Enrico Ruggeri: “Dopo Sanremo mi volevano menare”

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Enrico Ruggeri, voce “storica” della musica italiana, primo punk fra tutti quando tutti seguivano la “bella melodia”, è in tutto e per tutto un artista ” OFF.” E in pieno clima sanremese ci piace ricordare quella volta in cui il grande Enrico rischiò grosso…. (Redazione)

Per la serie interviste CULT, la voce più densa della musica italiana racconta ad OFF aneddoti e passaggi della sua vita e della sua carriera, dalle minacce post Sanremo a com’è cambiata l’Italia e la musica nei nostri giorni. Di recente è uscita la sua autobiografia “Sono stato più cattivo” (Mondadori, 234 p.p., 18 euro). Enrico Ruggeri si racconta ad OFF

Ci racconti un episodio molto OFF dell’inizio della tua carriera?

Enrico RuggeriLa partenza dei Decibel, che avvenne grazie a una mia idea ispirata da Malcolm McLaren, produttore dei Sex Pistols, uomo spregiudicato che sapeva usare i media con disinvoltura. Una notte tappezzammo Milano di manifesti con la scritta “Concerto Punk con i Decibel”; scegliemmo una discoteca – assolutamente ignara – vicino a Corso Buenos Aires solo perché era davanti alla terrazza di un mio amico… Fu il censimento di tutti i punk di tutta la Lombardia! Arrivarono due cortei, Avanguardia Operaia e il Movimento Studentesco, che erano contro i punk perché vestivano di nero, avevano i capelli corti, non assomigliavano agli Inti-Illimani. Ci furono scontri e feriti, arrivò la polizia. Il giorno dopo, in pagina nazionale, tutti i giornali d’Italia parlavano dei Decibel e un mese dopo ero in studio a fare il primo album. Fu un’entrata ‘futurista’, perfettamente in clima con i tempi, sfruttando le stranezze di quegli anni in cui se sbagliavi il paio di scarpe rischiavi la vita!

Quando la tua carriera ha avuto una svolta?

Quando decidemmo di andare al Festival di Sanremo con Contessa. Anche quelli erano anni delicati, avevo le scritte sotto casa “servo del potere”, mi volevano menare! Peraltro sbagliavano loro, perché due anni dopo ci andò Vasco Rossi e poi ci andarono tutti, quindi Sanremo non era un tabù… da lì in poi la nostra vita cambiò.

Sei un artista dotato di uno straordinario eclettismo, sei passato dal punk a Sanremo, dal rock alla canzone d’autore. È sempre stata una tua scelta oppure il destino ha deciso per te?

È sempre difficile tracciare il confine tra le scelte e il destino. A me piace raccontare delle cose agli altri attraverso le canzoni, i libri, le trasmissioni televisive. Per quanto riguarda le canzoni il mio linguaggio è stato vario, non ho un solo punto di riferimento: sono nato con il punk, ma mi piacciono Brassens, Bécaud e Aznavour o artisti eclettici come Bowie, Costello, Lou Reed, artisti che hanno fatto cose diverse all’interno della loro produzione.

Nel tuo album “Frankenstein”, c’è un singolo in cui canti “Io sono normale ma diverso dagli altri, ho un’anima speciale che nessuno vedrà”. Che cosa pensi dell’Italia di oggi, che deve per forza etichettare tutto e tutti?

È un’Italia che ha paura, piuttosto limitata intellettualmente. Quando non hai un grosso bagaglio intellettuale o culturale alle spalle tendi a etichettare: destra, sinistra, rock, pop… è un limite, le società più evolute non sono così.

Com’è cambiata la musica dai tempi dei Decibel a oggi?

Il fatto che i Decibel nell’80 in Italia fossero dei marziani, diversi da tutto, si doveva anche all’assenza di internet. Non abbiamo inventato un modo di vestire, di suonare o di pettinarci, semplicemente andavamo spesso a Londra – che in quel momento era avanti di 30 anni rispetto all’Italia – e tornavamo con quelle idee, con quella predisposizione che qui sembrava nuovissima. Oggi con internet questi trucchi riescono poco: se un neozelandese si inventa qualcosa, sul nostro computer arriva in tempo reale. Questo va detto in difesa dei ragazzi che fanno musica oggi.

