miele del silenzio, Interlinea, 2009. Pontiggia è il formidabile traduttore di Paul Valéry e il candido autore di versi dalla nitidezza aurea, radunati in raccolte pazienti, Con parole remote (1998) e Bosco del tempo (2005). A me, però, piace tutto il resto, quello che non si vede. Nella tana di volpe del suo torso, infatti, Pontiggia ha violente lotte cosmiche, una falange di costellazioni che si baciano e si dileguano come pugni di sabbia, una specie di Star Wars permanente. Questa violenza superba – che s’intuisce anche nelle traduzioni degli estremi, il marchese de Sade, soprattutto il Céline delle Bagatelle per un massacro (libro poi ritirato dal commercio), che Pontiggia tutela, in Céline e l’attualità letteraria (Se, 1993), con un testo di rara giustizia su misantropia e fascismo dello scrittore francese – esplode nell’ultimo libro del poeta, Il moto delle cose (Mondadori, pp.160, euro 18,00), dove l’ansia cosmica di Lucrezio, la capacità gnomica di Marco Aurelio, si fondono al romanzo fantascientifico di Ursula LeGuin. La poesia, finalmente, si confronta con la fisica, con l’astrofisica, con il pullulare del tempo e dei tempi, e ricapitola il creato da origine a niente, cioè a nuova origine (“Stridono, le cose,/ nella botola – scura – della materia,/ oscillano// a un fiato di mondo”). Quanto a me, sto al di là della critica, sono un avventato, un avventuriero dei linguaggi. Beh, finalmente, dico, una poesia che ha il giusto genio e il giusto lignaggio, che non ha paura di volare e di involarci negli ignoti, che surfa sul turbamento, dilania domandando. Eppure, ogni verso è un colpo di luce, lo scintillio di una sutura.

La scrittura poetica è particolarmente “eccentrica” rispetto al canone della lirica italiana: quali sono i tuoi riferimenti principali in questo viaggio alle origini delle ragioni del cosmo? La tua attività di traduttore è stata utile in questo caso?

 downloadIl moto delle cose nasce dall’ambizione del poema cosmologico, che è in me ben più antica di quel che si possa credere, e in qualche modo si confonde con i miei primi, seri tentativi poetici, quando scopersi all’improvviso il Poema fisico e lustrale di Empedocle tradotto da Gallavotti per la Fondazione Lorenzo Valla. Come annotava Eric Dodds in un libro memorabile (I Greci e l’irrazionale), Empedocle era un poeta-sciamano in cui sembravano saldarsi magia e scienze naturalistiche, culti iniziatici e medicina sperimentale, la parola che classifica e dà ordine al mondo e il verbo immaginoso che lo reinterpreta. Nel gioco eterno fra Amore e Contesa, Empedocle coglieva la dimensione contraddittoria dell’esistere, in cui forze contrastanti convivono con l’aspirazione a un’armoniosa unità. Covato a lungo, l’idea di un poema naturalistico e cosmologico comincia a prender vita all’epoca di Bosco del tempo, arrendendosi però alla mancanza di una forma espressiva adeguata. Da troppo tempo la nostra lingua poetica è una lingua ibridata ma sostanzialmente lirica, e l’idea di volgermi ai vasti spazi cosmici mi pareva richiedesse una lingua più mossa, disarticolata, concitata – benché non meno analogica e immaginosa – di quella di cui avevo fatto uso finora: una lingua in cui la naturale vocazione all’ordinamento delle nostre percezioni sensibili si saldasse con l’esplosiva, scheggiata, tumultuosa energia di un mondo in perenne fieri. Non so dire quanto sia riuscito a dar corpo a questa ambizione, ma certo Il moto delle cose continua a restare un libro di intonazione lirica, nel quale irrompe però – con tutta la sua energia squassante – una materia cosmologica e cosmogonica: così, allo spazio severo, nudo, spoglio in cui si registrano – un po’ come nei paradigmatici, da me amatissimi, Colloqui di Marco Aurelio – i moti minimi del nostro animo, si alternano le volute più ampie, ma anche caotiche, frammentariamente frondose, dei versi che aspirano a dar conto del respiro del mondo, delle forze contrastanti che lo sconvolgono e lo squadernano in un moto incessante di distruzione e rigenerazione. Da una parte, dunque, i «Pochi versi, ma veri» del secondo prologo, che si riverberano in sezioni come Ho sognato il Tour e Lux Nox, dall’altra i versi più rigogliosi e stridenti de Le muraglie del mondo, di Quando, dal niente o di Dal prima delle cose. Questa doppia opzione è all’origine del libro, e forse dei suoi stessi squilibri. Accade così che l’aspirazione a un’aurea mediocritas dello spirito, già dei libri precedenti, conviva con la sensazione di un costante precipitare nei labirinti vorticosi dei grandi cunicoli cosmici.

