Silvia Funes: “Ho iniziato a ballare a 4 anni e non mi sono più fermata”

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Silvia Funes: "Insegno danza e mi chiedono cosa faccio di lavoro..." La sua passione per la danza è nata a soli quattro anni, e da allora non si è più fermata. Una vita all’insegna del ballo, quella di Silvia Funes, bionda e aggraziata bellezza trevigiana che, passo dopo passo, ha collezionato una serie di esperienze di tutto rispetto: dagli stage con prestigiosi maestri della Scala di Milano, dell’Operà di Parigi e di quella di Belgrado a esperienze in teatro e tv. Partita da Treviso ha superato l’ostacolo della provincia prima laureandosi all’Accademia di danza di Roma e poi creando nella sua piccola città una realtà che è attualmente per i giovani un concreto trampolino di lancio per le vette più alte del successo.

In una piacevole chiacchierata a noi di OFF ha parlato della sua vita e della sua grande passione.

Cosa è significato per te nascere in una città di provincia come Treviso?

Per chi vuole intraprendere una carriera artistica non ci sono mai state tante opportunità. Quando ero piccola esisteva una sola scuola di danza ed io ho iniziato ad andarci che avevo quattro anni. Da allora non ho mai smesso di ballare, mi sono subito appassionata. Poi a 12 anni feci uno stage con il maestro Jacques Dombrowski dell’Operà di Parigi il quale vedendomi chiese alla mia maestra di danza di Treviso di poter parlare con i miei genitori perché ero una bambina che aveva grandi potenzialità. Tuttavia accadde che questa maestra decise per me, dicendo al maestro che i miei genitori non mi avrebbero mai lasciata andare a Parigi. Erano anche altri tempi… E quando negli anni cominciava a crescere questa mia passione, Treviso mi stava sempre più stretta. Così cominciai a studiare nei dintorni: andavo a Mestre, a Venezia a Padova, facevo tutti gli stage possibili e immaginabili e tutti mi dicevano che ero molto talentuosa. Allora spinta da queste considerazioni e dalla mia passione, decisi di provare ad entrare (e ci riuscii!) all’accademia di danza di Roma, l’unica che permette di rilasciare una abilitazione riconosciuta dal Ministero riguardo l’insegnamento della danza.

Di quel periodo ricordo che sono stati degli anni bellissimi in cui ho avuto la fortuna di avere un’insegnante eccezionale. Lei, dopo avermi visto danzare, a malincuore mi disse: “se ti avessi conosciuta prima, con le tue doti a quest’ora saresti stata al New York City Ballet”. Ormai però avevo 21 anni. Così in quel periodo mi “accontentai” di fare delle esperienze artistiche in televisione, in stagioni operistiche e in produzioni cinematografiche. Tuttavia alla fine di queste mi accorgevo che quella non era la vera danza, cioè quella che avrei voluto fare e che avrei potuto fare se fossi nata in un’altra città, o se perlomeno avessi avuto un’insegnante che mi avesse indirizzata ad un’altra città dove studiare e non in una scuola di provincia.

Per questo motivo io adesso, da insegnante, sto cercando di far si che la mia scuola di Treviso non sia una scuola di una città di provincia, pur essendolo a tutti gli effetti. Voglio che chiunque venga a studiare nella mia scuola abbia tutte le possibilità per poter uscire da una realtà provinciale e darsi al professionismo, senza la necessità di essere nati a Roma o Milano, grandi città dove c’è l’imbarazzo delle scuole di buon livello. Avendolo pagato sulla mia pelle, voglio che i miei allievi non dicano che da Treviso non si possa uscire e avere le stesse possibilità che si possono avere in una grande città. Le cose perlomeno cambiano.

Anche se tutto intorno resta uguale, se cambiamo noi, se cambia chi è l’artefice, il deus ex macchina di questa cosa, può cambiare anche la vita di questi ragazzi. Se io avessi avuto un’insegnante come sono io oggi probabilmente sarei da un’altra parte.

Ha un rimpianto quindi?

Intendo che magari non mi sarei dedicata all’insegnamento e molti ragazzini si sarebbero iscritti nelle scuole locali senza avere sbocchi. Non vivo le cose non fatte come una frustrazione…credo al detto ‘chiusa una porta, si apre un portone’. E magari questa doveva essere la mia strada. Io mi sento realizzata così.

Quali doti deve possedere una brava insegnante di danza?

