“La prima volta che ripresi sulle spalle mio figlio..”

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Alex Zanardi sarà il protagonista del Manzoni Cultura, lunedì 8 gennaio.
In attesa di ascoltare le domande…OFF (e leggerle il giorno dopo qui) che Edoardo Sylos Labini gli farà, ecco un profilo intimo del campione. (Redazione)

P90201073_highRes_kona-hawaii-usa-10thAlex Zanardi, di Bologna, classe ’66, è un “mito” dello sport fin dalla giovinezza. E lo è anche di più dopo l’incidente del 15 settembre 2001 a Lausitz, quando subisce l’amputazione delle gambe. Perché Alex ha carattere da vendere: reagisce, combatte, si rialza e vince ancora, nella vita e nello sport. A cinquant’anni detiene un record di medaglie a Rio ed è un messaggero di speranza. Disponibile e cordiale, ha risposto alle domande di OFF con sincerità.

Pilota, scrittore, conduttore televisivo, campione di handbike e punto di riferimento per milioni di persone. Puoi scegliere cinque istantanee da ricordare per sempre?

Nella prima avrò avuto cinque, sei anni, il giorno del mio compleanno al risveglio ho trovato una bicicletta di fianco al letto. Poi c’è il primo giorno sul go-kart: era il 2 agosto 1980, non dimenticherò mai quello che vedevo dal mio casco. Nella terza a Hong Kong rivedo le braccia di mio papà aperte per abbracciarmi dopo la vittoria; è un ricordo molto dolce, perché quella gara di go-kart, conquistata dopo aver superato una serie di difficoltà a 16 anni, è emblematica dell’educazione che mi hanno trasmesso i miei genitori. Nella quarta mi rivedo sull’aereo che mi porta a casa da Vancouver domenica 6 settembre 1998, avevo appena vinto per la seconda volta il campionato Indy-Car e l’indomani sarebbe nato mio figlio: ero dominato da mille emozioni. L’ultima istantanea è legata alla ripartenza dopo le incertezze provocate da quanto mi è accaduto: il ricordo di una passeggiata con mia moglie Daniela e Niccolò di nuovo sulle mie spalle. Dopo l’incidente avevo dichiarato di voler riprendere mio figlio sulle spalle e ci ero riuscito.

Dicevi dell’importanza dell’educazione ricevuta dai tuoi genitori, Dino e Anna. Tu e Daniela avete seguito il loro esempio con Niccolò? Che voto ti daresti come padre?  

Non è compito mio darmi voti, ci si prova. A volte accadono cose che ti scoraggiano. In certi momenti, mentre guardo la mia mano, magari facendo qualcosa, rivedo la mano di mio padre. Lo contestavo, ma ho assorbito tutti i suoi consigli. Anche le cose più semplici che mi ha insegnato le faccio esattamente come le faceva lui e quando mio figlio fa spallucce di fronte ai miei consigli sono tranquillo. So che, se anche io da ragazzo ero un po’ ribelle, ciò che sono è il frutto di quello che mi hanno trasmesso i miei genitori e sarà così anche per Niccolò.P90267878-highRes

Quanto tempo dedichi alla famiglia, considerando le esigenze dell’allenamento e gli impegni? Ci racconti una tua giornata media?

Parto dal presupposto che non ci sia un minimo da rispettare per regolamento. È logico che la mia famiglia dovrebbe avere la priorità su tutte le altre cose e dico dovrebbe perché anch’io, come tante persone, sono travolto da impegni che non cerco e mi rubano il tempo per fare cose più importanti. Ma sono un uomo fortunato, perché ho certamente più tempo di altri da dedicare ai miei affetti.

Nei tuoi libri – tu che hai vinto le Olimpiadi a cinquant’anni – hai descritto forze e debolezze delle varie età, e quanto sia importante la “completezza nel prepararsi bene, avendo cura di ogni dettaglio”. Qual è oggi la tua routine di allenamento a ridosso di una gara?

È cambiata molto, perché ora non posso giocarla solo sul treno della forza e della resistenza. Non ho più gli strumenti per battere gli avversari solo con questo. Devo essere bravo a completare la mia preparazione avendo cura di dettagli che a vent’anni tendi a non considerare.

Quale in un periodo tranquillo?

Non ho periodi difficili né tranquilli. Tutto ciò che è facile può diventare difficile quando pretendiamo di farlo meglio, e tutto ciò che è difficile può diventare facile studiando con passione e interesse i problemi e trovando le giuste soluzioni. Anche l’inverno, nel mio caso, è un momento fondamentale di studio e di esecuzione dei progetti che mi portano a tagliare un traguardo lungo l’estate. La gara non la vinci mai solo la domenica pomeriggio.

Chi ti sostiene nella preparazione e ti aiuta a curare i dettagli?

Ho un allenatore molto capace, molto più giovane di me, e poi credo che sia importante saper riconoscere chi davvero ti può aiutare, perché chiamarsi Zanardi significa anche avere più offerte di aiuto di quanto tu abbia bisogno. A cinquant’anni l’allenamento è importantissimo, ma quello del recupero forse lo è anche di più.

Hai detto di aver partecipato a Rio dopo aver constatato che era “tecnicamente possibile” ottenere dei risultati. Secondo te oggi quali elementi hanno maggior peso nella longevità degli atleti?

Ho vinto una gara di mezz’ora, che ognuno correva individualmente, senza sapere cosa stavano facendo gli avversari, per uno scarto di due secondi. Tante cose sono state determinanti. Forse in cima alla lista c’è la fortuna, ma contano anche l’allenamento, la preparazione tecnica della mia Handbike, gli accessori che ho scelto e tutto il lavoro, importantissimo, che ho fatto con Human Tecar e che mi ha consentito, tremesi prima dell’Olimpiade, di sopportare carichi di lavoro più indicati a un atleta di venticinque anni che a un vecchietto come me…

Svolgendo diverse attività (automobilismo, motociclismo, nuoto, handbike) che coinvolgono vari distretti muscolari, quanto è importante la prevenzione e la possibilità di corpo tonico ed elastico per evitare sovraccarichi?

È basilare. Però un conto è sapere questo, un altro è saperlo fare. Per mia fortuna ho incontrato le persone giuste, le stesse di cui ho detto poco fa, che mi hanno aiutato ad utilizzare al meglio le mie risorse. Con un occhio attento alla prestazione, ma ancora più mirato alla mia salute, aspetto per me imprescindibile.

Hai un ricordo particolarmente bello legato ai tuoi fan?

Ne ho moltissimi. Soprattutto quello di una gara nel 1997 a Mid-Ohio, il circuito di casa di uno dei miei avversari storici. Il sabato sera ho percorso il circuito in motorino con un amico e mi sono fermato a parlare con un gruppo di fans che erano lì in camper, dietro uno striscione enorme che recitava “We hate Zanardi”. Solo dopo venti minuti buoni, una birra bevuta da me e qualcuna in più da loro, mi hanno riconosciuto. E alla domanda: “Alex, it’s really you?”, ho risposto: “Me la devo devo dare a gambe o posso restare a bere con voi, che mi sto divertendo?”. Il primo giro della gara del giorno dopo, notai che avevano cambiato il cartellone in “We love Zanardi”.

Obiettivo3 sta coinvolgendo atleti disabili per avviarli allo sport, quali mete volete raggiungere?

Obiettivo3 ha una vocazione e un’ambizione: la vocazione è di essere uno strumento affinché persone disabili possano coronare il sogno di trasformarsi in atleti. L’ambizione è che tre di questi atleti, magari grazie anche al nostro aiuto, raggiungano la qualifica per i giochi di Tokyo 2020.

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