Quelle antiche recensioni verdiane poco “tenere” col Maestro

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49-verdi-U4300013023134352AB-309x240@Corriere-Print-Nazionale-kp4-U4314046368301QmE-590x445@Corriere-Web-NazionaleÈ il 17 novembre del 1839 e a Milano si celebra il debutto scaligero di Giuseppe Verdi con il suo Oberto, conte di San Bonifacio (dal debutto al congedo con il Falstaff, la carriera di Verdi si aprì e si chiuse alla Scala).

Il giorno seguente, sulla Gazzetta privilegiata di Milano, il critico musicale Angelo Lambertini rimproverò al “giovine maestro” di mancare “di quell’ardito ingegno che vola all’etere, di quella calda fantasia che irrompe come torrente e tutto seco trasporta, e coll’incanto della musica sa trasportare l’anima degli uditori”. Di avviso opposto il bisettimanale Il Pirata sulle cui pagine Francesco Regli saluta entusiasticamente Verdi: “Finalmente abbiamo più d’una ragione per credere che in avvenire saran men tristi  i destini della nostra musica“. Le recensioni d’encomio sono innumerevoli, ma le stroncature ci appaiono maggiormente intriganti (e, ovviamente, off): esse raccontano, infatti, cosa la critica musicale  rimproverasse e si aspettasse da un compositore contemporaneo e in ascesa quale Giuseppe Verdi.

verdicritica-coverLa storia dell’operismo verdiano, ora, è ripercorribile attraverso le recensioni delle sue prime alla Scala nella stampa dell’epoca raccolte nel volume Io non sono che un critico (Manzoni Editore, pagg. 470, euro 25, a cura di Noemi Manzoni e Giancarlo Landini).

Dopo I lombardi alla prima crociata, ad esempio, il Corriere delle Dame scrisse che “i pensieri musicali non emergono facili e piani” come “i semplici accompagnamenti delle musiche teatrali di un mezzo secolo fa”, mentre il Figaro ammonisce Verdi di cercare “solo l’effetto, senza curarsi di diffondersi in affettuosi concetti, ed abbandonarsi a dolci e tenere aspirazioni”.

25 aidaNe I due Foscari, secondo Regli de Il Pirata, “v’ha del nuovo e del leggiadro, ma v’ha pure del vecchio e del trito”. Simpatica l’annotazione seguente dedicata ai ritmi di lavoro del compositore di Busseto: “Il Verdi, secondo noi, dovrebbe adesso andare più a rilento nello scrivere: non fu ancor pubblicata la legge, che un maestro abbia a comporre tre o quattro spartiti all’anno: meglio fia produrne uno solo, e stupendo”, mentre Pietro Cominazzi, su La Fama, critica alcuna caratteristiche della partitura: “Le terzine abbondano ad ogni piè sospinto […]. S’arroge l’assoluta mancanza d’almeno un brano concertato, s’arroge il grand’abuso delle trombe”.

Penne affilate anche sul Rigoletto: “La sveltezza della forma, l’efficacia de’ ritmi, la vivacità  de’ movimenti e la chiarezza delle melodie, a cui le opere di Verdi, devono tanta parte della popolarità di cui godono, sono doti delle quali il Rigoletto se ne potrebbe quasi dir privo. Qui invece troviamo monotonia nel colorito, e non di rado, lungaggini e languori, tanto nelle forme come ne’ ritmi”, sentenzia L’Italia Musicale. E ancora, riguardo le parti di canto: “Nessuna di quelle pure eleganze che fan bello il canto italiano; mancanza assoluta e continua di invenzione;  – se togli le frange strumentali belle quasi sempre, e sempre accurate, non v’ha una cantilena, non una battuta che in qualche modo si possa dir nuova. Tutto è sentito e risentito, e, aggiungi, non tutto d’ottimo gusto”.

15 luisa millerImpietosa sempre L’Italia Musicale su Il Trovatore: “Il Trovatore è una sconciatura un essere male in gambe, che non avrebbe potuto in nessun modo tirare innanzi su teatri d’un certo ordine e d’una certa capacità. […] Il Trovatore accusa d’impotenza la fantasia del suo autore”.

Alla prima scaligera della Traviata (29 dicembre 1859) la Gazzetta Musicale di Milano boccia solennemente Violetta, il soprano Enrichetta Weiser: “Cantanti incolti, che all’inesperienza dell’arte aggiungono il ridicolo delle movenze”; “Troppo poca cosa”, rincara lo scapigliato L’Uomo di pietra.

Nell’ultimo periodo della carriera, le critiche a Verdi si fanno più esigue. A parte qualche punzecchiatura (“I Vespri siciliani, la Forza del destino, e questo istesso Don Carlo segnano una decadenza”, scrive la Gazzetta di Milano), Aida, Otello e Falstaff incassano il generale plauso della stampa.

Si tratta di un florilegio di raro pregio, un libro davvero unico, una novità editoriale sicuramente destinata a occupare i primi posti come qualità tematica e interesse musicologico. Assolutamente imperdibile.

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Mattia Rossi
Nato a Casale Monferrato (Alessandria) nel 1986. Orgogliosamente piemontese e monferrino: ama la tavola, il vino e la nebbia della sua terra. Ha studiato Canto gregoriano a Milano e Lettere a Vercelli. Si occupa prevalentemente di musica (tutta: dal gregoriano alle avanguardie) e recensioni librarie. Ha al suo attivo diversi articoli sul canto gregoriano, sulla musica sacra, sulla musica nella "Commedia" di Dante e sulla musica trobadorica pubblicati in riviste internazionali. È anche autore dei volumi "Le cetre e i salici" (Fede&Cultura, 2015), "Rumorosi pentagrammi. Introduzione al futurismo musicale" (Solfanelli, 2018) e "Ezra Pound e la musica" (Eclettica, 2018). Giornalista e critico musicale, collabora con «Il Giornale», «Il Giornale OFF» e «Amadeus».