Flaminia Lera porta il teatro nelle carceri italiane

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Flaminia Lera ©Lucas
Flaminia Lera ©Lucas
Flaminia Lera ©Lucas

Nel cast della fiction record d’ascolti Scomparsa c’è un giovane artista poliedrica e di grande talento: Flaminia Lera. Ha iniziato a recitare giovanissima in teatro, ha preso parte poi a serie tv di successo come Le ali della vita, Orgoglio e Il Sistema. Da qualche anno porta il teatro nelle carceri italiane, dando la possibilità ai detenuti di trovare attraverso l’arte della recitazione quel riscatto sociale spesso, purtroppo, negato da un complicato sistema carcerario italiano.

Ci racconti un episodio Off della tua carriera?

Era il 2014, ed ero tornata in Italia da qualche anno dopo aver vissuto per un lungo periodo a Londra. Avevo ormai deciso di accantonare la recitazione, dopo anni di delusioni e porte in faccia, e avevo iniziato a dedicarmi all’insegnamento. Ho accolto così l’invito di una casting director a fare da “spalla” agli attori per i provini della serie tv Il Sistema. È arrivata l’occasione insperata. Il regista e le sorelle Lucisano (produttrici della serie, ndr) mi hanno notato, ritenendomi meritevole e mi hanno offerto un ruolo da coprotagonista: il tenente Emma Vinci.

Il pubblico televisivo ti ha conosciuto nel ruolo di Emma Vinci nella serie Il sistema. Che ricordo hai?

Un ricordo meraviglioso. All’inizio è stata dura, lo ammetto: ero terrorizzata, un’occasione così non capita tutti i giorni. Avevo paura di deludere le aspettative di chi, con convinzione, mi aveva scelto. Poi però ho ripreso confidenza con il mio lavoro, con il set, con la macchina da presa, e lì è cambiato tutto. Mi sono rilassata e ho iniziato finalmente a divertirmi e a godermi l’esperienza. È stato bello e intenso interpretare la Vinci: Emma è una buona amica, leale, sincera, sempre pronta ad aiutare gli altri. Per certi versi è molto simile a me.

Ora sei nel cast della serie di Raiuno Scomparsa che sta riscuotendo un grandissimo successo di pubblico. Raccontaci il tuo personaggio.

Claudia è l’attuale compagna di Enrico, padre naturale della ragazza scomparsa. Quando ho letto la sceneggiatura, oltre a essermi appassionata a questo giallo così intrigante, ho amato fin da subito il mio personaggio. Claudia è colta, amante dell’arte, profondamente innamorata del compagno, un uomo molto più grande. Una donna intelligente e comprensiva. Riesce a stare accanto al suo uomo, che sta vivendo questo dramma terribile, con tatto e sensibilità.

Hai iniziato la tua carriera di attrice a teatro. Ora stai lavorando a un progetto di teatro con i detenuti di Rebibbia. Com’è nato questo interesse?

Fin da ragazzina, accompagnavo mia zia, avvocato penalista, a vedere gli spettacoli del laboratorio teatrale del carcere. Mi sono sempre detta che un giorno avrei fatto parte di quella realtà, ma la paura e l’ingenuità la facevano da padroni.

