Michele Campanella, il “guaglione” che suonava il piano con tre dita

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Quando Vincenzo Vitale, gloria del pianoforte italiano e storico professore del Conservatorio di Napoli, lo ascoltò, commentò lapidario:

Questo guaglione suona con tre dita; vediamo di farlo suonare con cinque.

cover campanellaIl guaglione inizialmente poco avvezzo alla tecnica era Michele Campanella, pianista italiano divenuto di rango internazionale, tra i maggiori virtuosi e interpreti di Liszt, docente presso la prestigiosa Accademia Musicale Chigiana di Siena.

Un accademico ingessato? Tutt’altro: napoletanissimo, soprattutto nello spirito. Basta leggere la sua nuova uscita editoriale, una sorta di autobiografia sottoforma di intervista (a cura di Riccardo Risaliti, anch’egli pianista e docente) il cui titolo non può che far immaginarne il tenore: Quisquilie e pinzillacchere. Storia di un musicista napoletano raccontata a un amico (Castelvecchi, pagg. 93, euro 14,50).

Ma torniamo al giovanotto tredicenne che suonava con tre dita: «Gli esercizi per me erano una perdita di tempo. Fu solo quando Vitale mi prese in Conservatorio che cambiai rotta. Mi trovai con compagni più bravi di me, che suonavano in modo superbo musica meravigliosa. Una musica infinitamente più bella della mia! E li finì la carriera del dilettante enfant prodige». Del sommo maestro Vitale, Campanella sembra aver ereditato, anzitutto, l’attenzione verso il suono: il problema dei giovani oggi, presi nel vorticoso turbine del “tutto-subito”, «non è la quantità di note sbagliate, ma la qualità delle note giuste». La conseguenza maggiore è che «i giovani rischiano di non sviluppare questa sensibilità».

Moltissimi gli aneddoti e le curiosità spassose: sui bis («non ho mai capito come funziona il meccanismo che fa fare cinque, sei, dieci bis»); sui rapporti con noi critici musicali («Duilio Courir una volta scrisse che io suonavo in modo “non motivico”»); le «magie» di Benedetti Michelangeli («del pianoforte aveva capito tutto»); lo strumento del cuore («uno Steinway del 1892»); la «fifa» pre-concerto («da sempre e sempre di più»); gli hobby («per me la vacanza è andare a funghi»); e poi gli autori («non ho mai trovato il mio stile in Bach», Ravel e Debussy «nella “lista dei desideri”», Schumann la cui «produzione per pianoforte ha ben pochi punti deboli», gli amati e tormentati Liszt e Brahms, entrambi troppo profondi ed immensi per essere catalogati).

Insomma, un libro genuino, agevole, di godibilissima lettura. Ma non solo: Campanella, da ottimo didatta e musicista, è riuscito a creare quasi un piccolo manualetto che qualsiasi musicista potrà affrontare traendovi qualche insegnamento artistico.