Deve essere prima di tutto generosa e non stancarsi mai di correggere. Soprattutto quando i bambini sono piccoli bisogna fare molte correzioni manuali. All’inizio è faticoso. Poi non tutti i bambini hanno tempi di reazioni uguali. Ci sono bambini che già a nove anni recepiscono la correzione e la fanno propria, e quelli magari sono coloro che hanno l’indole più adatta alla danza. Però ce ne sono anche altri che sino ai dodici anni ancora un po’ dormicchiano e poi all’improvviso magari esplodono, gli viene una determinazione, una grande voglia di fare. L’importante è non demordere. Bisogna insistere tanto, correggerli e cercare di capirli anche nel loro carattere. Cercare di strutturarli. Il lavoro del danzatore professionista è un lavoro molto duro, non solo fisico, perché richiede un allenamento costante giornaliero che ti mette a confronto con te stesso e con gli altri. Sei costantemente giudicato. Quindi i bambini devono essere molto forti, molto strutturati. I bambini molte volte pensano di andare all’accademia e di trovarsi in un mondo felice che consenta loro il passaggio per entrare nel professionismo. Ma la realtà è ben diversa. Lì non sei ‘coccolato’ ma quotidianamente giudicato, e se non rendi come devi rendere c’è la fila di persone che possono prendere il tuo posto. Quindi i bambini devono essere caratterialmente fortificati e l’insegnante deve lavorare in due direzioni: sia dal punto di vista didattico, non demordendo nelle correzioni, e sia da un punto di vista psicologico perché deve cercare di capire l’indole e il carattere dell’allievo/a per lavorare sui suoi punti deboli e preparalo/a ad affrontare questo mondo. A volte ci sono delle qualità che sono solo insabbiate. A volte c’è il nulla. Allora in questo ultimo caso sai bene che da un elemento del genere non potrà mai nascere un danzatore professionista. Tuttavia credo che sia giusto che anche una persona priva di talento abbia un tipo di studio fatto nella maniera corretta, perché solo così si approccerà al mondo della danza, anche da spettatore, in una maniera seria, competente. Questo è un modo di fare cultura.

Un modo di pensare che qui da noi è raro…

Qui sì, ma se si va in Russia, dal portiere d’albergo al tassista trovi persone estremamente sensibili al mondo della cultura e dell’arte. In Italia ti chiedono: “insegni danza, ma di lavoro che cosa fai?

Silvia Funes: "Insegno danza e mi chiedono cosa faccio di lavoro..."Da cosa si vede chi ha talento?

Per fare il danzatore esistono delle doti fisico-attitudinali come una buona elasticità del corpo e la rotazione delle anche, che in gergo si chiama en dehors. Se un corpo non ha di natura queste doti fisiche si rischia di andare incontro nella vita a tante frustrazioni. Però poi esiste la via di mezzo: chi è abbastanza dotato e ha la possibilità di migliorare. Quelli forse sono gli elementi che riescono di più nella vita, nel mondo della danza. Perché se il fisico è abbastanza dotato nella danza, pur non essendo sviluppato al massimo, con lo studio corretto e la determinazione può superare i difetti. E certi piccoli difetti diventano anche dei pregi perché si lavora talmente tanto su un limite da farlo diventare quasi un punto di forza.

Ma quello che conta prima di tutto è la musicalità, l’artisticità. Se manca questa qualità i ballerini diventano solo degli esecutori. La danza è un’arte e se manca la parte artistica non si potrà mai essere dei veri danzatori. Quindi secondo me la prima cosa deve esser l’artisticità (ovviamente su un corpo dotato).

Che differenza c’è tra la danza e le altre forme d’arte?

Bisogna iniziare presto perché la carriera finisce prima. La danza è una sorta di virus che ti rimane, ma negli anni ti devi evolvere in maniera diversa: puoi diventare un coreografo, un’insegnante, un critico di danza…Si può rimanere nella danza, ma a 42 anni la carriera è finita come danzatore in corpo di ballo. E’ una disciplina che richiede una maturità fin da piccoli, a differenza delle altre forme d’arte dove si raggiunge l’apice nell’età matura. La danza richiede fin da subito una consapevolezza del proprio corpo e una maturità per fare un certo tipo di lavoro fin da bambino, perché è tutto anticipato. Poi come tutte le arti la danza è espressione, il corpo comunica lo stato d’animo. E quello che arriva al pubblico sono sempre le emozioni.

Quale è la situazione della danza professionale oggigiorno?

Dopo settantuno anni a novembre è stata approvata una legge sullo spettacolo, e anche se si devono ancora fare i decreti attuativi si è affrontato l’argomento della danza. Si spera ci possano essere delle aperture. Il problema è che mancano i fondi, e molti corpi di ballo anche quelli storici come l’Arena di Verona e il Maggio Fiorentino sono stati chiusi. Attualmente ci sono solo i tre corpi di ballo degli enti lirici della Scala di Milano, dell’Opera di Roma e il San Carlo di Napoli. Se ci fosse la possibilità che i vari teatri distribuiti sul territorio nazionale potessero avere un proprio corpo di ballo per i danzatori ci sarebbero possibilità anche nel nostro Paese. Perché i ragazzi che studiano nelle scuole di danza hanno due opzioni: o entrano nelle tre accademie in Italia o entrano nelle accademie all’estero. Alla fine i talenti devono per forza andare all’estero, e questo è un peccato perché poi in tutte le accademie estere ci sono sempre degli elementi italiani che sono meravigliosi e che sarebbero potuti rimanere qui.

Quindi oltre a quella dei cervelli c’è anche la fuga “dei piedi”?

