Francesca Michielin, un disco che ha il sapore dei (suoi) vent’anni

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Michielin2640 è il titolo del terzo album di Francesca Michielin, un progetto in chiave elettropop che ribalta la leggerezza dei suoi anni e ne mostra fieramente il rovescio, quindi le disarmonie, le prime convinzioni, le intenzioni migliori, le intuizioni necessarie e un imponente e impertinente voglia di esserci, di lasciare un segno e di lasciarsi segnare.

Rispetta i suoi vent’anni e li racconta con disarmante sincerità, con la tenerezza e la sfacciataggine di chi indossa una consapevolezza giovane, pronta ad essere messa alla prova. Questo è 2640, un disco coerente ma non monocorde, che racconta stralci e strappi di vita attraverso tredici canzoni, che somigliano a fotografie messe bene a fuoco.

È un album fitto di parole, aneddoti, dettagli, per questo profondamente concreto, vivo e vissuto. Ma è persino sfaccettato, c’è la quotidianità e l’ambizione, la malinconia e il ricordo, le promesse e le premesse di un futuro da compiere. C’è la vita di ogni giorno e l’immaginazione che ne allevia il peso, ne sfuma i contorni e ne restituisce il valore artistico.

Più di ogni altra cosa, però, è un disco niente affatto pretenzioso, non si mette sulle punte per sembrare più grande e non ammicca al solo pubblico giovane: a farla da padrona è la spontaneità, la genuinità dei (suoi) vent’anni, delle prime convinzioni da non tradire.

Non a caso, il disco si apre con il brano Comunicare, che è un manifesto, un’intenzione, un cartello stradale che indica la direzione di 2640. Non l’approdo, perché un finale questo disco non ce l’ha. Ha una direzione, l’ho detto, ma non si prefigge alcuna meta, è una strada in divenire, incoerente come ogni viaggio senza destinazione, che impara a conoscere e riconoscere posti nuovi e a sentirsi a proprio agio in panni inediti. E racconta esattamente la sua protagonista: la Francesca di 2640 è una giovane donna, ma è ancora una figlia, si guarda intorno e si guarda dentro, ha voglia di imparare e di non rispettare un credo soltanto, non si vergogna di perdere l’equilibrio, di tanto in tanto, e di non somigliare agli altri.

La Michielin di 2640 non è cambiata, è in evoluzione, pienamente a proprio agio nei suoi panni di donna e di artista. Ed è tornata con una convinzione: vuole comunicare, quindi imparare (metaforicamente, ma non solo) lingue diverse, punti di vista sconosciuti.

Il risultato è un disco che ci restituisce una cantautrice scrupolosa, con una scrittura profondamente pop, finalmente diretta, immediata, senza filtri per attutire il colpo. Ma, più di ogni altra cosa, ci consegna un’artista riconoscibile, la sua personalità inizia a delinearsi, a lasciarsi riconoscere senza troppa difficoltà.

I testi di 2640 sono istantanee di momenti precisi, di giorni qualunque, di consapevolezze nuove. Musicalmente il disco parla tante lingue, abbraccia suoni elettronici ed analogici, tropicali ed etnici, ci sono brani scarni, suonati con il solo ausilio del pianoforte, e altri che vedono la commistione di suoni pop e canti popolari.

Per la realizzazione del disco, Francesca ha collaborato con alcuni giovani musicisti dell’attuale panorama musicale italiano, che hanno saputo valorizzare il suo talento e dargli un taglio inedito, immediato e d’impatto: si tratta di Calcutta, Cosmo, Dario Faini e Tommaso Paradiso, che ha firmato per lei E se c’era…, sesta traccia del disco. Autori, questi, che hanno fatto – di 2640 – un progetto dal sapore indie, con una scrittura per immagini, assai concreta.

Michielin coverIl risultato è un progetto ambizioso: il disco concilia, senza alcuna difficoltà, la penna sognante e astratta di Francesca con il vocabolario diretto dei quattro autori che l’hanno affiancata, il tutto sotto la supervisione di un produttore smaccatamente pop, Michele Canova Iorfida. Così, indossati questi panni, che non sono nuovi, ma rappresentano la naturale evoluzione di un talento che sa sperimentare direzioni diverse, Francesca guarda al presente senza diventarne vittima, senza temerlo, senza eluderlo.

In Bolivia, infatti, canta così: «Ho visto soffiare l’aria e con il tempo costruire muri e mulini a vento e urlare al cambiamento rimanendo seduti sul divano di casa, perché è un po’ tutto sbagliato, perché è l’umanità che fa la differenza».

In Tropicale, si mette a nudo, senza temere di sentirsi diversa, di dirlo, di prendere le distanze da ciò che non le somiglia (o non le somiglia più); canta «Sembra carnevale e io un coriandolo nel mare, non è tequila se ci togli il sale e non è amore se dura due ore».

Nella malinconica Scusa se non ho gli occhi azzurri, si spoglia ancora e più profondamente; dalla diversità emerge un sentimento che non chiede di riconoscersi a tutti i costi, ma di esprimersi così com’è, «Scusa se mi perdo un po’ spesso e vivo dentro ai film e le serie tv. Vorrei solo amarti iI fine settimana e tutti gli altri giorni, che differenza fa?».

E poi tocca a Tapioca, dove persino ogni mancanza diventa motivo di riconoscenza, qui canta «Ringrazio al quartiere per tutte le cose che non mi hai saputo dare, perché ciò che non c’era l’ho inventato, l’ho potuto immaginare».

In Alonso, ultimo brano del disco, racconta le difficoltà che un sacrificio comporta: qui Francesca torna ad essere figlia, si lascia cullare da un soffio di nostalgia e parla a suo padre, «A volte penso a mio padre, mi rendo conto che ha vissuto per me e io non so se ne sarei capace».

Nel mezzo, la malinconia di E se c’era…, il ritmo di Vulcano, l’intensità di La serie B.

Insomma, 2640 è il disco dei vent’anni di Francesca Michielin. Sia chiaro, questo non è affatto un modo per svilirlo o per imporgli dei confini. 2640 parla a chiunque sappia ascoltarlo, a chiunque sappia ritrovarsi e ritrovare l’onestà di un album che è innanzitutto un pezzo di vita, fatto di (ri)partenze e approdi (reali e metaforici), propositi e ambizioni, fughe e fragilità.

È un viaggio che cerca la sua meta, ma che – nel frattempo – non dimentica di imparare qualcosa da ogni posto nuovo, da ogni sentimento inaspettato, da ogni occasione di verità. Francesca ha superato il suo esame di maturità quando ha smesso di sentirsi sotto esame e ora è pronta a diventare grande. O forse lo è diventata già da un po’.