Luca Capuano, da “Centovetrine” al noir a tinte…filosofiche

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ph Roberta Krasnig

Con voce calda e affabile Luca Capuano ci risponde al telefono dopo una giornata di prove sotto debutto e si avverte tutta l’adrenalina all’idea di ritornare sulle tanto amate tavole del palcoscenico. Il grande pubblico lo ha imparato a conoscere nei panni di Adriano Riva nella longeva soap Mediaset Centovetrine ma, come spesso accade, la serie può dare notorietà, anche se dietro ci sono studio e gavetta. Venerdì 15 dicembre l’attore debutta allo Spazio Diamante di Roma con La fabbrica dei bottoni di sughero, una brillante commedia noir scritta e diretta da Marco Cecili (a dividere la scena con lui gli emergenti Stefania Chiara Cavagni e Gianni Alvino).

Lo abbiamo intervistato per approfondire con lui questo lavoro, ripercorrendo gli esordi, senza tralasciare uno sguardo sul nostro oggi tra potenzialità della rete, limiti e stereotipi.

Com’è nata l’idea di mettere in scena questo testo?

È accaduto per caso anche perché questo è un periodo in cui i cartelloni sono già definiti. Si è trattato di un incontro fortuito con l’amico Ludovico davanti a un bicchiere di vino, il quale mi ha raccontato di come questo testo fosse divertente. Io non ho mai fatto commedie e a dir il vero volevo tornare a teatro da tanto, ma non arrivavano testi che destassero il mio interesse. Mentre leggevo La fabbrica dei bottoni di sughero ridevo e ho proprio desiderato buttarmi in quest’avventura del tutto nuova.

Per ora abbiamo le anteprime allo Spazio Diamante (dal 15 al 17 dicembre), che è uno spazio sperimentale del Teatro Brancaccio, cui farà seguito una micro-tournée romana a gennaio al Teatro Cyrano (dal 25 al 28) e al Teatro Marconi (dal 30 al 31).

Interpreti un commissario particolare, ti sei ispirato a qualche personaggio letterario?

In parte all’ispettore Clouseau de La pantera Rosa, ricorda l’ispettore goffo e maldestro, che deve risolvere un giallo poliziesco: chi ha ucciso il ricco Bernie? Attraverso l’indagine, anche un po’ suo malgrado, emergeranno una serie di segreti insiti tra i protagonisti. Pian piano vengono messi in luce, infatti, i vizi dell’uomo, dall’arrivismo all’avidità. Basti pensare che una scatola di bottoni di sughero – un elemento così semplice e povero – diventa un oggetto del desiderio, rappresentando così la sete di potere e di possesso. Quando si è attaccati alle cose materiali, si perde la sostanza delle cose.

Proprio per l’accento che ponevi tu sul binomio bottoni di sughero – avidità, sembra quasi che l’autore voglia farsi un po’ beffa del pubblico rendendo il sughero oggetto di avidità. Potrebbe esserci quest’intenzione a tuo parere?

Quando si va a teatro tutte le convenzioni le assimili come vere. In questo caso specifico, lo spettatore, se entra nella storia, crede che la scatola dei bottoni di sughero sia la cosa più importante nell’hic et nunc del momento. In un secondo tempo scatta il pensiero: per cosa stavano lottando? Non ritengo che Cecili volesse prendere in giro il pubblico, piuttosto nel testo si prende in giro l’essere umano inducendolo a guardarsi allo specchio e facendoci notare come possiamo essere ridicoli (sempre con rispetto parlando, nda). Non credo che se parlassimo di una Ferrari saremmo più giustificati a combatter l’un contro l’altro. In questo testo si usa la scatola dei bottoni di sughero per estremizzare, creando così anche le condizioni per la comicità. I personaggi in campo, pure per gli abiti che indossano, potrebbero essere usciti da un film di Tim Burton.

Quanto è difficile uscire dal circuito romano o, più in generale, da quello in cui ha debuttato lo spettacolo?

Se ci si riferisce agli ambienti chiusi, purtroppo è un sistema paese che è così, in qualunque mestiere e ambito. È difficile entrare perché si è sempre attaccati a quello che si ha, difficilmente si dà spazio e questo comporta una non crescita. A volte si giustifica l’utilizzo dei soliti nomi dicendo di voler trasmettere una sensazione di sicurezza al pubblico proponendo volti conosciuti, ma non è così. Lo spettatore lo si cattura con le storie.

Al di là di questa considerazione, per fortuna c’è sempre lo spiraglio di luce, non tutti ragionano così e sia in teatro che in cinema e tv, con grande fatica, ci si impegna nel ritagliarsi il proprio spazio, portando avanti altri talenti, storie e novità.

Hai avuto modo di lavorare con un grande del teatro qual è Carlo Giuffré, che ricordo hai di quell’esperienza?

Lo raccontavo ai miei colleghi mentre provavamo. Quando ho realizzato Miseria e nobiltà (stagione teatrale 2002-2003, nda) era l’epoca in cui si dava vita a tournée lunghe anche otto mesi. Non ricordo il numero preciso delle nostre repliche, però ho bene a mente come lui fosse sempre “in scena” anche quando non era attivamente sul palco, si poneva dietro le quinte con l’assistente, indicandogli di segnare quell’aspetto o un suggerimento per la scena da fornire all’attore per l’indomani. Questo accadeva anche dopo trenta, quaranta repliche ed è bellissimo.