Poi, ho scoperto l’esistenza di una realtà parallela a quella del laboratorio interno al carcere. La Compagnia Teatro Stabile Assai , di cui ormai faccio parte da tempo, è infatti formata da detenuti con “articolo 21” (si tratta un beneficio, concesso dal direttore dell’istituto di pena, che consiste nella possibilità di uscire dal carcere per svolgere un’attività lavorativa), da detenuti “in affido”, e da ex detenuti che, dopo aver scontato la propria pena, hanno deciso di continuare a coltivare l’amore per il teatro e a sostenere la compagnia. Ho preso allora coraggio e mi sono decisa a imbarcarmi in quest’esperienza. Dopo qualche mese di lavoro e di spettacoli fuori dal carcere, Antonio Turco, fondatore della compagnia nonché educatore all’interno del carcere, “ha deciso” che ero pronta, e così senza neanche lasciarmi il tempo di pensare, mi ha portato con sé a dirigere il laboratorio e gli spettacoli all’interno del carcere di Rebibbia. Ricordo come fosse ieri la prima volta che vi ho messo piede: mi sembrava tutto enorme, i suoni erano ovattati, il primissimo contatto con i detenuti poi non è stato affatto semplice. Ma già dopo due ore mi ero completamente dimenticata di tutto; paure e ansie erano sparite. Eravamo lì, tutti per la stessa ragione, per fare teatro. Ora mi sono ambientata benissimo, mi comporto con estrema naturalezza con i ragazzi, come se fossero miei allievi qualunque. È proprio vero, la cultura ti può salvare la vita e sono profondamente convinta del fatto che il teatro possa dare un nuovo significato all’esistenza di persone emarginate, dando loro una grande occasione per essere protagonisti. Cosimo Rega ne è un esempio: ergastolano in articolo 21, ora è un attore a tutti gli effetti e continua a scontare la sua pena. È stato diretto anche dai fratelli Taviani in Cesare deve morire. Posso affermare senza alcun dubbio che questo sia l’impegno più significativo e importante che abbia mai portato avanti nella mia vita.

Oltre a essere un’attrice, sei anche un’apprezzata fotografa. Come ti sei avvicinata a questo mestiere?

Il mio grande amore per il cinema e l’inquadratura mi hanno portato alla fotografia. Sono sempre stata un’appassionata, quando avevo quindici anni i miei genitori mi regalarono una “Minolta” di seconda mano. Dieci anni dopo mi sono trasferita a Londra; lì ero sola, non parlavo la lingua, vivevo quindi nell’incomunicabilità totale. E proprio attraverso la fotografia ho trovato il modo di esprimere la mia creatività e di comunicare con il mondo.

Riflessa_SelfPortrait©FleraProjec
Riflessa_SelfPortrait©FleraProjec

Una volta tornata in Italia mi sono iscritta a una scuola di Fotografia. Da lì ho iniziato a fotografare con sempre più frequenza. Poi un giorno un’amica attrice mi ha chiesto di scattarle delle foto: mi è piaciuto tantissimo e a lei sono piaciute tantissimo le mie foto. Così si è creato un passaparola. Negli anni ho sviluppato un mio metodo per stimolare, dirigere e fotografare chi ho davanti. Quando sono dietro la macchina fotografica sviluppo un istinto più da attrice e regista, che da fotografa. E mi sono inventata uno pseudonimo: Flera Project.

Attrice, fotografa, insegni recitazione. Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Il mio sogno è sempre stato quello di fare l’attrice. Recentemente però mi sono messa parecchio in discussione. La recitazione, la fotografia, l’amore per l’insegnamento, la capacità di aiutare gli altri attori a migliorarsi, a crescere… Ero confusa, non riuscivo più a capire quale fosse il mio principale obiettivo professionale. Poi ho “unito i puntini”, e mi sono resa conto del fatto che il risultato di tutto il mio percorso sia la regia! La vita sa sempre sorprendere.

Hai già qualche progetto in cantiere come regista?

Sì! Un cortometraggio che mi rende particolarmente orgogliosa, ma anche preoccupata. Tratta un tema che sento molto vicino, ma estremante delicato. Ho scritto la sceneggiatura e scelto il cast, le riprese inizieranno a breve.

Un regista a cui t’ispiri?

Ho iniziato ad amare il cinema da bambina con Hitchcock. Potrei definirlo il mio “maestro” in un certo senso. Sarò banale, ma gli altri due registi di cui sicuramente subisco l’influenza sono David Lynch e Stanley Kubrik.

Se dovessi consigliare un film per ognuno di questi grandi maestri del cinema, cosa sceglieresti?

Sicuramente Nodo alla gola, incredibile e geniale esperimento di piano sequenza, poi Barry Lyndon, con la sua fotografia unica, e, last but not least, il grottesco e sorprendente Cuore selvaggio, un film “fuori di testa”, mascherato da commedia romantica.