Agostino il pittore dei potenti che violentò Artemisia

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Agostino Tassi, Orazio Gentileschi, Il concerto musicale con Apollo e le Muse, 1611, affresco, Palazzo Pallavicini-Rospigliosi, Roma
Agostino Tassi, Orazio Gentileschi, Il concerto musicale con Apollo e le Muse, 1611, affresco, Palazzo Pallavicini-Rospigliosi, Roma
Agostino Tassi, Orazio Gentileschi, Il concerto musicale con Apollo e le Muse, 1611, affresco, Palazzo Pallavicini-Rospigliosi, Roma

Avendo con tante occasioni guadagnato molto denari in Livorno, messosi all’ordine di abiti, e di bizzarrie se ne tornò a Roma, ove si tratteneva alla grande con dimostrazioni sfarzose, ed altiere; facendo da potente, e da smargiasso con la spada, e con vestiti pomposi,e fu nel principio del pontificato di Paolo V”.  Così il pittore e biografo Giovanni Battista Passeri nelle sue Vite de’ pittori del 1772 a proposito di Agostino Tassi (Ponzano Romano, 22 gennaio 1580 – Roma, 12 marzo 1644), che solo per una facile cronistoria potremmo annoverare nell’alveo dei pittori maudit.

Maledetto il Tassi lo era: “falso, impostore, senza timore di Dio”, spaccone, livoroso, imbroglione, violento, frequentatore abituale di taverne e lupanari, dedito alla vita more uxorio con la cognata o la cortigiana di turno.

Gran puttaniere e gran lavoratore, la sua vita dissoluta fu scandita dagli arresti per risse e violenze e dalle grandi opere ad affresco e pittura per palazzi e ville: fu un protégé del potere temporale e di quello spirituale, fu l’illustrissimo esecutore di commissioni di granduchi e cardinali, insuperato artefice di marine e grottesche e trompe l’oeil, specialista del “capriccio” in pittura e anticipatore della metafisica e per certi versi addirittura della temperie romantica.

Agostino Tassi fu un genio? Fu un maledetto? Il libro Tra pittura e bordello. La vera vita di Agostino Tassi della storica dell’arte Maurizia Tazartes ci dà una risposta prendendo in considerazione quello che veramente conta nella vita e nell’opera di un artista: il suo lavoro, che nel caso del Tassi fu grande.

Ecco che allora lo smargiasso con la spada, ospite più volte in vita della preggione, non è più solo quello che ha violentato Artemisia Gentileschi (tutt’altro che una verginella pia: leggiamo infatti che la fanciulla era conosciuta come “madonna pubblica di bordello”), ma un valentisssimo pittore che ha vissuto della propria arte e realizzato meraviglie visuali che la storia ufficiale ha messo in ombra.

Certo, se anziché andare a puttane avesse fatto il secchione, la sua produzione d’arte sarebbe stata ancora maggiore e i soloni della storia magari gli avrebbero lasciato un posto in prima fila, ma parlano per Agostino Tassi e per i posteri le mirabili imprese artistiche come Il concerto musicale con Apollo e le Muse di Palazzo Pallavicini-Rospigliosi a Roma, la strabiliante Sala dei palafrenieri di Palazzo Lancellotti e la Stanza dell’Aurora sempre a Roma, o il Paesaggio con scena di stregoneria nelle sale del Walters Arts Museum di Baltimora  e L’imbarco di una regina conservato a Palazzo Rosso di Genova.  Solo per citarne alcuni.

Agostino Tassi e collaboratori, Sala dei palafrenieri, 1619-21, affresco, Palazzo Lancellotti, Roma
Agostino Tassi e collaboratori, Sala dei palafrenieri, 1619-21, affresco, Palazzo Lancellotti, Roma

Agostino Tassi non fece tutto da solo, con gli anni anzi l’artrite gli impedì di salire sui “ponti” per gli affreschi e non fu affatto prodigo con i collaboratori, che spesso retribuiva con le puttane anziché col vil danaro, ma fu eccellentissimo pittorescenografoimprenditore (per la scelta dei collaboratori, non sempre e non tutti della sua cerchia) e capocantiere.

