Maximilian Nisi: “Alla fine sarà la musica a salvare il mondo”

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Maximilian NisiMaximilian Nisi si diploma nel 1993 alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Giorgio Strehler. A teatro è stato diretto, tra gli altri, da Strehler, Ronconi, Vassil’ev, Terzopoulos, Sequi, Calenda, Mauri, Lavia. Ha lavorato per il cinema dove è stato diretto anche da Dario Argento, e per la televisione in serie tv di successo come, ad esempio, La Dottoressa Giò, Incantesimo, Il bello delle donne, Caterina e le sue figlie.

Sei un attore di teatro molto apprezzato. In questa stagione, il pubblico italiano, in quali spettacoli potrà venirti ad applaudire?

Quest’anno sarò in giro con tre spettacoli, due riprese e un nuovo progetto: Fiore di cactus, una divertente commedia di intrattenimento scritta da Barillet e Grédy che piace tanto al pubblico, Mister Green, il bellissimo dramma americano di Jeff Baron che tanto lo appassiona e Il piacere dell’onestà, una delle più belle pièce di Pirandello per celebrarne i 150 anni della nascita. Tre allestimenti di diverso gusto e con intenti artistici a tratti opposti. Affiancato da buoni compagni di avventura svolgerò il mio lavoro con l’amore, l’entusiasmo e il rigore di sempre. A febbraio nella stessa settimana reciterò tutti e tre i ruoli, ovviamente in sale, città e serate differenti. Il teatro oggi va così. Non mi posso certamente lamentare, in un momento come questo mi ritengo un privilegiato, ma questo non mi impedisce di pormi qualche domanda e dove posso di trarre qualche personale conclusione.

Ti sei formato e hai avuto le tue prime esperienze come attore con Giorgio Strehler, in uno dei momenti più felici del teatro italiano. Tra pochi giorni saranno vent’anni che il grande Maestro ci ha lasciato. Come pensi che sia cambiato il teatro italiano?

Le grandi tournée sono quasi del tutto scomparse. Sono pochissime le compagnie che riescono a metter su più di tre o quattro settimane di recite e molto spesso le date sono tra loro lontanissime. Negli anni ’90, quando ho cominciato a lavorare, le tournée iniziavano ad ottobre e terminavano a maggio. Poteva capitare in seguito che si prendesse parte ad uno spettacolo estivo e poi, se si era fortunati, anche ad uno autunnale. I calendari erano fittissimi. Dopo mesi e mesi di lavoro si ritornava a casa distrutti ma felici e pieni di esperienza. I teatri erano stracolmi di pubblico e noi attori avevamo la sensazione di prender parte non a semplici spettacoli, ma a veri e propri eventi. C’era la critica teatrale che aveva ampi spazi sui giornali. Il periodo di prove, per allestire uno spettacolo, non era mai inferiore a 50 o 60 giorni. I teatri non erano depositi o cantieri ma veri e propri templi, erano case accoglienti, piene di anime belle mosse da mille idee e da grandissimo fermento. Si recitava ogni sera, a volte anche al mattino o al pomeriggio, non solo il fine settimana come invece accade ora.

Ritieni, dunque, che il teatro italiano stia vivendo una profonda crisi?

I momenti di crisi sono naturali. Il teatro è in crisi perché è vivo. Da quel che mi risulta, a parte brevissimi momenti storici, è sempre stato in crisi. Credo che anche Eschilo, se ci fosse modo di interpellarlo, avrebbe qualcosa da dire in merito. La cosa importante è capire come va affrontato un momento di crisi, come va vissuto e come è possibile uscirne, comprendendone a fondo le ragioni.

Secondo te, cosa si potrebbe fare per dare nuova linfa al nostro teatro?

Il teatro necessita di cura, di stimoli, di persone che operano con seria determinazione; ha bisogno di amore, di dedizione e di effettiva preparazione. Se lo Stato non desse niente e niente chiedesse al teatro questo avrebbe certamente la forza, la tenacia di risollevarsi e di ritrovare il suo vigore antico. Sarebbe finalmente indipendente e libero di agire.

L’ultima riforma del FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) ha previsto agevolazioni e sgravi per le compagnie a maggioranza under 35. Pensi che questo possa dare una spinta positiva ad un ricambio generazionale?

Sinceramente ritengo che quella non sia una buona legge e che sia contraria a qualsiasi ragione etica e morale, antitetica a quelle che da sempre sono le sane consuetudini teatrali. Ai giovani si deve dare la possibilità di lavorare, questo è sacrosanto, ma bisognerebbe anche pagarli adeguatamente. Credo, inoltre, che sarebbe opportuno, per la buona riuscita di un progetto, che gli ‘under 35’ ricoprano soltanto i ruoli adatti a loro. Non avere la possibilità di interfacciarsi in scena con attori di esperienza ed età maggiori, inoltre, potrebbe costituire un danno per la loro formazione. La conoscenza, la tradizione cos’altro è se non la trasmissione e la consegna di un sapere? I 35 anni si raggiungono velocemente e le cose più belle, artisticamente parlando, accadono, quasi sempre dopo, in età matura.

C’è chi dice che oggi non esistano più i grandi attori. Cosa ne pensi?

Penso che non sia così. Conosco attori solidi, validi che a volte, pur di lavorare, prendono parte a spettacoli che non sarebbe conveniente fare, che spesso recitano in situazioni e condizioni scomode e che da anni operano senza alcuna guida.

Dagli anni ’90 ad oggi, com’è cambiato il pubblico che segue il teatro di prosa?

In verità non è cambiato. Nel pubblico non c’è stato un vero e proprio ricambio generazionale. Questo è un problema che si riscontra non soltanto in teatro, ma in quasi tutte le realtà culturali, un problema dovuto agli scarsi investimenti che lo stato fa, da quasi trent’anni, in istruzione e cultura oppure alla digitalizzazione. Quando saranno scomparse le generazioni più anziane, il mondo sarà radicalmente cambiato e noi non sappiamo come. Sicuramente se ci fossero più fondi per la cultura le cose andrebbero meglio, ma non credo che questo sarebbe sufficiente a sanare il problema. Quando i miei genitori erano piccoli il teatro nelle scuole non esisteva e i teatri attivi erano pochissimi, eppure la loro generazione ha sviluppato un grandissimo amore per il teatro. Forse perché erano costretti ad imparare le tabelline e i verbi a memoria o a conoscere gli immissari ed emissari dei laghi. Questo a quanto pare li ha agevolati, li ha stimolati, ha fatto accumulare loro conoscenze che gli hanno permesso di orientarsi agevolmente nel mondo culturale. La scuola oggi è allo sbando e questo non solo per il fatto che non ci sono i fondi necessari per farla funzionare. La scuola è tutto e purtroppo la scuola non c’è più. Il pubblico non ha più voglia di pensare e si vuole soltanto divertire. È sempre meno attratto da una seria messa in scena. È come se non fosse più disposto alla catarsi. Niente più emozioni, solo semplici risate.

Credi che questa crisi stia attraversando tutte le arti?

No. La musica, a differenza del teatro, continua ad avere un pubblico fedele e ancora innamorato. Forse perché il suo linguaggio, diversamente da quello del teatro, è più diretto, più immediato e certamente meno impegnativo; non richiede preparazione per l’ascolto ed è ancora universale.

Allora credi che sarà la musica a salvare il mondo?

Sarebbe un’ottima cosa.