Lucio Leoni, il cantore del “lupo cattivo” che è in noi

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LucioLeoni_web - Copia«Se fossero gli anni ’60 sarei un adulto consumato, ma siccome è il 2018, allora sono un giovane che scrive canzoni». Lucio Leoni si presenta così a chi non lo conosce ancora. Ma la sua musica, in realtà, è sempre più ascoltata e apprezzata.

Romano, classe 1981, dice di essere stato «un bambino piuttosto normale, con ottimo percorso scolastico fino alla quinta elementare. Poi un tracollo fisiologico alle scuole medie. Ho sudato la sufficienza per tutto il liceo ma me la sono cavata. Il classico: “è intelligente ma non si applica”».

Fin da piccolo dice di amare la musica, così la madre lo iscrive a una scuola di chitarra classica. A dodici anni si ribella al concetto di “studio disperato” e lascia tutto, in nome del calcio. Capisce presto di non brillare e rinuncia alla carriera sportiva: a diciassette anni parte per gli Stati Uniti, dove frequenta il penultimo anno di liceo e riscopre l’amore per la musica. Ha ascoltato e ascolta di tutto. «Mi piace avere riferimenti etici più che musicali: Filippo Gatti, Alessandro Fiori, personaggi coerenti che nel corso del tempo hanno continuato a raccontare con sincerità le proprie storie, schiavi solo dell’urgenza narrativa» dice, aggiungendo: «Per me loro sono più grandi di chi fa numeri più importanti».

Dopo l’esperienza in qualche band, l’esordio come cantautore nel 2011, sotto il nome di Bucho, con l’album Baracca e Burattini (che esce solo come musicassetta). Nel 2015 Lapidarie Incisioni pubblica Lorem Ipsum, cui segue a novembre 2017 Il lupo cattivo. «Nasce da due anni un po’ complessi, in cui mi sono ritrovato nel “bosco”. Lì ho incontrato il lupo cattivo e mi sono chiesto tre cose: se esistesse veramente; se fosse veramente cattivo; se non fosse tutto sommato solo una parte di me. Con le canzoni ho provato ad indagare questa figura e facendolo ho indagato anche me, finendo per esorcizzarlo ed esorcizzarmi».

Brillante e provocatorio, Lucio usa l’espediente del Lupo Cattivo per parlare di emozioni universali e concetti senza tempo, per costruire una sorta di “saggio sull’esistenza” che non porti con sé una data di scadenza. Con questo disco, che raccoglie dieci brani originali e un’inedita rielaborazione di una canzone di Luigi Tenco, Io sono uno, vince la prima edizione del Premio Freak («L’emozione più bella della mia carriera»).

Tra i pochi artisti in Italia capaci di portare in canzone i monologhi viscerali tipici del teatro interiore, strutture rap e impeti punk, pur mantenendo un forte legame con la tradizione cantautorale italiana, dice di non essersi ancora scoperto cantautore: «E’ una corona d’alloro dal mio punto di vista, una cosa che ancora non merito. Quello che so è che scrivo canzoni. Cantautore è un termine importante, forse abusato ultimamente, che però riserverei ad altre figure. Anche da un punto di vista musicale oggi non so quanto sia possibile identificare veri e propri cantautori».

Quanto agli ostacoli che incontrano i giovani cantautori di oggi, commenta: «Sono un adulto consumato, non ho più difficoltà. Ma se dovessi parlare per i miei giovani colleghi direi che la difficoltà maggiore è quella di imparare a definire il proprio stile, quella di imparare ad essere unici. E per far questo c’è bisogno di spazi e di supporto del substrato culturale della società nei reparti formativi e istituzionali».

Impegnato in una serie di live, confida, infine, i suoi sogni nel cassetto: «Fare un altro disco, il più bello di tutti e poi ritirarmi per dieci anni. Poi farne un altro, l’ultimo con cui chiudere la carriera».