De André ostinato e contrario, fedele a se stesso

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fabrizioIl mito di Fabrizio De André è arrivato sul grande schermo: il 23 e 24 gennaio le sale cinematografiche italiane hanno accolto la storia di un uomo qualunque, diventato straordinario e irripetibile grazie ad un talento puro, nato da un sogno di libertà, che si è fatto – col tempo – veicolo e radice di una canzone d’autore senza tempo e senza eguali.

Fabrizio De André, Principe libero, diretto da Luca Facchini, diventerà una miniserie in due puntate, in onda su Raiuno il 13 e 14 febbraio. Intanto, al cinema, in un lungometraggio di poco più di tre ore, gli spettatori hanno potuto assistere a qualcosa di più intenso e stratificato del racconto di un mito: il protagonista è un uomo qualunque, un essere umano sfaccettato, che – prima – subisce l’inquietudine di chi vuol liberarsi dalle convenzioni e – dopo – vive l’inquietudine di chi sceglie di non diventarne vittima. È un uomo sospeso tra la condizione di figlio e i condizionamenti di una famiglia e di un’epoca ingombranti, che sembrano vanificare i suoi principi di anarchia.

È un anarchico pacifista, il De André raccontato da Facchini, non è un sovversivo, ma un giovane che conosce il disagio di essere nato borghese e di volere, per sé, un futuro che non somiglia affatto a ciò che è stato pensato per lui. Fabrizio De André, Principe libero racconta la tenerezza di un ragazzo che deve fare i conti con un’inquietudine che si risolve soltanto nella scrittura, con la prorompenza di un talento che sembra addomesticabile, persino trascurabile; con un mondo che cambia, che si indigna, che censura, un mondo abbagliante, quasi accecante, da cui prende le distanze per non diventarne martire.

Il film si apre con un fatto determinante per le vicende umane e artistiche di De André: il 27 agosto 1979, insieme alla sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, viene sequestrato nella sua tenuta agricola nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna. Da questo fatto si innesca un lungo flashback che racconta l’adolescenza e l’età adulta del cantautore, i suoi amori e le sue folgorazioni, la sua chitarra e i primi versi appuntati su un taccuino, i figli e le disarmonie di una vita che non gli somiglia mai del tutto, gli obblighi e la voglia di scappare, il timore di salire su un palcoscenico e quello, più sottile, di non meritarlo. Il film si chiude nel 1989, quando il cantautore genovese sposa la compagna.

articolo-66001Quello raccontato da Facchini è soltanto un uomo, l’ho detto, timido e introverso, spaventato dalle circostanze, spezzato dal dubbio di non essere abbastanza, persino dalla paura di non essere compreso fino in fondo. È un uomo che vive, che si innamora, che ha il coraggio di cercarsi dove nessuno gli aveva insegnato di poter essere, tra le corde pizzicate di una chitarra, tra i versi nati nei sobborghi di una Genova feconda d’arte e di bellezza innocente, tra i sogni di un’Italia rifiorita.

Siamo negli anni Sessanta e quella raccontata nel Principe libero è la Genova di Tenco, Reverberi, Paoli, Bindi e Lauzi; il cantautorato muove i suoi primi passi, solletica le inibizioni di una generazione che non sa di poter cambiare la storia della musica leggera italiana, una generazione di studenti universitari, figli di una borghesia che ne ha già segnato il destino, ma pronti a rivoluzionare aspettative e convenzioni, sogni e ambizioni. Pronti, forse inconsapevolmente, a raccontare – attraverso la musica – la vita, i suoi disordini, gli amori senza rima, senza pudore, senza dignità, le frustrazioni, la strada, le puttane, il vino, la paura della ciclicità del tempo. L’Italia è la patria della canzone d’autore grazie al loro talento, alla loro lungimiranza, alle loro inquietudini, diventate la chiave di lettura di una generazione che non poteva somigliare a quella passata e che, di conseguenza, ha voluto e saputo splendere di luci e ombre proprie.

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Perché la fedeltà al vero passa anche attraverso le zone buie, De André ne è stato (e ne è) testimone e controprova. La sua musica, i suoi versi, la sua storia rappresentano esattamente questo: fili intrecciati che si risolvono in un talento che non elude il dolore, ma lo racconta con fedeltà, ironia, intensità.

E poi c’è il cast di Fabrizio De André, Principe libero, che merita una menzione speciale: ad interpretare De André è Luca Marinelli, un artista poliedrico ed eclettico, che ha saputo restituire al pubblico – con un’interpretazione magistrale – tutti i volti di Faber, le crepe dell’uomo che è stato, la potenza del suo talento, la prepotenza dei sentimenti che l’hanno attraversato e che ha attraversato, mai in punta di piedi.

Un Marinelli intenso e viscerale, che si conferma una delle giovani realtà più importanti del nostro cinema. Un superbo Ennio Fantastichini, invece, interpreta il padre di De André, un uomo intelligente, che riesce nell’impresa – complessa e non ovvia – di amare la libertà dei propri figli più del futuro che aveva scelto per loro. Nel ruolo di Dori Ghezzi c’è Valentina Bollè; Enrica Rignon, la prima moglie di De André, ha il volto di Elena Radonicich. A chiudere il cast, ci sono Matteo Martari, nel ruolo di Luigi Tenco, e Davide Iacopini, che interpreta il fratello del cantautore genovese.

Fabrizio De André, Principe libero è un film educato, ma non ruffiano, concreto, vivo, intenso. Racconta un De André che vive, che ama, che soffre, che sogna di essere libero e sceglie di andare in direzione ostinata e contraria pur di non tradirsi mai. Un’occasione di bellezza da non perdere.