Ecco perché i nostri tesori non sono più qui

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Raffaello Sanzio, Madonna Solly (Madonna leggente col Bambino), olio su tavola, 52x38 cm, 1500-04, Gemäldegalerie, Berlino
Raffaello Sanzio, Madonna Solly (Madonna leggente col Bambino), olio su tavola, 52x38 cm, 1500-04, Gemäldegalerie, Berlino
Raffaello Sanzio, Madonna Solly (Madonna leggente col Bambino), olio su tavola, 52×38 cm, 1500-04, Gemäldegalerie, Berlino

«È una diaspora terribile» scrive Fabio Isman in una delle prime pagine del suo libro L’Italia dell’arte venduta. Collezioni disperse, capolavori fuggiti (il Mulino, 2017). Il riferimento è alle migliaia di opere d’arte (ma il numero è incalcolabile) che nei secoli hanno lasciato il nostro Paese per arricchire collezioni e musei stranieri. Così Isman, giornalista e scrittore, incomincia un lungo viaggio tra i capolavori italiani, di tutti i tempi e di tutti i tipi, per raccontare in dettaglio e con rigore, la loro dispersione all’estero.

I motivi? I più vari, economici, ereditari, cambiamenti di moda e gusto, pressioni di antiquari, debiti da gioco, guerre, razzie e altri ancora. Motivi spesso bislacchi e singolari come la necessità di armare truppe pontificie o far fuori un quadro di enorme valore come La famiglia di Dario ai piedi di Alessandro di Veronese, alienato, prima della morte, dall’ultimo proprietario, Vettor Pisani, conte di Bagnolo, per evitare liti ereditarie tra le tre figlie. Il quadro a metà Ottocento passa infatti alla National Gallery di Londra per 13.650 sterline, un milione e mezzo di oggi.

Ma i casi sono tantissimi: «L’Italia si è sempre disfatta dei pezzi migliori della propria arte: fossero quadri e statue, libri e biblioteche, codici miniati, porcellane antiche e famose, mobili straordinari. In qualunque secolo».

Isman L'ItaliaIsman passa in rassegna molte città italiane e il loro patrimonio artistico, da Venezia, la più antica ad avere raccolte d’arte, a Roma, a Genova, ad altre, descrivendo i tortuosi percorsi di capolavori verso mete lontane. Una delle prime collezioni veneziane di marmi, bronzi, monete ad andarsene in gran segreto, un paio d’anni prima della morte del proprietario, fu quella di Andrea Loredan, che prese la strada di Monaco per finire delle mani del duca di Baviera al prezzo di 7.000 ducati. Poi ci sono le tele di Van Dyck che il miliardario americano Widener ai primi del Novecento fa arrotolare a Genova nei finti tubi di scappamento di una sua automobile. E mille altri episodi riportati insieme al loro contesto e alle loro storie spesso curiose.

Certo è stato un grande scippo, una enorme rapina, hanno sostenuto illustri pensatori sin dal tardo ‘700. Ma per un’altra corrente di pensiero, anglosassone e «liberista», la fuga di capolavori italiani per terre straniere ci ha fatto conoscere ed ammirare. A queste due visioni è dedicato un intero capitolo, su cui è interessante riflettere.