Veronica Cruciani: “A teatro vi racconto il potere rivoluzionario delle donne”

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LA BOTTEGA DEL CAFFé Per descrivere il carattere artistico di Veronica Cruciani, una delle registe più ispirate del nostro teatro, si deve cominciare dalla sua sensibilità nell’incontro con il testo e la sua memoria, nell’ascolto e nella condivisione con gli attori di una scrittura scenica che restituisce l’implicito, la tensione sottesa, il sentire impercettibile che racconta la nostra realtà, il nostro tempo. Ora, accanto alla direzione artistica del romano Teatro Biblioteca Quarticciolo (ovvero Compagnia Veronica Cruciani, Fabbrica di Ascanio Celestini e Compagnia Teatro Viola di Federica Migliotti), la regista capitolina è anche impegnata con due progetti nati dall’incontro con la scrittrice Michela Murgia: Quasi Grazia (dal 30 gennaio all’India di Roma) e Accabadora (a marzo sempre all’India). E da martedì 23 gennaio, al teatro Vascello di Roma, andrà in scena Das Kaffeehaus – La bottega del caffè, riscrittura di Rainer Werner Fassbinder dell’opera di Goldoni: spettacolo dai toni scuri e misteriosi che scava senza riserve dentro le ambiguità delle azioni e dei sentimenti umani.

 Veronica Cruciani, che mondo è quello de La bottega del caffè?

 Nel testo di Goldoni c’è una Venezia settecentesca dove il denaro già poneva le sue regole; Fassbinder, che mantiene intatta la storia originale, ne fa invece un’opera del tutto autonoma, dove non ricerca uno spazio fisico ma uno mentale. Sono partita da questa condizione per immergere i tre atti in una situazione iniziale di leggerezza ostentata che definisce una Venezia contemporanea ma che, però, trova già, anche a livello visivo, una dimensione visionaria, allucinata, con prospettive esagerate. E l’atmosfera di festa goldoniana si fa sempre più feroce e amara, mentre sfuma in un’astrattezza spaziale dove tutto si spoglia: dove i personaggi, molto simili agli odierni benestanti frequentatori di locali chic o di alte terrazze, tutti intenti a sventolare la propria apparente vita lussuosa, perdono la loro eleganza. La sete di potere e di denaro li trasforma in veri e propri animali. Animali che si sbranano. Si sbranano proprio in scena…

Oltre alla regia, lei ha lavorato anche sull’adattamento. Come si è relazionata con la scrittura di Fassbinder?

Quando ho letto Fassbinder mi sono trovata davanti a un testo molto più crudo e violento rispetto a quello di Goldoni. In quest’ultimo già s’intravede che sotto quelle buone maniere, quelle gentilezze, c’è tanta aggressività; in Fassbinder però tutto questo viene portato alle estreme conseguenze. Si tolgono tutti i fronzoli e ne rimane l’essenza più dura, chiara e feroce: tutti i personaggi sono guastati dal potere e dal denaro, e questa è una corruzione che coinvolge anche i sentimenti puri e sovversivi come l’amicizia e l’amore.

Perché?

Perché ognuno è legato a condizioni umane di dipendenza, di oppressione, di sfruttamento reciproco. E allora ognuno impara a strumentalizzare se stesso, ognuno impara a vendere qualcosa di sé, a contrattare per riuscire ad esercitare il potere.

Inoltre Fassbinder disegna sempre dei personaggi femminili splendidi, e se da una parte mostra come le donne siano, per molti aspetti, oppresse, dall’altra ne fa delle protagoniste rivoluzionarie. Tutte le svolte drammaturgiche, tutti i momenti sconvolgenti hanno origine dalle donne: loro hanno la capacità di ribaltare e cambiare le cose, e in questo spettacolo è un elemento molto forte che, in quanto regista e donna, mi affascina molto.

E le donne sono al centro di altri due suoi lavori importanti: Quasi Grazia e Accabadora.

In comune c’è il felice incontro con Michela Murgia. Quasi Grazia, con il testo di Marcello Fois, descrive tre momenti della vita di Grazia Deledda: quando ventinovenne lascia la Sardegna col desiderio di diventare scrittrice; quando vince il premio Nobel a Stoccolma, e quando invece, a Roma, scopre di essere malata e in fin di vita. Credo che nessuna battaglia sulla parità dei sessi sarebbe stata possibile senza donne come Grazia Deledda, non per esplicite attività politiche, ma per le scelte che hanno fatto: scelte che hanno dato un grande segnale di autonomia e indipendenza.

