Se la Chiesa osa, gli artisti rispondono

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Federico Severino, altare in bronzo, frontale. Roma Pantheon
Federico Severino, altare in bronzo, frontale. Roma Pantheon
Federico Severino, altare in bronzo, frontale, Pantheon

La disputa tra la Sovrintendenza di Roma, da un lato, e il Capitolo di Santa Maria ad Martyres, dall’altro, è durata quasi dieci anni, ma alla fine lo splendido altare di Federico Severino è stato finalmente collocato nel luogo per cui era pensato. La Soprintendenza – nel segno del più scontato minimalismo – avrebbe voluto un altare anonimo, lo scultore bresciano, figlio del filosofo Emanuele, per il Pantheon (che è un famoso monumento, ma anche e soprattutto da 1400 anni una chiesa) aveva invece pensato a un’opera di grande impatto figurativo nel segno della più consolidata tradizione. Così, se Dio vuole, accanto all’ambone e alla via crucis, da una decina di giorni possiamo ammirare un vero altare e non un tavolino da catalogo Ikea.

L’opera di Severino, in bronzo dorato, è frutto infatti di una lunga e complessa gestazione perché vi era la necessità di rispettare il contesto architettonico del Pantheon, ma nello stesso tempo osare per dimostrare, senza timori o genuflessioni al contemporaneo più hard, come l’arte figurativa possa ancora indirizzare alla verità e alla bellezza, perfino nel campo del sacro, specie quando la Chiesa si fa forte committente. Ne è uscito un altare scolpito in altorilievo sui quattro lati come un sarcofago romano o etrusco in cui una concitata teoria di martiri affolla lo spazio con un impeto drammatico e di grande impatto espressivo. La collaborazione tra lo scultore e il teologo don Angelo Pavesi ha permesso che la bellezza formale si coniugasse perfettamente con il contenuto spirituale, l’iconologia più colta fosse messa al servizio di un immediato coinvolgimento emotivo, la riflessione esistenziale suscitasse l’elevazione spirituale.