Charles Antoine Coypel, Perseus and Andromeda, Louvre Paris, 17267, fonte Flickr, La Fuente Egeria
Charles Antoine Coypel, Perseus and Andromeda, Louvre Paris, 17267, fonte Flickr, La Fuente Egeria

Se da un lato l’opera è una micidiale variazione dal topos del “tempus fugit”, dall’altra vedo riferimenti alla fisica, una specie di tentata fusione tra poesia e scienza – ipotizzata, per altro, nel discorso di accettazione al Nobel, da Saint-John Perse, che intendeva poeta e scienziato come simili che investigano con strumenti diversi lo stesso mistero. Vedo bene?

Cogli, così dicendo, un aspetto quasi segreto delle mie più antiche letture: fin dall’adolescenza, mi sono diviso tra i classici greco-latini e testi – naturalmente di carattere divulgativo – di astrofisica e di paleoetnologia. Fra tutte le discipline che si aprivano dinanzi ai miei occhi, nella potenzialità degli studi che attendono chi è giovane, mi affascinavano in egual modo le più moderne ipotesi cosmologiche così come le più remote origini dell’uomo e della vita. Se alla fine ho scelto gli studi letterari, è perché mi pareva che in essi si saldassero tutte le prospettive, anche se in un’ottica di continua reinvenzione: nella parola della poesia, la scienza si dissolve in utopia, congiunge l’archeologia con il pensiero del futuro. Prima usavi la parola «cosmonauta»: e anche qui hai centrato benissimo il cuore fantastico e immaginativo delle mie scritture, costringendomi a confessare come il sogno della mia infanzia si sia alimentato di navicelle spaziali e di racconti fantascientifici. Gagarin è stato l’eroe dei miei dieci anni. Materies opus est ut crescant postera saecla, scrive Lucrezio in III, 967: occorre materia perché crescano le stirpi future. E occorre materia perché il mondo si espanda, divorando se stesso fino al suo estremo collasso. Anche lo sviluppo scientifico è figlio dell’angoscia, che è il motore primo di ogni forma di conoscenza: di qui la mia costante esitazione tra una poesia che risolva l’angoscia umana in forme felici, e una poesia che entri frontalmente nella questione del conoscere umano. Il destino dell’uomo è voler sapere: e la poesia, quando vuole sapere, non può più fermarsi, deve andare fino in fondo: il senso profondo di ogni atto creativo è sempre esistenziale, ed esistere – come ben sappiamo – presuppone anche etimologicamente l’idea dell’esser gettati nel mondo: materia che sorge dalla materia, e si fa pensiero di sé, muovendosi oltre se stessa. Se nei miei libri precedenti prevaleva la dimensione arcadica, felice, nel Moto delle cose lo sguardo è tutto risucchiato nei grandi moti cosmici, e di quel lontano cuore felice resta solo, forse, il sogno in giallo dell’isola di Citera, continuazione, anche in senso stilistico, della sezione cicladica di Bosco del tempo.

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