Sì, perché non ci sono opportunità di lavoro per via della mancanza di fondi. Poi bisogna considerare che non c’è la cultura di base. L’Italia è un mondo legato al calcio, dove si pensa più a costruire gli stadi, mentre nelle varie città d’Europa ogni sera c’è la possibilità di vedere spettacoli di danza di qualità. Come a San Pietroburgo, dove al Mariinsky c’è un spettacolare corpo di ballo con trecento danzatori.

Perché da noi manca questa cultura?

L’Italia è la culla dell’arte, ma la danza è sempre stata vista come la Cenerentola delle arti. Non muove il mercato. Quando ero piccola in tv sulla rete nazionale trasmettevano Maratona d’Estate e si vedevano questi balletti per un’ora e mezza, due. In questo modo anche chi non faceva parte del mondo della danza veniva un po’ sensibilizzato. Adesso invece manca la possibilità di vedere danza di qualità.

E cosa pensa della danza negli show e nei talent che si vedono in tv?

Ben venga che si parli di danza, l’importante sarebbe però che accanto a programmi dove non sempre la danza è quella con la D maiuscola se ne potessero vedere altri dove si respira di più la vera arte. Sicuramente nei primi anni di Amici c’è stata una grande commercializzazione, tutte le scuole di danza hanno fatto il pienone. Ma è stato un pienone che si è svuotato in due anni, perché chi inizia ad avvicinarsi alla danza vedendo un programma televisivo pensa sia tutto molto semplice, che basti un anno di studio per andare in televisione o addirittura lavorare in una compagnia di danza. Invece la realtà non è quella. E nel momento in cui ci si rende conto che la realtà è ben diversa spesso si abbandona lo studio della danza.

Alla fine sono programmi che nascono come intrattenimento, e chi è competente riesce a filtrare il positivo, chi invece lo assorbe in toto può crearsi delle idee distorte su cosa sia la danza e su quale debba realmente essere il percorso per fare danza.

Silvia Funes: "Insegno danza e mi chiedono cosa faccio di lavoro..."

Lei tra l’altro ha avuto anche delle esperienze in Tv come ballerina e coreografa…

Mi ricordo di Avanspettacolo in Rai per la regia di Giancarlo Nicotra, le coreografie erano di Andrè De La Roche. In quel programma ho conosciuto delle persone, molte delle quali oggigiorno hanno scuole di danza e con cui ancora adesso ci si confronta. All’epoca però esisteva il vero balletto, c’era una sigla iniziale e una finale. Oggigiorno 3/4 minuti di balletto sono impensabili…ora è tutto immediato, ci sono solo stacchetti veloci. Da lì in avanti la tv non è stata più quella di programmi come Fantastico di Franco Miseria…

Dopo queste esperienze c’è stato un evento in particolare che le ha fatto capire cosa volesse realmente fare?

Non è stata una situazione in particolare. Per il percorso che ho fatto, se avessi studiato fin da subito con un’insegnante come lo sono io adesso, o se avessi conosciuto subito insegnanti come quelli conosciuti da grande, io a quest’ora non sarei a Treviso a insegnare danza. Tuttavia l’insegnamento non l’ho visto come un limite, ma come un mezzo per dare un senso a questa mia passione per la danza. È stato il mio percorso di vita. Qualcuno ha scelto al posto mio da piccola così mi sono ritrovata a fare altro e a rendermi conto che quell’altro non era abbastanza per me. Potevo dare di più alla danza. In tv avrei potuto continuare nei programmi televisivi, ma era limitativo per me perché non era la vera danza, quella che avrei voluto fare. Allora ho cambiato strada e mi son dedicata all’insegnamento. Ora è quello che mi dà maggiore soddisfazione.

Quel sogno di bambina ora vive attraverso i suoi allievi?

Sì, assolutamente. Io mi emoziono tanto per loro. Sono un po’ dei figli. Mantengo i contatti con allievi che ora sono alla Scala di Milano e a Zurigo. Sono molto legata a loro, mi prendo a cuore le loro vite. Quando vedo dei bambini che sono particolarmente talentuosi, e hanno la famiglia che non li sostiene molto, cerco sempre di aiutarli convincendo i genitori contrari ad assecondare questi bambini nel coronare il loro sogno. A volte, e soprattutto con gli allievi maschi in una città di provincia come Treviso, ho trovato qualche ostilità da parte di qualche genitore. Ma quando si vede che i bambini sono talentuosi bisogna fare di tutto per aiutarli.

Ai genitori cosa consiglia?

Di non fidarsi della pubblicità sul web ma andare fisicamente nelle scuole e provare, soprattutto per capire la differenza tra una scuola e l’altra. La danza è una disciplina, è un’arte, sviluppa corpo, memoria, senso artistico…forma anche il carattere. L’importante è che i genitori si informino. Si capisce subito, anche solo dalla struttura e dall’ambiente, se è una scuola dove si impara o dove si gioca. Deve essere un’attività ludico-motoria ma deve essere fatta in maniera costruttiva. L’impostazione di serietà e professionalità deve essere fatta da subito. Se no poi il bambino non lo riprendi più.