Luca Capuano

Luca, sei un artista che ha studiato molto. Hai iniziato come modello e lavori in pubblicità, quando hai cominciato a sostenere i primi provini, ti sei scontrato con pregiudizi?

In rete circola questa notizia che, a mio parere, viene percepita in maniera sbagliata. Io non ho  cominciato come modello. Andavo a scuola, ho sempre amato viaggiare, ma non mi era mai balenato in mente di andar a Milano per far il modello; l’ho fatto nella mia città, a Napoli, perché mi dava la possibilità di non chiedere nulla ai miei così da poter realizzare con le mie forze ciò che desideravo, compresi i viaggi. È stata, quindi, un’esperienza vissuta come passatempo, ai fini di potermi sostenere. Lo stesso è avvenuto a Roma con coincidenze fortuite. Non sono mai stato presuntuoso nel dire di poter fare l’attore o il modello, si verificavano delle occasioni e cercavo di coglierle e mettermi in gioco.

Per quanto riguarda i primi provini [sorride], sentendosi quasi in dovere di darti sempre una spiegazione anche quando non c’è, mi dicevano spesso che si avvertiva l’inflessione napoletana. Ovviamente non è semplice da eliminare, ma sembra che il romano possa passare più facilmente e che il napoletano sia accettato se interpreti un malvivente o lo scugnizzo [scherza dicendo «uè uagliò»]. Vige lo stereotipo; invece siamo, per fortuna, una popolazione con dei dialetti molto ben diversificati ed è un aspetto positivo poiché significa che si hanno più colori al proprio interno.

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ph Roberta Krasnig

A proposito di Napoli, hai voluto creare il Boccacciello Bistrot dietro cui sembra ci sia una vera passione per la cucina e non un voler cavalcare l’onda della moda di parlarne o far cucina (vedi i reality e i programmi a tema)…

Io sono sempre stato innamorato della cucina, è una questione culturale. Nella mia famiglia la domenica, quasi si litiga per chi cucina meglio. Avevo una nonna bolognese e quindi son cresciuto con un mix di ricette tra bolognese e napoletano.

Il locale è uno street food nato dall’incontro con lo chef contadino Pietro Parisi, grazie al quale ho scoperto che potevo portarmi un “boccaciello” a casa, aprirlo, chiudere gli occhi e sentirmi appunto a casa. Proponiamo, quindi, prodotti in vasocottura, una cucina healthy, ma gustosa. Diamo spazio anche alle piccole realtà del nostro territorio, molte campane, ma anche extra. Mi piaceva l’idea di creare un salotto di casa dove potersi incontrare con gli amici.

Avrai sentito delle polemiche createsi intorno alla serie Gomorra. Da artista e da napoletano, ha senso questa diatriba?

No, sono delle polemiche un po’ fini a se stesse, un po’ per “urlare allo scandalo” o all’eccezionalità. In realtà è giusto parlarne, non bisogna ovviamente mitizzare. Seguo da spettatore “Gomorra” e l’apprezzo molto, anzi, magari mi selezionassero.

Senz’altro penso che Napoli sia una città stupenda, una location a cielo aperto e le produzioni dovrebbero realizzare insieme a “Gomorra” e a lavori sulla camorra, anche altro com’è accaduto, ad esempio, con “Sirene” (da poco conclusosi su RaiUno, nda).

C’è un episodio OFF che hai voglia di condividere con noi?

D’istinto direi l’esperienza teatrale attuale. È la prima volta che faccio una scelta senza esser legato ad altre dinamiche artistiche che la gente ti “costringe” a prendere in considerazione. Spesso alcuni progetti si realizzano se c’è dietro una determinata produzione o un regista o un attore di grido, quindi un pacchetto ben confezionato. Questa avventura con La fabbrica dei bottoni di sughero è sicuramente off, tenendo pure conto che vi torno dopo tanto tempo e in uno spettacolo nato da zero tutti insieme – a parte il testo che già era stato scritto.

Sei una persona che è molto attiva sui social, oltre ad aver tenuto un diario sul proprio sito internet. Potremmo, però, dire che un altro nostro male, oltre all’avidità, è il voyeurismo. A tal proposito, è bellissimo accorciare la distanza, ma come si fa a evitare che chi ti segue ecceda e risulti invadente?

So che siamo dei personaggi pubblici, poi, in alcuni Paesi e sta cominciando un po’ da noi, si creano degli episodi estremizzati, che non condivido: personaggi nullità, magari strapagati, solo per una grossa presenza sui social a livello di numeri di followers, lo trovo assurdo. Purtroppo, a volte, i numeri sono più importanti dei pensieri. Siamo in quest’epoca, nel bene e nel male.

Detto questo, credo sia un modo carino di concederi un po’ al pubblico e ai fan, ripagandoli dell’affetto che hanno nei tuoi confronti.

C’è qualcosa, invece, che non condivideresti, un limite che ti sei dato?

Penso che chi ha i bambini dovrebbe preservarli, perché metterli sotto l’occhio di tutti? Una delle cose importanti nella vita delle persone è la possibilità di scelta e i bambini non possono decidere. Un limite che ho è, quindi, rispetto a loro; poi quando sei su un social scegli appunto tu quale foto mettere e quale no. Quando sono coi bambini, ad esempio, per strada e quando sono a tavola sono i momenti in cui mi piacerebbe esser lasciato nell’ambito privato.

Concludiamo coi tuoi prossimi progetti…

Attualmente sono in fase di definizione per cui non posso anticipar nulla. Sicuramente spero che il nostro spettacolo possa andar in giro il più possibile.