Fiorella Mannoia con “Quello che le donne non dicono” e Loredana Bertè con “Il mare d’inverno” ti devono molto. Come fa un uomo a capire così profondamente l’universo femminile?

Sono uno che ama ascoltare gli altri, non solo le donne, ho una buona predisposizione verso il prossimo e questo atteggiamento ti ritorna nel momento in cui scrivi una canzone. Va specificato che i casi erano completamente diversi: quando scrissi “Il mare d’inverno” Loredana Bertè era all’apice, era la cantante italiana più famosa non solo nel rock, fu anche un suo atto di fiducia nei miei confronti al di là della valenza della canzone, mentre quando scrissi “Quello che le donne non dicono”il caso era esattamente il contrario. Quando finii di scrivere questa canzone, su musica di Luigi Schiavone, mi resi conto che avevo parlato al femminile e quindi che doveva cantarla una donna, fummo noi a fare un atto di fiducia nei confronti di Fiorella Mannoia, allora ben poco conosciuta.

In passato hai prodotto anche gruppi emergenti, come i Canton nell’84: che consiglio ti senti di dare oggi ai giovani che iniziano questa carriera?

La battaglia per difendere i diritti di chi fa musica è la battaglia dei giovani. Se si scaricano gratis le mie canzoni non mi importa più di tanto, guadagnerò un po’ meno, ma fa niente. Il problema è che le case discografiche non hanno più danaro, forza lavoro e intelligenza da investire sui giovani: quindi è curioso che gli stessi che magari si lamentano che gli unici ragazzi che escono provengano dai talent show siano quelli che poi scaricano la musica gratis. Fatta questa premessa, per i giovani oggi ci sono solo due strade: o tentare la fortuna – talent show, fila sotto il sole, provino, speranza che accada qualcosa che forse può essere anche enorme, ma che spesso è una grande illusione – oppure fare quello che facevamo noi, andare nei club, litigare con il padrone che vuole che tu faccia le cover per portar gente ma infilare i tuoi pezzi, portare 20 persone la prima volta, ma fare qualcosa di buono per cui magari la seconda volta vengono in 40!

Hai fatto anche Tv, Lucignolo su Italia 1 e hai presentato delle edizioni di Mistero: secondo te esistono gli extraterrestri?

Se i pianeti sono miliardi, e la probabilità che esista vita su un pianeta sono una su diecimila, è evidente che i pianeti abitati sono milioni… però bisogna vedere da chi, da che cosa, quanto sono lontani, quale tipo di dimensione può superare lo scoglio della velocità della luce, quanto dura la vita, bisogna aprire la mente ed entrare in un campo in cui la quantistica sposa la filosofia.

A te che sei così eclettico manca soltanto un’esperienza come attore: ti piacerebbe in futuro?

Mi piacerebbe, l’indole umana è questa, cercare dalla vita quello che la vita non ti ha dato!

Hai fatto anche uno spettacolo al Vittoriale un paio d’anni fa?

Sì, è un posto fantastico che mi fa pensare a quanto siamo deboli in Italia nel difendere il nostro patrimonio. Un esempio: sono stato a Key West, un paesino più piccolo di Igea Marina, dove Hemingway ha bevuto quattro chupiti e due mojito… ma sul nulla hanno costruito un impero! Noi abbiamo posti meravigliosi, ma la somma dei visitatori di tutti i musei italiani non sfiora quella dei visitatori del solo Louvre a Parigi. Siamo un Paese che potrebbe vivere esclusivamente di turismo: monumenti, cibo, paesaggi… potremmo essere i primi nel mondo, ma siamo un Paese molto maldestro. Questo è quello che mi ha suggerito vedere quale bagaglio di storia, architettura, poesia ci fosse al Vittoriale, dove peraltro abbiamo fatto un concerto ‘tutto esaurito’ con Ale e Franz.

“Bisogna fare della propria vita come si fa di un’opera d’arte” diceva d’Annunzio, nessun artista italiano come te in campo musicale ha fatto della propria vita un’opera d’arte. Ti senti veramente “diverso dagli altri”?

Francamente sì. Ho fatto sempre scelte che soddisfacessero la mia curiosità, non sono uno stratega della comunicazione, sono uno che fa della comunicazione uno stile di vita.