Il libro della Tazartes inizia come la scena di un film, partendo dalla sera di un autunno romano 1643 che vede Tassi malinconico e malato a letto, con la mente rivolta al suo glorioso passato, “ai vicoli, alle taverne, alle donne, ai piccoli grandi dipinti per la créme romana, ai papi, vescovi, cardinali e ricchi signori che l’avevano pregato e pagato fiori di quattrini purché lavorasse per loro” e prosegue per “blocchi” temporali, come se nella lettura ci accompagnasse la voce del pittore stesso, uno dei maggiori talenti della Roma del Seicento e non solo, maestro di generazioni di artisti, anche non italiani (alla sua bottega si formò fra gli altri Claude Lorrain).

Nel libro, sempre ben documentato a suon di fonti storiche (ma le note a piè di pagina non sono mai fastidiose), ampio spazio vien dato ai processi per violenze di vario genere (azioni violente perpetrate soprattutto nei confronti di donne più o meno caste), nei quali il Tassi finì imputato e dai quali spesso uscì indenne o quasi: per i suoi meriti di artista riuscì spesso a sfangarla grazie alle ottime relazioni coi potenti dell’epoca, una cosa che oggi verrebbe vituperata a mezzo stampa da parte dei moralizzatori civici di professione. E altrettanto spesso si sottrasse a quella che in termini odierni chiameremmo “libertà vigilata”, profittando della condizionale per darsela a gambe fra bettole e puttane. 

Agostino Tassi, L’imbarco di una regina, 1628 ca, olio su tela, Palazzo Rosso, Genova
Agostino Tassi, L’imbarco di una regina, 1628 ca, olio su tela, Palazzo Rosso, Genova

Naturalmente di questa cronistoria giudiziaria la parte più importante è quella dedicata al processo per violenza carnale di Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio suo collaboratore durante la realizzazione del Concerto musicale con Apollo e le Muse di Palazzo Pallavicini-Rospigliosi di Roma: dalle pagine di Tra pittura e bordello. La vera vita di Agostino Tassi emerge il quadro di una bella famiglia, quella dei Gentileschi, dove il padre trattava la figlia come fosse sua moglie, la faceva posare ignuda e non mancava di farla sorvegliare h24 da una vicina di casa perché “era sfrenata e teneva cattiva compagnia”. Opinione intorno alla cui persona si sintetizzava così: “una poltrona e una puttana”, perché “era tutto un correre su quelle scale di casa: io tengo che andassero per Artimitia e per chiavarla” (Testimonianza di Agostino Tassi al processo per stupro, 1612), ma che quasi si infatuò di quel bruto pittore, portatore di una promessa di matrimonio riparatore mai realizzata essendo lui già sposato.

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Tassi uomo iracondo e violento ma geniale pittore, i cui meriti vennero riconosciuti dai collezionisti dell’epoca che erano i cardinali e i granduchi: il libro non prende le sue difese di uomo (totalmente indifendibile), ma lo colloca nel novero degli artisti ingiustamente trascurati dalla storia. E naturalmente lo stesso merito viene anticipato ad Artemisia, su cui ovviamente il libro non si sofferma se non per trattare quella parte di vita in cui due strade si incrociano per una volta, quella di una grandissima pittrice, richiestissima dalla committenza, “anarchica”, libera e anticonformista e quella del Tassi, fatta esattamente allo stesso modo.

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Emanuele Beluffi
Milanese, dal 2008 cura mostre d'arte e scrive per i relativi cataloghi; nel 2009 inventa una rivista di critica d'arte (“Kritika”, con l’artista Mihailo Karanovic e il critico Stefano Mazzoni). Dal 2018 è responsabile di redazione a Il giornale OFF, spin off culturale del quotidiano il Giornale. Ha scritto di arte su magazine specializzati. Autore, con Flaminio Gualdoni, della monografia sull’artista Andrea Mariconti per conto della galleria milanese Federico Rui Arte Contemporanea (Skira editore, 2012). Nel 2016-17 collabora alla campagna elettorale di Stefano Parisi come coordinatore del Gruppo Cultura di Energie PER l'Italia, organizzando la parte culturale del programma politico. È stato promotore editoriale (editrice Mursia), archivista in Fondazione Biblioteca di via Senato e Biblioteca d'Arte del Castello Sforzesco, agente editoriale (Librimport, libri illustrati d’importazione) entrando in contatto con svariate agenzie di comunicazione come Armando Testa, Lowe Pirella, Ogilvy, Leo Burnett et cetera e redattore in un'agenzia di pubblicità specializzata.