E c’è Michela Murgia, scrittrice ma non attrice, per la prima volta in scena…

Abbiamo fatto un lungo lavoro insieme, in parte anche di formazione e regia, e devo dire che lei possiede un grande talento nel rapporto col pubblico e col testo: è molto comunicativa e coraggiosa. E la sua presenza è importantissima perché lei è una scrittrice sarda che si è sempre esposta nella lotta contro i pregiudizi sulle donne: qui interpreta se stessa e, contemporaneamente, Grazia Deledda. C’è poi la folgorazione che personalmente ho avuto nella lettura delle tante (circa cinquecento) novelle, bellissime e visionarie, di Grazia Deledda. Una lettura che mi ha portato a pensare, insieme agli attori, attraverso un lavoro d’improvvisazione, alla presenza nello spettacolo di personaggi che sono i protagonisti (anche fantastici) di quei racconti: sono loro che mettono in luce il rapporto tra realtà e atto creativo, tra realtà e arte, reale e onirico.

ACCABADORA-phMarinaAlessi-R

In Accabdora, invece, oltre al romanzo di Michela Murgia, e la sua regia, c’è anche la drammaturgia di Carlotta Corradi e l’interpretazione di Monica Piseddu.

Ho voluto incontrare Michela (ancor prima di lavorare sul testo di Fois) perché volevo mettere in scena il suo romanzo Accabadora, trasformandolo però in un unico monologo della figlia Maria. Perciò ho chiesto a Carlotta Corradi di farne una riscrittura partendo dalla voce di questa “figlia anima”, così viene chiamata la figlia adottiva – ma non in senso legale – di una donna, Bonaria Urrai, che è l’Accabadora. In questo rapporto si definisce un modello alternativo di famiglia, un modello diverso di società: non c’è la madre biologica ma una adottiva. E volevo che questo dialogo tra lei e la madre in fin di vita avvenisse nella sua testa, e dalla sua testa tirasse fuori i ricordi, i suoni, i lamenti. Dal punto di vista psicanalitico il primo grande lutto consiste nella consapevolezza che “io non sono mia madre”: è una presa di coscienza dolorosa che qui Maria deve superare per diventare adulta. Perché questo è il tema centrale: l’amore tra una figlia e sua madre, e la crescita che questa figlia – come tutti i figli – deve affrontare in base al rapporto che ha con i genitori, siano essi biologici o adottivi. Intorno a questo focus tematico ruotano poi le questioni dell’eutanasia, della maternità di fatto, della stessa “leggendaria” figura dell’Accabadora – chiamata dalle famiglie dei moribondi affinché ponesse fine alle loro sofferenze -: questioni che scatenano difficili conflitti interni.

Intanto continua la sua direzione artistica del Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, uno dei Teatri in Comune “riaperti” con non poca facilità…

Innanzitutto abbiamo vinto il bando per i prossimi due anni, e con la nuova stagione, che ha come titolo “Costellazioni invisibili”, proseguiamo il nostro lavoro sulla drammaturgia contemporanea, perché credo sia importante narrare il nostro presente, con tutte le sue crisi, le sue minacce e pericoli, il suo stato di benessere e malessere, in un certo senso. In questa stagione vedremo lavori rivolti anche alle scuole; ci saranno riproposte come Deflorian/Tagliarini; troveremo Giuliana Musso e Ascanio Celestini per la prima volta in scena insieme; e poi spettacoli come Il Nullafacente di Michele Santeramo; la collaborazione con Romaeuropa, la stagione danza e teatro ragazzi, e attività, laboratori e incontri con il territorio.

Ma la vera novità riguarda il cambio di gestione e supervisione dei Teatri in Comune (Tor Bella Monaca, Quarticciolo, Lido di Ostia e Scuderie Corsini) che dal Comune passano al Teatro di Roma. Si manterrà, come ha voluto l’Assessore alla cultura Luca Bergamo, un’autonomia sia artistica che gestionale: autonomia che permane secondo me legittimamente perché questi teatri hanno bisogno di un direttore artistico e di una squadra che lavori lì, sul territorio. Il lavoro sul territorio è fondamentale: penso che il teatro debba essere un luogo di riunione e di scambio che permetta a una comunità di rimanere unita. E spero che questo spazio resti un crocevia di persone che studiano, ricercano e condividono saperi di ogni tipo e che insieme vogliano contribuire a una vera e propria resistenza culturale. Ovviamente cerchiamo di realizzare tutto ciò col massimo impegno, nonostante, questo voglio dirlo, una mancanza ormai cronica di un finanziamento adeguato. Non riusciamo a pagare in maniera giusta ed equa gli artisti che vengono al Quarticciolo, e mi piacerebbe – è il mio grande cruccio – ci fosse finalmente una maggior sensibilità in tal senso, magari smettendo di fare bandi a ribasso e cominciando a riconoscere e sostenere l’importanza di simili attività. Concretamente però.